Ictus: effettuato solo il 70% degli interventi possibili. In alcuni regioni molto meno

Secondo la più recente determina di AIFA in materia di ictus, per massimizzare l’efficacia della terapia è necessario che l’intervento di trombolisi venga eseguito al massimo entro 4 ore e mezza dai primi sintomi, e nel caso dei pazienti ultra ottantenni entro le 3 ore. Eppure stando a quanto emerge dai dati delle Schede di Dimissione Ospedialiera del Ministero della Salute, su 100 mila persone con ictus ricoverate nel 2017 ne sarebbero state eseguite solo 10.500: il 73% di quelle che avrebbero dovuto essere effettuate in base alle stime. Solo il 60% circa dei primi ictus arriva in ospedale entro le 4,5 ore dall’esordio dei primi sintomi, e solo uno su quattro di essi sarebbe candidabile per ricevere la trombolisi. Ne consegue che sarebbero circa 14 mila i possibili candidati ogni anno, considerati anche i pazienti recidivi. La cattiva notizia è quindi che il numero è ancora insufficiente, quella buona che si registra un incremento del 60% rispetto al 2013 e del 20% solo rispetto all’anno precedente.

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Eliminare l’epatite entro il 2030 è davvero possibile?

In queste settimane la nota rivista The Lancet ha pubblicato i lavori prodotti da una commissionelanciata nel 2016 per valutare l’attuale situazione globale della diffusione dell’epatite e di identificare le priorità, per paesi, regioni e a livello mondiale. Obiettivo: eliminare questa malattia dalla faccia della terra nei prossimi decenni, anzitutto raggiungendo gli ambiziosi propositi fissati dalle Nazioni Unite di riduzione della mortalità correlata all’epatite del 65% e delle nuove infezioni del 90% entro il 2030.

Sono obiettivi realizzabili?

Secondo quanto scrive nel suo editoriale Rob Brierley, caporedattore di The Lancet Gastroenterology, entro il 2030 sarebbe addirittura possibile eliminare completamente ogni forma di epatite nel mondo, nonostante i pessimi risultati di oggi. La diagnosi di epatite virale rappresenta una barriera significativa all’eliminazione. Solo il 10% dei 292 milioni stimati di persone che vivono con infezione cronica da Epatite B erano a conoscenza del loro status nel 2016, e solo il 20% dei 71 milioni di individui con infezione cronica da Epatite C. I trattati poi sono ancora di meno. Ogni anno, l’epatite virale uccide 1,34 milioni di persone, che è paragonabile a decessi dovuti a HIV/AIDS, malaria e tubercolosi. Lo sviluppo di una nuova diagnostica accessibile è essenziale, così come la loro più ampia integrazione nei sistemi di assistenza sanitaria, piuttosto che essere limitati ai centri specializzati. “Il coinvolgimento della società civile è essenziale” scrive Brierley.

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Social media e salute mentale negli adolescenti

Si dà in qualche modo per scontato che l’uso dei social network impatti in maniera alienante sulla vita dei più giovani. Le evidenze confermano questa lettura, che fa dei social – paradossalmente – un mezzo per creare monadi impazzite invece che nodi della rete. Si parla spesso di isolamento, di mancanza di empatia, di valorizzazione dell’indifferenza. Tuttavia, non sono così noti i meccanismi clinici alla base dell’influenza negativa che i social media hanno sugli adolescenti, che pure sono importantissimi, dal momento che la salute mentale è uno dei maggiori problemi del nostro tempo. L’OCSE ha stimato che un europeo su sei soffra di una qualche forma di disagio mentale e che la probabilità che capiti a ognuno di noi una volta nella vita è del 50%.

A questo proposito uno studio pubblicato su The Lancet ha analizzato dati provenienti da Millennium Cohort Study del Regno Unito, che include 10.904 ragazzi di 14 anni, esaminando se l’uso dei social media è associato ai sintomi depressivi e alla prevalenza di molestie online, mancanza di sonno, autostima.

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Acalasia esofagea: la storia di Celeste

Inizialmente Celeste non ha fatto caso a quei dolori al petto. “Sarà lo stress”, “prendi troppo a cuore questo compito in classe”, “smetti di abbuffarti così”. Dall’esterno è difficile capire la peculiarità di quei dolori lancinanti, che partono dal torace ma arrivano a tirarti la nuca, le orecchie, a bloccarti i denti, il respiro.

Ci sono voluti vent’anni per capire che quelle fitte, unite alla difficoltà di deglutire e poi via via a sintomi sempre più strani, non erano stress. Si trattava invece di acalasia esofagea. “Ho iniziato davvero a spaventarmi quando una notte mi sono svegliata e mi sono accorta di avere pezzi di cibo masticato nel naso. Ho sentito il naso otturato, ma non mi sono preoccupata finché soffiando mi sono trovata nel fazzoletto pezzi del cibo che avevo mangiato il giorno prima”. A parlare è Celeste Napolitano, 34 anni, napoletana di professione editor, che da 14 anni non solo convive con la malattia, ma con la sua energia partenopea ha portato l’acalasia, per così dire, alla ribalta.

È grazie a Celeste se esiste Amae Onlus, la prima Associazione di Pazienti italiana.

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