Nuovi dati sul rischio cardiovascolare

Stimare il rischio cardiovascolare di un individuo che non ha mai presentato eventi acuti, come ictus o infarti, non è così semplice. Come sappiamo, sono molte le variabili che concorrono a comporre il rischio di conseguenze, fatali e non: l’età, il sesso, il peso, le abitudini alimentari, anche in termini di colesterolo, la genetica, il fumo, l’alcol, la mancanza di attività fisica.
Esistono a questo proposito delle carte del rischio (OggiScienza ne aveva parlato qui), che aiutano a schematizzare la nostra situazione sulla base delle nostre abitudini.

Si tratta tuttavia di una categorizzazione molto schematica, che tiene conto di alcuni dati, ma non di tutti. Su The Lancet Global Health è stato pubblicato un ampio studio internazionale che ha analizzato moli maggiori di dati rivisitando i diagrammi di rischio delle malattie cardiovascolari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, grazie allo sforzo congiunto di OMS, del BHF Centre for Research Excellence dell’Università di Cambridge, dello UK Medical Research Council, e del National Institute for Health Research britannico. Il risultato è molto importante perché per la prima volta consente un’identificazione più accurata delle persone ad alto rischio di malattie cardiovascolari in contesti diversi.

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Antidepressivi: in tanti li usano, in pochi lo fanno bene

Nel 2018 continua a crescere il numero di dosi di farmaci antidepressivi assunti dagli italiani, con una spesa del 3,7% maggiore rispetto al 2017. Un totale di 382,1 milioni di euro spesi, di cui 199,2 milioni per antidepressivi SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) che comprendono sei molecole: fluoxetina (uno dei suoi nomi commerciali più noti è “Prozac”), sertralina, citalopram, scitalopram, fluvoxamina e paroxetina.

Lo mette in luce l’ultimo rapporto Osmed di Aifa, pubblicato a luglio 2019. In questo settore l’incidenza del consumo di farmaci a brevetto scaduto ha raggiunto nel 2018 una percentuale dell’89,2%, per la metà dovuto all’utilizzo di farmaci equivalenti.

Nel 2013 si registravano 39 DDD (dosi giornaliere per abitante), diventate 41,6 DDD nel 2018 (+6,5%). La fetta più grossa – un terzo del consumo – è rappresentato dalla classe degli antidepressivi SSRI. L’aumento maggiore in termini percentuali riguarda invece i SNRI (inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina), il cui consumo, sempre in termini di DDD, è aumentato del 3,4% solo nell’ultimo anno considerato.

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Le coppette mestruali sono sicure? Che cosa dice la letteratura scientifica

Se ne sente parlare molto, e i suoi vantaggi in termini economici sono evidenti: un costo che si aggira sui 10 euro per un prodotto amico dell’ambiente, dato che può essere usato per molti anni a differenza degli assorbenti usa e getta. Eppure, ancora oggi, la maggior parte delle donne è reticente all’utilizzo della coppetta. È sufficiente navigare in rete sui forum o sui siti web delle aziende produttrici per leggere che sono ancora molte le preoccupazioni sui prodotti inseribili in vagina, anche a causa di precedenti avvisi di salute pubblica associati ai tamponi.

In questi giorni The Lancet Public Health ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’efficacia e sulla sicurezza delle coppette mestruali, specie in termini di rischio di infezioni o allergie. Gli autori hanno esaminato i risultati di 43 studi per un totale di 3319 partecipanti, sia in paesi ad alto che a basso reddito. Quello che emerge è che le coppette vaginali – se posizionate correttamente e disinfettate regolarmente – sono efficaci e sicure.

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Oppioidi, in Oklahoma la prima sentenza contro Johnson e Johnson

Lunedì scorso Thad Balkman, giudice quarantottenne dell’Oklahoma ha decretato che Johnson & Johnson aveva intenzionalmente minimizzato i pericoli dell’uso di farmaci oppioidi per la salute, ordinando all’azienda di pagare allo stato 572 milioni di dollari di risarcimento. Nella sentenza si legge che Johnson & Johnson aveva promulgato “campagne di marketing false, fuorvianti e pericolose” che avevano causato tassi di dipendenza in modo esponenziale e morti per overdose e bambini nati già esposti a oppioidi. Si tratta del primo processo a un produttore di farmaci per la distruzione provocata dagli antidolorifici prescritti.

L’importo è molto inferiore alla sentenza di 17 miliardi di dollari che l’Oklahoma aveva richiesto per il trattamento della dipendenza, e il giudice ha affermato che ci vorranno 20 anni per riparare al danno causato dall’epidemia di oppioidi. Nel frattempo – dichiara Balkman – 572 milioni di dollari dovrebbero bastare per pagare per un anno i servizi necessari per combattere l’epidemia in Oklahoma.

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