Vivere senza stomaco dopo un tumore

VITE PAZIENTI – “Dall’esterno viene da pensare che sia impossibile vivere senza stomaco, e invece fortunatamente non è così. Il nostro socio più anziano, Salvatore, ha più di 80 anni e vive senza stomaco da anni suonando la sua fisarmonica, così come il nostro segretario Gianluigi. Il problema è che si tratta di una vita faticosa, dove il mangiare e il digerire diventano attività intorno cui ruotano le nostre giornate.

Nonostante ciò, il percorso di cura spesso non prevede la presenza di un nutrizionista in grado di seguire il paziente dall’intervento in poi, in grado di guidarlo in questa fase di così profondo cambiamento. Se vuoi il nutrizionista lo devi cercare in autonomia, a volte pagandolo di tasca propria, spesse volte imparando a conoscere il tuo nuovo corpo insieme a lui”.

Parla velocemente Claudia, con il suo caldo accento emiliano, mentre mi racconta della sua nuova vita cominciata dieci anni fa dopo una gastrectomia totale dello stomaco in seguito a un tumore. Claudia è di corsa, sono le dieci di mattina e sta ultimando i preparativi per iniziare il nuovo anno scolastico. Lei è insegnante ed è anche la presidente dell’associazione nazionale Vivere Senza Stomaco si può Onlus.

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Part-time e asilo nido: spesso alle donne non conviene lavorare

Secondo quanto era emerso da un rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro del 2017, delle 30 mila donne che si sono licenziate nel 2016 il 5 per cento (1500 donne) l’aveva fatto per i costi troppo elevati nella gestione dei figli, a cui si aggiunge un altro 20 per cento (6000 donne) che si è licenziato perché non aveva modo di portare il bambino all’asilo nido per mancanza di posti. Oggi solo il 55 per cento delle madri italiane lavora, il 7 per cento è in cerca di lavoro e mentre il 36 per cento è inattiva. Fra coloro che lavorano, il 40 per cento ha un contratto part-time e per quasi la metà dei casi non si è trattato di una scelta volontaria ( Dati Istat )

Nel primo trimestre 2018 ( dati Istat ) in Italia lavorano 6 donne su 10 fra i 35 e i 44 anni, ma le differenze geografiche sono fortissime: lavora il 74 per cento delle donne al nord, il 66 per cento nelle regioni del centro e solo il 40 per cento nel meridione. Toccare il tema complesso del lavoro femminile è scoperchiare un vaso di Pandora, ma forse si può cominciare chiedendosi se in Italia oggi a una giovane madre che lavora “nell’esecutivo” convenga davvero lavorare part-time rispetto a non lavorare proprio, quando di mezzo c’è una retta del nido. Anche alla luce del fatto che in media una donna guadagna il 12 per cento in meno di un collega uomo a parità di mansione, e senza dimenticare che quando finisce il nido inizia il salasso dei centri estivi .

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Antidepressivi e ansiolitici: quanto costa l’ansia agli italiani?

Le benzodiazepine, una classe particolare di psicofarmaci, ha rappresentato nel 2017 la prima voce di spesa fra i farmaci di classe C, cioè a carico del cittadino: 348 milioni di euro spesi. Spendiamo per il trattamento dell’ansia più di quanto spendiamo per curare la disfunzione erettile, al secondo posto con 255 milioni di euro e di quanto spendiamo in contraccezione (preservativi esclusi), cioè 250 milioni di euro.
L’ultimo rapporto OSMED di AIFA pubblicato a luglio ha contato nel 2017 47,9 DDD/1000 ab die (dosi assunte per 1000 abitanti ogni giorno), di cui 25 DDD di benzodiazepine con funzione ansiolitica, 18 DDD con funzione ipnotica e 4,3 sedativa. Si tratta di un consumo in crescita negli ultimi anni. Fra le sostanze che vanno per la maggiore, con 13 DDD/1000 ab die primeggia come consumo il lormetazepam (noto con il nome commerciale di Minias), impiegato esclusivamente per i disturbi dell’addormentamento e della continuità del sonno su base ansiosa. A seguire con 10 DDD/1000 ab die troviamo il lorazepam (noto con il nome commerciale di Tavor o Control), prescritto contro ansia e insonnia. Infine, al terzo posto si trova con 8,7 DDD/1000 ab die l’alprazolam (noto con i nomi commerciali di Xanax, Frontal, Valeans o anche come farmaco equivalente).

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Malattie professionali, quasi 60mila denunciati. Ecco cosa rivelano gli open dati Inail

Sono 58.029 i casi di malattia professionale denunciati in Italia nel 2017, per un totale di 42.965 persone coinvolte, numeri stabili dal 2014 a oggi. Sono in calo però le persone che hanno ricevuto esito positivo alle loro domande di riconoscimento di malattia professionale: nel 2013 erano il 49% del totale, nel 2014 il 47%, nel 2015 il 45% nel 2016 il 42% e solo il 37% nel 2017. In numero assoluto siamo passati dalle 20 mila domande accolte nel 2015 alle poco più di 15 mila del 2017.
Se osserviamo non più il numero di lavoratori, ma le cifre sui casi di infortunio, le risposte positive nel 2017 sono state solo una su 3, ed è facile pensare che il numero di denunce sia una sottostima rispetto all’effettiva prevalenza di malattie professionali, spesso non dichiarate.Sono i dati resi noti recentemente da INAIL h sulle malattie professionali (non stiamo parlando di incidenti sul lavoro) che fanno il punto al 31.12.2017.

19301 sono le denunce protocollate nel 2017 al nord (in particolare 6409 in Emilia Romagna, 3871 in Lombardia e 3524 in Veneto), 18808 quelle registrate nelle regioni del centro e 19920 le denunce presentate nel Meridione. Colpiscono in particolare alcuni casi, come quello delle Marche, dove si sono contate 5359 denunce, molto di più di regioni ben più popolose, come il Lazio che ne ha contate 2657 con una popolazione quasi 5 volte maggiore. Oppure l’Abruzzo che conta 4381 denunce solo nel 2017.
In numero assoluto in ordine per numero di denunce troviamo la Toscana con 7776 denunce, l’Emilia Romagna con 6409, le Marche con 5259, la Sardegna con 4640, l’Abruzzo con 4381, la Lombardia con 3871, il Lazio con 3657 e il Veneto con 3524, la Puglia con 3150, la Campania con 3084, la Calabria con 2212, l’Umbria con 2016, il Piemonte con 1947, il Friuli Venezia Giulia con 1822, la Sicilia con 1585, la Liguria con 1055, e infine con meno di mille denunce la Basilicata (651), la Provincia Autonoma di Trento (374), quella di Bolzano (226) e il Molise (217).

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