Fase 2: serve adottare il modello “Veneto” nell’organizzazione della sanità?

L’approccio “community based” ha fatto la differenza. Ecco come queste misure si sono tradotte anche in una maggiore protezione degli operatori sanitari. Cosa significa un approccio Community based riferito al Veneto.
“Significa banalmente che all’inizio della pandemia in Veneto è stata adottata una sorveglianza attiva, cercando i casi sul territorio del primo focolaio senza aspettare che i positivi si presentassero dal medico o in ospedale alla comparsa dei primi sintomi. Il Veneto ha eseguito, in proporzione sulla sua popolazione, il doppio dei tamponi per l’accertamento di infezione della Lombardia, e addirittura un numero 2,7 volte maggiore nella prima settimana dell’epidemia.  L’articolo integrale su 24+, edizione premium del Sole 24 Ore.

 

Fase 2: quante persone possiamo incontrare? La matematica dei (non) congiunti

Il congiunto è mio, e me lo gestisco io. La questione che sta emergendo in questi giorni a proposito dell’annuncio del Governo di permettere le visite ai “congiunti” nella cosiddetta fase 2, solleva un aspetto importante, che non passa solo attraverso la definizione legale di chi siano i congiunti, ma di chi può decidere quali sono le persone che posso visitare. Il problema è che al momento l’abbiamo posta sul qualitativo e non sul quantitativo: lo Stato ha deciso arbitrariamente che possiamo visitare i familiari senza porre un limite numerico (sono ammessi i parenti fino al sesto grado, cioè i figli di cugini possono incontrarsi), ma non si possono vedere i non familiari.

Non fraintendiamo il problema: un criterio andava trovato, altrimenti non si riusciva a porre un limite al numero di incontri fra nuclei che abbiamo con fatica mantenuto per quasi due mesi in isolamento. Ma ci chiediamo: perché non un criterio quantitativo, basato per esempio sul poter decidere le tre, o cinque, persone che possiamo vedere in questa cosiddetta fase due?

Non servono grandi competenze statistiche per stimare che una persona con uno stuolo di fratelli e cugini (quindi che può entrare in contatto con n nuclei familiari) ha più probabilità di esporre la comunità a contagio rispetto a una persona che decide di vedere al massimo, poniamo, tre persone.

Inoltre, una persona che non ha (o non vuole avere) la famiglia vicino ma che magari conta su una rete forte di amici (ricordiamo che non ci si può spostare fra regioni) sarà penalizzata rispetto a chi vive una situazione più classicamente vittoriana, dove le relazioni reali sono “stabili”. Come nel curriculum famoso stilato da Wislawa Szymborska: “A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve. […] Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati.”

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Sono aperte le iscrizioni a Healthcom Program (scarica il nostro ebook gratuito!)

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Il Coronavirus, i tempi della scienza e la fretta del giornalismo

L’epidemia di Coronavirus che stiamo seguendo in queste settimane ci sta insegnando una volta di più una cosa importante: che non è il dato in sé che fa l’informazione, sulla base della quale prendere delle decisioni, ma la lettura del dato. Non tutti i numeri si possono comprendere nel medesimo arco di tempo, la medicina lo sa bene, e lo sa bene in particolare la virologia. Quanto tempo ci vuole per capire come si sta evolvendo un’epidemia? Quanto tempo ci vuole per stimare la mortalità di un agente? Quanto tempo ci vuole per capire se le cose sono gravi e quanto? Quanto tempo ci vuole per poter stimare quando avverrà il picco dell’epidemia?

Sono tutte domande che abbiamo rivolto a Giovanni Maga, virologo e Direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia.

 Quanto tempo ci vuole per stimare un tasso di mortalità. Più del tempo finora trascorso dall’inizio dell’epidemia di questo nuovo Coronavirus. A oggi (6 febbraio ore 13  ) si contano 28.344 casi confermati, di cui solo 228 fuori dalla Cina e Hong Kong, per un totale di  565 morti (solo 2 fuori dalla Cina) e 1.339 persone già dichiarate guarite. “Viene spontaneo fare il calcolo percentuale, che sanno fare tutti, ottenendo una letalità del 2%, ma in realtà gli epidemiologi non ragionano in questi termini. Prima di tutto chiariamo che lessicalmente noi virologi distinguiamo tra letalità e tasso di mortalità. La letalità di un virus è il numero di morti per casi confermati, mentre il tasso di mortalità è il rischio, in termini di probabilità che ho nel mondo di morire di questa malattia. In questo caso sarebbe come dire che il tasso di mortalità di 2019-nCov è di 500 su 1,4 miliardi di persone” spiega Maga.  “Il punto è che non possiamo non considerare che gli scenari sono diversi, in Cina e fuori, e non possiamo mettere tutto nello stesso calderone. A Wuhan e Hubei, dove si concentrano quasi tutti i casi, il tasso di letalità è del 2% circa, mentre fuori dalla Cina siamo nell’ordine dello zero virgola. Questo però ci dice una cosa fondamentale, su cui non ci sono dubbi: le misure di contenimento stanno funzionando benissimo, avendo dopo quasi due mesi, solo 200 casi fuori dalla Cina, quasi tutti non gravi.”

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