Accoglie una chiacchierata con Marco Belpoliti, che ho avuto la fortuna di fare un paio di mesi fa.
C’è anche un ricordo di Giulia Niccolai, che ci ha lasciati proprio mentre queste pagine andavano in stampa.
[È scritto in prima persona, cosa che non posso fare quasi mai, ma che è il modo per me più naturale di esprimermi. Quindi grazie ragazzi per avermi lasciata fare…]
Stamane ho fatto una cosa che ultimamente preferisco fare poco: ho guardato i commenti al mio pezzo di ieri sui social del Sole 24 Ore, che rispetto ai miei profili catalizzano più pubblico e certamente persone al di fuori della mia bolla di conferma.
L’ho fatto perché l’articolo di ieri [Quante persone si sono contagiate nonostante il vaccino, su 24+] per me non è stato banale, né da pensare, né da fare. In un momento delicato della campagna vaccinale abbiamo voluto raccontare i dati di un rapporto ISS che contavano i contagi fra i vaccinati. Che sono lo 0,8%, quindi in sostanza pochi, pur non trattandosi di uno studio in laboratorio, ma di una survey nel mondo reale. I dati sono a mio avviso incoraggianti, e abbiamo cercato lungamente di contestualizzare i numeri.
Immaginavo tuttavia, come poi è stato, che tanta tanta gente avrebbe pensato e commentato “allora non mi vaccino”. Non posso dire che non mi tocchi leggere il commento di gente che dice “ok, ho appena rimandato il vaccino”. Chi mi conosce sa che per me questo lavoro non è fare intrattenimento, non sono della filosofia che quello che dico oggi chissene domani, tanto ci avvolgiamo il pesce. Mi sento responsabile di quello che dico, e mi va bene così. Mi va bene farmi troppi problemi rispetto a quanti se ne fanno mediamente i giornalisti.
Quando ho visto questo rapporto ISS mi sono interrogata dunque su che cosa fare: raccontare questi dati con il rischio di inevitabile fraintendimento? Lasciar stare? Qual è il servizio che sono chiamata nel mio miserrimo a fare?
Qualche giorno prima, mi ero trovata a discutere di questo aspetto in un convegno organizzato dal dipartimento di sociologia dell’Università di Padova, dove accanto a me – virtualmente – erano seduti colleghi giornalisti scientifici e docenti universitari. C’è stato un grande dibattito in particolare fra me e un docente su questo punto. Lui diceva che il nostro compito come giornalisti IN EMERGENZA, e lo scrivo in stampatello, è evitare di fare danni e quindi scegliere cosa raccontare. Evitando di raccontare cose che potrebbero creare problemi alla campagna vaccinale.
Sono anni che penso che il giornalista non sia un megafono ma una mente critica che decide, prendendosene la responsabilità, di che cosa parlare. Ma nonostante questo mi sono trovata in difficoltà ad accordarmi, in emergenza, a questa posizione.
Forse un anno fa non avrei raccontato questi dati. Oggi invece credo che il mio dovere sia raccontare ai cittadini i dati che ci sono, contestualizzandoli, con il rischio di effetti che io – ma soprattutto la politica – possiamo trovare “controproducenti”.
Chiaramente siamo su un filo di lama, perché si potrebbe dire “beh allora racconto qualsiasi obiezione”. No. Un buon giornalista se è in buona fede capisce quando una boiata non ha lo status di ipotesi, ad esempio. Cerca di diffondere l’informazione che considera solida e deontologicamente rilevante. Qui parliamo di dati ISS, di un rapporto che anche spiegato con attenzione (e ce l’ho messa tutta) può portare effetti “indesiderati”.
Ci ho pensato e ripensato. E la domanda che rimaneva in testa era: ma indesiderati a chi? Per te – Cristina- che cosa è più indesiderato? lo dico con il rischio di essere malamente fraintesa: per me la cosa più indesiderata è che si trattino le persone in modo paternalistico, che l’informazione decida cosa le persone “non capirebbero” o che che cosa potrebbe “allarmare” eccessivamente. Non mi convincono i facili entusiasmi e i facili ottimismi, preferisco il factcheck anche se dissonante.
Forse è questo che mi ha fatto scaldare nell’incontro patavino. Già. Ma non è facile, perché sono pienamente d’accordo che l’informazione non debba cavalcare gli allarmismi per fare i clic, come avviene sovente, o fare la corsa a chi pubblica prima, a scapito della completezza dell’informazione.
(Ripeto e ribadisco: parlo di un rapporto con dati ISS, per quanto parziali. Non di cose campate per aria.)
Alla fine ne è venuto un post onanistico, di quelli che detesto, ma pazienza. Parlo con tanta gente, a tanti eventi, e trovo che questo sia IL punto cruciale del dibattito su come fare informazione scientifica in pandemia. E a me un po’ manda in crisi, professionalmente, tutto questo.
In questi giorni finalmente il Senato ha approvato un emendamento proposto dal senatore Roberto Rampi (PD)che stabilisce che anche la laurea Magistrale in Scienze delle Religioni delle università pubbliche (codice LM-64) potrà dare l’accesso al concorso per gli insegnamenti di Storia, Filosofia, Scienze Umane, Materie Umanistiche alle medie. Di fatto finalmente ha reso la laurea Magistrale in Scienze delle Religioni equivalente alla laurea magistrale in Scienze storiche, a quella in Scienze filosofiche e alla laurea in Antropologia culturale ed etnologia.
Putiferio. Come c’era da aspettarsi, fra politici e giornalisti ha parlato solo chi non ha capito niente, e sono fioccati gli articoli sulla “Riconquista clericale della scuola”, i post Facebook indignati.
Problema: tutti quelli che hanno parlato screditando la scelta hanno confuso Scienze delle Religioni (Corso di Laurea delle Università pubbliche) con le lauree in Scienze Religiose, corsi elargiti in Italia da atenei pontifici, Università pontificie, Facoltà teologiche, Istituti Superiori di Scienze Religiose ISSR (che sono istituzioni diverse, ma non pretendiamo tanta minuzia), ma anche da università religiose non cattoliche.
Una volta per tutte: i corsi di laurea in Scienze delle Religioni sono di fatto corsi di laurea in Storia che si focalizzano sullo studio del fenomeno religioso, dal punto di vista appunto storico, antropologico, filosofico, artistico. C’è chi studia il religioso: prima di tutto se ha senso parlarne, e poi con quali strumenti possiamo farlo (la filologia, la sociologia, l’antropologia…). C’è chi studia una religione specifica, che può essere quella cristiana, in tutte le sue forme, quella ebraica, quella induista, quella sciamanica, quella buddista. Insomma: nessuno vuole convincerti che dio esiste o che lo devi cercare, se è questo che spaventa. Non ci sono mani vaticane nei corsi di laurea delle università pubbliche in Scienze delle Religioni.
Era paradossale che i laureati in LM-64 non fossero abilitati, previo soddisfacimento dei cfu richiesti, all’insegnamento di materie che conoscono esattamente come i laureati in filosofia, in storia. E quindi finalmente qualcuno ha messo a posto l’assurdità.
Morale della favola, frasi come queste, prese da un articolo uscito il 19 maggio 2021 su Micromega, sono scorrette: “Una manna “rampina”, se pensiamo che gli sbocchi lavorativi codificati per i laureati in Scienze delle religioni erano quelli di mediatori e comunicatori in materia religiosa, nonché titolo (previo placet dell’ordinario diocesano) per l’insegnamento della religione cattolica.” Questa frase si riferisce alle già citate lauree in Scienze Religiose, non alle Scienze delle religioni! Ecco: spero di averlo scritto abbastanza chiaramente e una volta per tutte. Almeno cerchiamo di capire Dove siamo e di non dire falsità.
Farei comunque anche un altro passo avanti. Trovo svilente non riuscire a concepire che si possa studiare il fenomeno religioso solo come DNA del nostro passato e presente, perché significa non essersi resi conto che le lauree in filosofia, antropologia, storia, per esempio, sono al 90% studio del pensiero religioso. Platone, Agostino, la Scolastica, Pascal, Spinoza, Hegel. Ma anche Galileo: di cosa parlavano se non di dove collocare la ricerca del religioso accanto alla nostra miserabile vita, e come connotarla? Mentre scrivo sono in imbarazzo da questa banalizzazione che faccio, ma in una riga tanto di meglio non riesco a fare.
Inoltre, vorrei far porre mentre al fatto che se la mettiamo in termini di presenza di eminenze grigie all’interno del mondo dell’università pubblica, nessuno si è mai scandalizzato della presenza di docenti universitari negli atenei pubblici che insegnano materie come Filosofia Teoretica o Filosofia Morale, palesemente Cattolici. E meno male! E lo dico a ragion veduta, per esperienza personale.
Personalmente dopo tre lauree (Filosofia, Logica Matematica, e sì una laurea in Scienze delle Religioni che sto per concludere), da persona di sinistra, e che non frequenta la chiesa come la intende la sinistra illuminata, ho capito che a spaventare non deve essere l’ascolto di chi eventualmente ha fede (tutte le fedi), ma di chi si sente minacciato da altre voci.
Le scorse settimane mi sono fatta stampare qualche nuova maglietta, fra cui questa, con l’immagine di Tina Merlin, prima partigiana e poi “quella del Vajont”. Oggi è il 25 aprile, e la guardo prima di metterla, perché sinceramente sono in imbarazzo. Che significato ha oggi la resistenza nelle nostre vite? Non mi riferisco alla resistenza come momento storico, ma al concetto.
L’ho visto banalizzato nell’ultimo anno, nel non permettere a nessuno di mettermi una mascherina, o di chiudermi in casa, come se si potesse paragonare la resistenza a un’oppressione fascista o legata all’etnia che era in nostro potere abbattere disubbidendo, con la presenza di un virus che non è in nostro potere eliminare con la disubbidienza, anzi.
Comunque non parte da lì il mio imbarazzo, quanto dal fatto che mi turba l’incoerenza, parlo prima di tutto della mia. Mi turba usare un pensiero come uno stendardo, senza che si incarni davvero. Ci ho messo 20 anni a focalizzarlo, ma il pensiero non incarnato mi turba, sì. Oggi, in Italia, dov’è la Resistenza? Chi di noi Resiste, mette in gioco tutto di sé, o quasi? C’è qualcuno, per esempio resistono i disubbidienti in val di Susa, donne e uomini, anche anziani, che si fanno il carcere per non piegarsi. Anche alcuni ambientalisti, ma solo alcuni: la maggior parte condivide post sui social.
E gli altri? E noi? “Ora e sempre Resistenza”, ma de che? Io in che cosa resisto? La risposta che mi sto dando è che forse possiamo “resistere” oggi provando a commisurare quello che diamo in termini di tempo, di aiuto, anche economico, in modo s-bilanciato, cioè senza pretendere che la somma delle forze dia zero. Se voglio aiutare qualcuno, o qualcosa, lo faccio e basta, senza considerare il tornaconto e prima ancora essere “coperto/a delle spese”. Svincolarsi dal dovere di calcolare sempre il “ritorno” nelle proprie scelte. Scegliere focalizzandosi primariamente sul perché di quella direzione. Lasciar andare (tempo, denaro, idee) anche se non conviene. Più ci penso più mi sembra una Liberazione, contraria alle logiche che ci circondano in qualsiasi ambito che si basano sempre sempre sempre sul Ritorno dell’Investimento. Che va bene per molti aspetti per far girare la ruota che ci siamo scelti, ma che non è l’unica logica possibile delle nostre vite.
Io sono stata fortunata: ho avuto 3 anni fa il privilegio enorme di essermi trovata nella condizione mio malgrado di provare questa differenza, e devo dire che mi ha cambiato radicalmente lo sguardo. Ma sono comunque in imbarazzo.
Chiaramente non mi riferisco al lavoro, che va retribuito coerentemente per evitare lo sfruttamento del lavoro povero. (Anche lì: chi si sta battendo concretamente per contrastare il lavoro povero di uomini e donne che è la forma più banale di ingiustizia?)
Questa intuizione non è assolutamente mia, ci sono decenni di riflessioni (per es nell’ambito dell’economia civile) che piano piano sto approfondendo, e che mi sembrano la cosa più vicina a una Resistenza che oggi, così impoveriti nello spirito dalle comodità della vita, siamo in grado di pensare. Per il resto, non vedo oggi altre incarnazioni possibili del concetto di Resistenza.
Non vedo altre similitudini fra il loro mondo e il nostro, né coerenza nell’identificarsi con un “ora e sempre Resistenza”.