Troppo pochi consultori

Contiamo un consultorio ogni 35.000 abitanti mentre dovrebbe essercene uno ogni 20.000 abitanti, come previsto dalla legge n. 34/96: uno ogni 10mila abitanti nelle zone rurali e uno 25.000 nelle zone urbane.

In Italia abbiamo troppo pochi consultori familiari rispetto ai bisogni della popolazione, anche se la richiesta da parte degli utenti sarebbe alta. E purtroppo al crescere del numero di residenti che devono contendersi un consultorio, la percentuale di persone che utilizzano il servizio finisce per diminuire. 
Contiamo un consultorio ogni 35.000 abitanti mentre dovrebbe essercene uno ogni 20.000 abitanti, come previsto dalla legge n. 34/96: uno ogni 10mila abitanti nelle zone rurali e uno 25.000 nelle zone urbane. È quello che emerge dalla prima fotografia realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità in quarant’anni di vita dei consultori italiani, che descrive la situazione del periodo pre-pandemico, il 2018-19. 

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Perché i vaccini ad adenovirus (AZ e JJ) sono diversi dagli altri?

Alla luce degli ultimi eventi avversi avvenuti in donne giovani a poca distanza dalla somministrazione del vaccino di AstraZeneca, negli ultimi giorni il Comitato Tecnico Scientifico ha deciso di proporre il vaccino solo alle persone con più di 60 anni. Raccomandazione che già c’era, ma che non essendo un divieto, aveva fatto sì che alcune regioni avessero continuato a somministrare il vaccino anche ai più giovani.

Ma che cosa differenzia questi vaccini ad Adenovirus da tutti gli altri approvati in Italia negli ultimi cento anni? Infodata ha voluto fare chiarezza, chiedendo a Massimo Clementi, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia dell’ Università Vita-Salute San Raffaele.

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Secondo voi quante persone sono morte di AIDS in Italia nel 2019?

Ogni anno in Italia muoiono di Aids oltre 500 persone, una cifra rimasta stabile negli ultimi anni, una media di 5 persone per provincia. Nel 2019 sono morte di Aids 571 persone e abbiamo avuto 0,9 nuovi casi per 100.000 residenti. 
Nel 70% si trattava di persone che non sapevano nemmeno di essere sieropositive. Dal 1982 a oggi sono stati segnalati 71.204 casi di Aids, di cui 45.861 morti prima del 2017. 
Sono passati esattamente 40 anni dalle prime diagnosi di Aids (sindrome da immunodeficienza acquisita), provocata dal virus dell’Hiv, che attacca il sistema immunitario.

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Comunicazione, vaccini ed effetti indesiderati

Stamane ho fatto una cosa che ultimamente preferisco fare poco: ho guardato i commenti al mio pezzo di ieri sui social del Sole 24 Ore, che rispetto ai miei profili catalizzano più pubblico e certamente persone al di fuori della mia bolla di conferma.

L’ho fatto perché l’articolo di ieri [Quante persone si sono contagiate nonostante il vaccino, su 24+] per me non è stato banale, né da pensare, né da fare. In un momento delicato della campagna vaccinale abbiamo voluto raccontare i dati di un rapporto ISS che contavano i contagi fra i vaccinati. Che sono lo 0,8%, quindi in sostanza pochi, pur non trattandosi di uno studio in laboratorio, ma di una survey nel mondo reale. I dati sono a mio avviso incoraggianti, e abbiamo cercato lungamente di contestualizzare i numeri.

Immaginavo tuttavia, come poi è stato, che tanta tanta gente avrebbe pensato e commentato “allora non mi vaccino”. Non posso dire che non mi tocchi leggere il commento di gente che dice “ok, ho appena rimandato il vaccino”. Chi mi conosce sa che per me questo lavoro non è fare intrattenimento, non sono della filosofia che quello che dico oggi chissene domani, tanto ci avvolgiamo il pesce. Mi sento responsabile di quello che dico, e mi va bene così. Mi va bene farmi troppi problemi rispetto a quanti se ne fanno mediamente i giornalisti.

Quando ho visto questo rapporto ISS mi sono interrogata dunque su che cosa fare: raccontare questi dati con il rischio di inevitabile fraintendimento? Lasciar stare? Qual è il servizio che sono chiamata nel mio miserrimo a fare?

Qualche giorno prima, mi ero trovata a discutere di questo aspetto in un convegno organizzato dal dipartimento di sociologia dell’Università di Padova, dove accanto a me – virtualmente – erano seduti colleghi giornalisti scientifici e docenti universitari. C’è stato un grande dibattito in particolare fra me e un docente su questo punto. Lui diceva che il nostro compito come giornalisti IN EMERGENZA, e lo scrivo in stampatello, è evitare di fare danni e quindi scegliere cosa raccontare. Evitando di raccontare cose che potrebbero creare problemi alla campagna vaccinale.

Sono anni che penso che il giornalista non sia un megafono ma una mente critica che decide, prendendosene la responsabilità, di che cosa parlare. Ma nonostante questo mi sono trovata in difficoltà ad accordarmi, in emergenza, a questa posizione.

Forse un anno fa non avrei raccontato questi dati. Oggi invece credo che il mio dovere sia raccontare ai cittadini i dati che ci sono, contestualizzandoli, con il rischio di effetti che io – ma soprattutto la politica – possiamo trovare “controproducenti”.

Chiaramente siamo su un filo di lama, perché si potrebbe dire “beh allora racconto qualsiasi obiezione”. No. Un buon giornalista se è in buona fede capisce quando una boiata non ha lo status di ipotesi, ad esempio. Cerca di diffondere l’informazione che considera solida e deontologicamente rilevante. Qui parliamo di dati ISS, di un rapporto che anche spiegato con attenzione (e ce l’ho messa tutta) può portare effetti “indesiderati”.

Ci ho pensato e ripensato. E la domanda che rimaneva in testa era: ma indesiderati a chi? Per te – Cristina- che cosa è più indesiderato? lo dico con il rischio di essere malamente fraintesa: per me la cosa più indesiderata è che si trattino le persone in modo paternalistico, che l’informazione decida cosa le persone “non capirebbero” o che che cosa potrebbe “allarmare” eccessivamente. Non mi convincono i facili entusiasmi e i facili ottimismi, preferisco il factcheck anche se dissonante.

Forse è questo che mi ha fatto scaldare nell’incontro patavino. Già. Ma non è facile, perché sono pienamente d’accordo che l’informazione non debba cavalcare gli allarmismi per fare i clic, come avviene sovente, o fare la corsa a chi pubblica prima, a scapito della completezza dell’informazione.

(Ripeto e ribadisco: parlo di un rapporto con dati ISS, per quanto parziali. Non di cose campate per aria.)

Alla fine ne è venuto un post onanistico, di quelli che detesto, ma pazienza. Parlo con tanta gente, a tanti eventi, e trovo che questo sia IL punto cruciale del dibattito su come fare informazione scientifica in pandemia. E a me un po’ manda in crisi, professionalmente, tutto questo.

Attendo, se vi va, la vostra esperienza.

Grazie

C.