Anche con il Pnrr i dottorati in Italia restano di meno che nel resto d’Europa 

Negli ultimi anni il numero di neo dottori di ricerca in Italia è in costante calo: dagli oltre 10.000 che si contavano per l’anno 2017 siamo scesi a quasi 8.000 nel 2021. Il confronto con gli altri paesi europei con una popolazione simile alla nostra è impietoso: nel 2020 sono 31 mila gli iscritti a corsi di dottorato in Italia (la fonte è OCSE – Education at a Glance) contro i  182 mila della Germania, i 110 mila del Regno Unito, i 92 mila della Spagna e i 66 mila della Francia. Abbiamo sempre meno iscritti ai corsi di dottorato rispetto al 2013, che sebbene sia un trend comune anche ad altri paesi come la Germania, in termini di numeri assoluti evidenzia comunque una situazione particolarmente disagevole per chi vorrebbe fare ricerca, specie in Accademia. Un’eccezione positiva è quella della Spagna che ha visto aumentare costantemente il numero dei dottorandi nello stesso periodo, superando nel giro di cinque anni Italia e Francia.

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I dati sul Covid una volta alla settimana. Capiamo bene cosa vuol dire 

Uno dei primi atti del nuovo Ministro della Salute Schillaci è stato decidere di pubblicare i dati sui nuovi casi, ricoveri e decessi per COVID non più giornalmente ma settimanalmente, ogni venerdì. La scelta ha portato con sé una polemica, che ha visto da più parti sollevarsi voci critiche, alcune addirittura allarmate, circa le possibili conseguenze e le ragioni, di questa decisione, percepita come un passo indietro rispetto ai risultati così faticosamente raggiunti in termini di condivisione dei dati.

Avere i dati su COVID ogni giorno rispetto alle 24 ore precedenti, è certamente stato qualcosa di utile e unico nella storia italica. Con molti colleghi giornalisti abbiamo tenuto il punto per mesi con le istituzioni, a livello locale e nazionale, per non permettere nessun passo indietro. Per poter garantire al cittadino un accesso ai dati che significavano per lui restrizioni, divieti, grossi sacrifici. La democrazia passa anche per la condivisione dei perché delle decisioni collettive, e su questo continuiamo a tenere il punto. Eppure, non significa che sia una tragedia decidere di pubblicare i dati settimanalmente

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Più 2,3% di dipendenti del SSN nel 2020. Quante persone lavorano in sanità, veramente 

Il Ministero della Salute ha pubblicato i dati relativi al 2020 sul personale sanitario che lavora nelle strutture pubbliche e private, sia ospedali che strutture di ricovero, pubbliche e private, all’interno dell’Annuario Statistico 2022. Si tratta di un rapporto tecnico, non certo pensato per la divulgazione e comprensione da parte dei non addetti ai lavori. Non è stato immediato capire come la forza lavoro è stata classificata a seconda delle varie (molte) tipologie di struttura. Abbiamo cercato qui di spiegare queste categorie, per non fare confusione.
Il dato rilevante è che al 31.12.2020 il personale del Servizio Sanitario Nazionale risulta aumentato di 13.610 unità, cioè solo del 2,3% rispetto all’anno precedente. Chiaramente stiamo parlando di personale dipendente. Abbiamo poi suddiviso chi lavora con contratti non da dipendente o nelle Università e che dunque non è stipendiato dal SSN, a proposito delle strutture equiparate alle pubbliche.

Sono due gli ambiti di rilevazione e in entrambi i casi i dati sono raccolti attraverso l’infrastruttura del sistema informativo della Ragioneria generale dello Stato.
Il primo ambito riguarda il personale dipendente del Servizio sanitario nazionale e dipendente dall’Università che opera nelle aziende e nelle strutture pubbliche (cioè Aziende Sanitarie, Ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie, Aziende Ospedaliere, Aziende Ospedaliere – Universitarie).
La seconda sezione è relativa al personale dipendente o con rapporto professionale continuativo in servizio presso le strutture di ricovero equiparate alle pubbliche (Policlinici Universitari privati, Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico privati e pubblici, Ospedali classificati, Istituti privati qualificati presidio A.S.L., Enti di Ricerca). Gli Ospedali Classificati hanno natura formalmente privata (spesso religiosa), e sono inseriti nel sistema del servizio sanitario pubblico in relazione a convenzioni previste dalla legge italiana.

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Tre bambini su 100 avrebbero una diagnosi di ADHD. Ma non abbiamo dati reali, né di prevalenza né sui servizi 

Oggi il deficit dell’attenzione/iperattività (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ADHD) è considerato il più comune disturbo dell’età dello sviluppo. Tuttavia, non è semplice stimare la prevalenza reale dei casi, perché la diagnosi si basa su valutazioni cliniche specifiche e non esiste un database né, come sappiamo, un unico Fascicolo Sanitario Elettronico funzionante a livello nazionale che permetta di raccogliere questo tipo di dato. Ci si affida alle survey. In Italia negli ultimi anni sono stati pubblicati 15 studi in merito, che sono stati confrontati in una revisione del 2018. Risultato: il 2,9% dei 67.838 bambini e ragazzi di età compresa tra 5 e 17 anni, in rappresentanza di 9 delle 20 regione italiane, ha ricevuto una diagnosi di ADHD. Per avere un paragone, il DSM-5 del 2013 (Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) stima una prevalenza di ADHD del 5%, con una preponderanza nei maschi rispetto alle femmine, secondo un rapporto di circa 2 a 1 nei bambini.

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