Un lungo saluto: vivere la malattia mitocondriale di un figlio

“Mi sono chiesta spesso se avrei pensato a un altro figlio sapendo che poteva nascere con la stessa malattia incurabile di Francesco. La vita ha fatto sì che il problema non si ponesse, perché quando mio figlio ha ricevuto la sua diagnosi definitiva nel frattempo ero già diventata mamma di una bimba che aveva allora un anno e mezzo, e che fortunatamente non ha la mutazione genetica che origina la malattia mitocondriale.

Alla fine penso che no, non avrei rischiato consapevolmente, perché anche se sono passati nove anni da quando mio figlio è mancato, io un senso di quello che è capitato non lo trovo. Eventualmente sento di avere un compito: fare qualcosa per gli altri, cosa che ho messo in atto attraverso l’associazione Mitocon che ho contribuito a creare  nel 2007. Ma nessuna ragione, solo una sofferenza atroce e una vita che non è vita. Io non lo so come ho fatto a vivere quegli anni senza capitolare, facendo notti e giorni di fila senza dormire per l’ossessione di addormentarmi e non sentire il suono del saturimetro. Non so dove ho trovato quella forza.”

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Due dollari a persona per combattere l’antibiotico resistenza

Allarme sempre più rosso. Secondo le stime proposte recentemente da OCSE in dieci anni in Italia la proporzione di infezioni resistenti agli antibiotici è praticamente raddoppiata, crescendo dal 17% del 2005 al 30% del 2015, mentre la media europea è passata dal 14% al 17%. Siamo al primo posto di tutte le tristi classifiche: per tasso di mortalità per antibiotico resistenza, per anni di vita persi in salute, per giorni extra di ospedalizzazione dovuti a questo problema.
Parliamo di 10.780 italiani deceduti ogni anno a causa di un’infezione da uno degli otto batteri antibiotico resistenti e si ritiene che nei prossimi 30 anni moriranno per questo motivo 450 mila persone. Per fare un paragone si tratta di un italiano attualmente vivente su 130.

Nei paesi in via di sviluppo le cose vanno ancora peggio: la resistenza è già elevata e si prospetta crescerà a gran velocità. In Brasile, Indonesia e Russia per esempio fra il 40% e il 60% delle infezioni sono attualmente resistenti ai farmaci. Percentuali ben distanti dal 17% della media OCSE.

Eppure, secondo il modello utilizzato dagli esperti OCSE, tre su quattro di queste morti sarebbero evitabili con soli due dollari investiti a persona all’anno per potenziare le misure di prevenzione basate sull’igiene, su campagne mediatiche di promozione di buone pratiche, su una diagnostica più efficace e – elemento cruciale – su una prescrizione finalmente più prudente degli antibiotici.
L’Europa Meridionale è drammaticamente interessata da questo fenomeno: oltre all’Italia, anche la Grecia e il Portogallo sono in cima alla lista dei paesi OCSE per il tasso di mortalità da AMR.

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Alla carne artificiale manca la ricerca di base

Stando a sentire gli industriali che vi si stanno dedicando – per esempio Mosa Meat, la start-up olandese che produce hamburger in laboratorio – la possibilità di produrre carne artificialmente, in laboratorio, liberando gli animali da questa mannaia, è sempre più concreta. Il parere dei ricercatori è invece più cauto: permangono ancora troppi ostacoli tecnici dovuti alla mancanza di un’adeguata ricerca di base, che è conseguenza di investimenti troppo scarsi da parte del mondo accademico e delle istituzioni. Negli ultimi due anni, le start-up di “clean meat” hanno raccolto decine di milioni di dollari da miliardari come Bill Gates e Richard Branson e dai giganti dell’agricoltura Cargill e Tyson. Eppure, nonostante il crescente interesse commerciale i critici sostengono che l’industria non ha molte delle competenze scientifiche e ingegneristiche necessarie per produrre carne artificiale davvero di qualità a prezzi di mercato. C’è poi l’eterno problema di questi casi: i progressi fatti dalle ditte commerciali sono spesso protetti come segreti commerciali.

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È ora di ribellarci al tempo

SALUTE – “Perché ci ribelliamo” è il titolo emblematico che Victor Montori, medico presso la nota Mayo Clinic americana, ha scelto per il suo nuovo libro, uscito in queste settimane a cura de Il Pensiero Scientifico Editore. L’idea di fondo, innovativa, di Montori è che senza fare la rivoluzione non è più possibile pensare a una cura che sia davvero attenta e premurosa – per citare il sottotitolo – verso il paziente. Chiaramente Montori non si riferisce alla messa a soqquadro del sistema sanitario, ma a una necessaria ricalibrazione delle tempistiche per decostruire l’”industrializzazione della medicina”, che implica sempre meno tempo da dedicare al paziente e sempre di più per alimentare il sistema, che giustamente si fa via via più informatizzato, e che trasforma piano piano, in modo impercettibile, il medico o l’infermiere in utenti.

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