Più 2,3% di dipendenti del SSN nel 2020. Quante persone lavorano in sanità, veramente 

Il Ministero della Salute ha pubblicato i dati relativi al 2020 sul personale sanitario che lavora nelle strutture pubbliche e private, sia ospedali che strutture di ricovero, pubbliche e private, all’interno dell’Annuario Statistico 2022. Si tratta di un rapporto tecnico, non certo pensato per la divulgazione e comprensione da parte dei non addetti ai lavori. Non è stato immediato capire come la forza lavoro è stata classificata a seconda delle varie (molte) tipologie di struttura. Abbiamo cercato qui di spiegare queste categorie, per non fare confusione.
Il dato rilevante è che al 31.12.2020 il personale del Servizio Sanitario Nazionale risulta aumentato di 13.610 unità, cioè solo del 2,3% rispetto all’anno precedente. Chiaramente stiamo parlando di personale dipendente. Abbiamo poi suddiviso chi lavora con contratti non da dipendente o nelle Università e che dunque non è stipendiato dal SSN, a proposito delle strutture equiparate alle pubbliche.

Sono due gli ambiti di rilevazione e in entrambi i casi i dati sono raccolti attraverso l’infrastruttura del sistema informativo della Ragioneria generale dello Stato.
Il primo ambito riguarda il personale dipendente del Servizio sanitario nazionale e dipendente dall’Università che opera nelle aziende e nelle strutture pubbliche (cioè Aziende Sanitarie, Ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie, Aziende Ospedaliere, Aziende Ospedaliere – Universitarie).
La seconda sezione è relativa al personale dipendente o con rapporto professionale continuativo in servizio presso le strutture di ricovero equiparate alle pubbliche (Policlinici Universitari privati, Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico privati e pubblici, Ospedali classificati, Istituti privati qualificati presidio A.S.L., Enti di Ricerca). Gli Ospedali Classificati hanno natura formalmente privata (spesso religiosa), e sono inseriti nel sistema del servizio sanitario pubblico in relazione a convenzioni previste dalla legge italiana.

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Tre bambini su 100 avrebbero una diagnosi di ADHD. Ma non abbiamo dati reali, né di prevalenza né sui servizi 

Oggi il deficit dell’attenzione/iperattività (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ADHD) è considerato il più comune disturbo dell’età dello sviluppo. Tuttavia, non è semplice stimare la prevalenza reale dei casi, perché la diagnosi si basa su valutazioni cliniche specifiche e non esiste un database né, come sappiamo, un unico Fascicolo Sanitario Elettronico funzionante a livello nazionale che permetta di raccogliere questo tipo di dato. Ci si affida alle survey. In Italia negli ultimi anni sono stati pubblicati 15 studi in merito, che sono stati confrontati in una revisione del 2018. Risultato: il 2,9% dei 67.838 bambini e ragazzi di età compresa tra 5 e 17 anni, in rappresentanza di 9 delle 20 regione italiane, ha ricevuto una diagnosi di ADHD. Per avere un paragone, il DSM-5 del 2013 (Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) stima una prevalenza di ADHD del 5%, con una preponderanza nei maschi rispetto alle femmine, secondo un rapporto di circa 2 a 1 nei bambini.

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Depressione: i più poveri prendono più farmaci ma non stanno meglio 

Abbiamo raccontato che il 7% degli italiani assume antidepressivi, una stima comunque al ribasso. In moltissimi casi la depressione non è riconosciuta,  accettata, o comunque diagnosticata. Detto questo, si osserva un consumo pari se non maggiore di antidepressivi nelle fasce socioeconomiche più svantaggiate. Significa dunque che si riesce ad abbracciare appieno un bisogno? Non pare: fra i meno abbienti lo stato di salute psichica percepito è comunque molto più basso rispetto a chi non ha problemi economici, segno che l’accesso al farmaco non basta.

Ne parla l’Atlante delle disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci per la cura delle principali malattie croniche, pubblicato da AIFA alla fine del 2021, che raccoglie molti dati su quanto la depressione e la sua gestione viene impattata dalle differenze socioeconomiche, e geografiche. Attenzione però, in queste tabelle il dato sullo status economico riguarda il comune, non le famiglie. Sono i comuni a ricadere in uno dei tre terzili di reddito.

Meno soldi, più farmaci

Per quanto riguarda l’essere in cura con antidepressivi, il tasso di consumo risulta essere grosso modo lo stesso, e in molte regioni addirittura più alto, nel terzo terzile (cioè nei comuni con reddito medio più basso) rispetto al primo terzile, cioè fra i più benestanti. Una differenza rispettivamente di 9,8 DDD (dosi giornaliere per 1000 abitanti) contro 11,2 DDD pro capite negli uomini e di 19,1 vs 21,3 DDD pro capite nelle donne. La disomogeneità territoriale è evidente: si osserva una notevole variabilità tra regioni, con una distribuzione geografica del tasso di consumo standardizzato per età, che evidenzia valori tendenzialmente più alti per il Centro-Nord rispetto al Sud.
“Queste differenze – commentano gli autori – potrebbero essere dovute a differenti com- portamenti prescrittivi dei medici, ma anche a una diversa sensibilità dei pazienti ai disturbi depressivi e a un differente accesso alle cure specialistiche.” Il trattamento psicologico o addirittura lo psicoterapeuta hanno costi decisamente più elevati rispetto ai farmaci, che fa supporre – in assenza di dati solidi su questo aspetto – che chi non risulta consumatore di farmaci, cioè in qualche modo in cura per la depressione, non lo sia per nulla.

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Che cosa dice il più grande studio condotto finora su post-Covid 

Tenendo conto dei sintomi che aumentavano di gravità e potrebbero essere attribuiti a COVID-19, correggendo le fluttuazioni stagionali e gli aspetti sanitari non infettivi della pandemia sulla dinamica dei sintomi, si stima che il 12,7% di chi ha avuto il COVID sperimenterà una forma di post-COVID.
Sono i risultati della ricerca più ampia mai eseguito su questo aspetto, che è stato pubblicato i giorni scorsi su The Lancet, e che si basa sui dati raccolti nell’ambito di Lifelines, cioè uno studio di coorte osservazionale prospettico che esamina la salute e i comportamenti correlati alla salute delle persone che vivono nel nord dei Paesi Bassi, e sull’analisi della letteratura in merito fino a febbraio 2022.

È risultato evidente che i sintomi somatici, cioè mal di testa, dolore toracico e affaticamento, erano più frequentemente presenti in pazienti che avevano sofferto di COVID, anche poco grave, che nei cosiddetti “controlli”, cioè nelle persone che non avevano mai ricevuto una diagnosi di positività. Il sintomo più prevalente riferito fra le oltre 76 mila persone esaminate era l’affaticamento, seguito da ageusia o anosmia, dolore toracico. Ma troviamo anche formicolio alle estremità, nodo alla gola, sensazione di caldo e freddo alternati, braccia o gambe pesanti, vertigini e stanchezza generale. Nel 12,7% dei pazienti- appunto – questi sintomi sono verosimilmente attribuibili al COVID-19.

Il 19,7% dei post-COVID riferisce stanchezza cronica, contro il 4% della popolazione generale. L’anosmia o l’ageusia hanno riguardato l’8% dei guariti, mentre è diffusa solo nello 0,8% delle persone che non si sono mai contagiate. Il 13% dei post-COVID riferisce dolore muscolare, contro l’8% della popolazione generale esaminata. La prevalenza del dolore allo sterno è del 3% fra i guariti, il triplo rispetto al resto delle persone coinvolte. Anche il mal di testa, piuttosto comune nella vita, in realtà colpisce l’8,5% dei post-COVID contro un 5,5% medio. Il 6,5% lamenta braccia e gambe pesanti, il 19,5% formicolio alle estremità.

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