Fase 2: quante persone possiamo incontrare? La matematica dei (non) congiunti

Il congiunto è mio, e me lo gestisco io. La questione che sta emergendo in questi giorni a proposito dell’annuncio del Governo di permettere le visite ai “congiunti” nella cosiddetta fase 2, solleva un aspetto importante, che non passa solo attraverso la definizione legale di chi siano i congiunti, ma di chi può decidere quali sono le persone che posso visitare. Il problema è che al momento l’abbiamo posta sul qualitativo e non sul quantitativo: lo Stato ha deciso arbitrariamente che possiamo visitare i familiari senza porre un limite numerico (sono ammessi i parenti fino al sesto grado, cioè i figli di cugini possono incontrarsi), ma non si possono vedere i non familiari.

Non fraintendiamo il problema: un criterio andava trovato, altrimenti non si riusciva a porre un limite al numero di incontri fra nuclei che abbiamo con fatica mantenuto per quasi due mesi in isolamento. Ma ci chiediamo: perché non un criterio quantitativo, basato per esempio sul poter decidere le tre, o cinque, persone che possiamo vedere in questa cosiddetta fase due?

Non servono grandi competenze statistiche per stimare che una persona con uno stuolo di fratelli e cugini (quindi che può entrare in contatto con n nuclei familiari) ha più probabilità di esporre la comunità a contagio rispetto a una persona che decide di vedere al massimo, poniamo, tre persone.

Inoltre, una persona che non ha (o non vuole avere) la famiglia vicino ma che magari conta su una rete forte di amici (ricordiamo che non ci si può spostare fra regioni) sarà penalizzata rispetto a chi vive una situazione più classicamente vittoriana, dove le relazioni reali sono “stabili”. Come nel curriculum famoso stilato da Wislawa Szymborska: “A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve. […] Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati.”

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Sono aperte le iscrizioni a Healthcom Program (scarica il nostro ebook gratuito!)

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E se vi sembra utile, fate girare! A breve ulteriori novità!

Il Coronavirus, i tempi della scienza e la fretta del giornalismo

L’epidemia di Coronavirus che stiamo seguendo in queste settimane ci sta insegnando una volta di più una cosa importante: che non è il dato in sé che fa l’informazione, sulla base della quale prendere delle decisioni, ma la lettura del dato. Non tutti i numeri si possono comprendere nel medesimo arco di tempo, la medicina lo sa bene, e lo sa bene in particolare la virologia. Quanto tempo ci vuole per capire come si sta evolvendo un’epidemia? Quanto tempo ci vuole per stimare la mortalità di un agente? Quanto tempo ci vuole per capire se le cose sono gravi e quanto? Quanto tempo ci vuole per poter stimare quando avverrà il picco dell’epidemia?

Sono tutte domande che abbiamo rivolto a Giovanni Maga, virologo e Direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia.

 Quanto tempo ci vuole per stimare un tasso di mortalità. Più del tempo finora trascorso dall’inizio dell’epidemia di questo nuovo Coronavirus. A oggi (6 febbraio ore 13  ) si contano 28.344 casi confermati, di cui solo 228 fuori dalla Cina e Hong Kong, per un totale di  565 morti (solo 2 fuori dalla Cina) e 1.339 persone già dichiarate guarite. “Viene spontaneo fare il calcolo percentuale, che sanno fare tutti, ottenendo una letalità del 2%, ma in realtà gli epidemiologi non ragionano in questi termini. Prima di tutto chiariamo che lessicalmente noi virologi distinguiamo tra letalità e tasso di mortalità. La letalità di un virus è il numero di morti per casi confermati, mentre il tasso di mortalità è il rischio, in termini di probabilità che ho nel mondo di morire di questa malattia. In questo caso sarebbe come dire che il tasso di mortalità di 2019-nCov è di 500 su 1,4 miliardi di persone” spiega Maga.  “Il punto è che non possiamo non considerare che gli scenari sono diversi, in Cina e fuori, e non possiamo mettere tutto nello stesso calderone. A Wuhan e Hubei, dove si concentrano quasi tutti i casi, il tasso di letalità è del 2% circa, mentre fuori dalla Cina siamo nell’ordine dello zero virgola. Questo però ci dice una cosa fondamentale, su cui non ci sono dubbi: le misure di contenimento stanno funzionando benissimo, avendo dopo quasi due mesi, solo 200 casi fuori dalla Cina, quasi tutti non gravi.”

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Coronavirus, il punto della situazione: alcune domande e risposte

Nell’ultima settimana l’epidemia di Coronavirus, 2019-nCov, è cresciuta molto come numero di casi confermati in laboratorio, toccando nel momento in cui scriviamo (4 febbraio 2020) i 20.659 casi e 427 morti. Ricercatori da tutto il mondo stanno lavorando sui dati disponibili e pubblicando articoli scientifici ogni giorno, correggendosi a vicenda, se necessario.

Al di là delle numerose bufale che stanno girando fra social e alcuni media tradizionali, la principale paura che si percepisce dalla Rete è come ci si contagia. È vero che anche una persona asintomatica può essere contagiosa? Quanto può sopravvivere il virus su una superficie? Che cosa dobbiamo aspettarci, dato che come è stato dimostrato i primi casi risalgono ai primi di dicembre, ma solo il 31 dicembre 2019 il governo cinese ha notificato il focolaio all’Organizzazione Mondiale della Sanità?

Tutte domande legittime, ma dobbiamo tenere a mente che l’unico strumento in nostro possesso per chiarirci le idee sono gli studi scientifici, condotti da persone esperte in virologia ed epidemiologia. Anche qualora gli esperti non fossero ancora in grado di dare delle risposte precise – dal momento che è ancora presto per fare dei conti sul tasso di mortalità [cioè è presto per fare un semplice calcolo percentuale 427*100/20.659] – almeno sanno che domande devono porsi.

Il motivo per cui è presto fare i conti è che non sappiamo esattamente quanti sono i casi di persone contagiate: si suppone siano molte di più di quanto notificato, ma che tanti casi abbiano semplicemente presentato qualche sintomo poi rientrato come accade spesso con raffreddore e influenza. Questa sarebbe comunque una buona notizia perché significherebbe che le morti sono molte di meno, in percentuale.

Ma è vero che anche gli asintomatici possono contagiare?

Lo stiamo capendo, ma ci vuol tempo per avere dei dati solidi. Come riportal’ultimo bollettino dell’OMS del 3 febbraio 2020, dei 153 casi segnalati al di fuori della Cina, 12 sono stati considerati asintomatici. Per i rimanenti 141 casi, le informazioni sulla data di insorgenza sono disponibili solo per gli 88 casi presentati nella curva epidemiologica.

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