Lo sfuggente numero degli spillover non rilevati

Una delle principali domande che le persone si pongono da un anno e mezzo è perché SARS-CoV-2 è diventato il disastro mondiale che conosciamo. Che cosa rende questo virus così diverso da tutti gli altri con cui conviviamo, e perché nonostante la scienza sia oggi molto più all’avanguardia rispetto agli scorsi decenni, non abbiamo mai vissuto una pandemia globale simile a questa.

A quasi due anni da quando presumibilmente il virus ha iniziato a circolare fra gli esseri umani, ancora non abbiamo risposte certe sulla sua origine, e il motivo è semplice: il mondo vivente, specie su scala globale, è ancora troppo complicato rispetto agli strumenti in nostro possesso per misurarlo.

Ce lo spiega bene Stefania Leopardi, veterinaria, ricercatrice all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, con cui avevamo parlato di questo argomento nella primavera del 2020, quando iniziavamo a prendere coscienza della portata di COVID-19.

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Mancano 60 mila infermieri. Boom di iscritti ai test d’ammissione, ma i posti sono rimasti pochi

In questi mesi di pandemia abbiamo toccato con mano che senza personale non si può garantire un’adeguata offerta sanitaria che sappia far fronte a un’emergenza come questa, che la sanità territoriale è cruciale per non riversare tutto il peso della prevenzione e della Primary Health Care sugli ospedali, e che la qualità dell’assistenza sanitaria non si può misurare solo in termini di medici specialisti (ospedalieri e non) presenti sul territorio. I medici specialisti scarseggiano ovunque, a causa di una pianificazione miope che non ha prodotto sufficienti borse di studio per coprire il fabbisogno attuale e il turn-over. Gli infermieri sono fondamentali, e nel prossimo futuro lo saranno sempre di più. La loro carenza è stata esacerbata durante il picco dell’epidemia, considerato che molti di loro stessi sono stati contagiati dal virus.

Il problema è che ne mancano 63 mila: quasi 27mila a Nord, circa 13 mila al Centro e 23 mila al Sud. È la denuncia della FNOPI, Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche.

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COVID-19. Che cosa abbiamo imparato nell’estate 2021

Un aspetto che ci sconcerta di questa pandemia è la rapidità con cui cambiano gli scenari, e la velocità con cui siamo costretti ad abituarci a “normalità” inattese. Da un anno e mezzo a questa parte, si passa in poche settimane da uno stato mentale dove avanziamo sommessamente un’ipotesi (quasi sempre impensabile fino al mese prima, come il lockdown, il coprifuoco, le zone, la terza dose, le regole del green pass), a renderla prassi da un giorno all’altro dovendola interiorizzare come cosa sedimentata.

Che non si possano fare sensati paragoni fra periodi molto distanti è quindi evidente. Dall’estate 2020 all’estate 2021 sono cambiati aspetti decisivi: non solo sono arrivati i vaccini, ma abbiamo introdotto misure diverse di contenimento della pandemia, e un modo diverso di misurare il rischio, con i noti indicatori di monitoraggio che classificano la gravità della situazione in bianca, gialla, arancione o rossa. Ma soprattutto è cambiato il virus: un anno fa non avevamo ancora mai parlato nemmeno di variante alpha (la variante inglese).

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Vogliamo misurare la salute mentale? Mancano i dati sui suicidi dal 2017

Nonostante la prevenzione al suicidio sia uno dei temi più rilevanti e complessi nelle agende di chi si occupa di salute mentale, in Italia non ci sono dati aggiornati su questo tema. Dal 2017 a oggi non si trovano statistiche ufficiali sulle persone che si sono tolte la vita, nemmeno riferite al 2020, anno particolarmente difficile per le persone più fragili.

Anche nonostante il 10 settembre 2019, in occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio l’Istituto Superiore di Sanità avesse annunciato la nascita dell’Osservatorio epidemiologico sui suicidi e sui tentativi di suicidio (Oestes). Al momento non si trova traccia in rete di questo osservatorio.

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