25 aprile. Quale Resistenza ci resta?

Le scorse settimane mi sono fatta stampare qualche nuova maglietta, fra cui questa, con l’immagine di Tina Merlin, prima partigiana e poi “quella del Vajont”. Oggi è il 25 aprile, e la guardo prima di metterla, perché sinceramente sono in imbarazzo. Che significato ha oggi la resistenza nelle nostre vite? Non mi riferisco alla resistenza come momento storico, ma al concetto.

L’ho visto banalizzato nell’ultimo anno, nel non permettere a nessuno di mettermi una mascherina, o di chiudermi in casa, come se si potesse paragonare la resistenza a un’oppressione fascista o legata all’etnia che era in nostro potere abbattere disubbidendo, con la presenza di un virus che non è in nostro potere eliminare con la disubbidienza, anzi.

Comunque non parte da lì il mio imbarazzo, quanto dal fatto che mi turba l’incoerenza, parlo prima di tutto della mia. Mi turba usare un pensiero come uno stendardo, senza che si incarni davvero. Ci ho messo 20 anni a focalizzarlo, ma il pensiero non incarnato mi turba, sì. Oggi, in Italia, dov’è la Resistenza? Chi di noi Resiste, mette in gioco tutto di sé, o quasi? C’è qualcuno, per esempio resistono i disubbidienti in val di Susa, donne e uomini, anche anziani, che si fanno il carcere per non piegarsi. Anche alcuni ambientalisti, ma solo alcuni: la maggior parte condivide post sui social.

E gli altri? E noi? “Ora e sempre Resistenza”, ma de che? Io in che cosa resisto? La risposta che mi sto dando è che forse possiamo “resistere” oggi provando a commisurare quello che diamo in termini di tempo, di aiuto, anche economico, in modo s-bilanciato, cioè senza pretendere che la somma delle forze dia zero. Se voglio aiutare qualcuno, o qualcosa, lo faccio e basta, senza considerare il tornaconto e prima ancora essere “coperto/a delle spese”. Svincolarsi dal dovere di calcolare sempre il “ritorno” nelle proprie scelte. Scegliere focalizzandosi primariamente sul perché di quella direzione. Lasciar andare (tempo, denaro, idee) anche se non conviene. Più ci penso più mi sembra una Liberazione, contraria alle logiche che ci circondano in qualsiasi ambito che si basano sempre sempre sempre sul Ritorno dell’Investimento. Che va bene per molti aspetti per far girare la ruota che ci siamo scelti, ma che non è l’unica logica possibile delle nostre vite.

Io sono stata fortunata: ho avuto 3 anni fa il privilegio enorme di essermi trovata nella condizione mio malgrado di provare questa differenza, e devo dire che mi ha cambiato radicalmente lo sguardo. Ma sono comunque in imbarazzo.

Chiaramente non mi riferisco al lavoro, che va retribuito coerentemente per evitare lo sfruttamento del lavoro povero. (Anche lì: chi si sta battendo concretamente per contrastare il lavoro povero di uomini e donne che è la forma più banale di ingiustizia?)

Questa intuizione non è assolutamente mia, ci sono decenni di riflessioni (per es nell’ambito dell’economia civile) che piano piano sto approfondendo, e che mi sembrano la cosa più vicina a una Resistenza che oggi, così impoveriti nello spirito dalle comodità della vita, siamo in grado di pensare. Per il resto, non vedo oggi altre incarnazioni possibili del concetto di Resistenza.

Non vedo altre similitudini fra il loro mondo e il nostro, né coerenza nell’identificarsi con un “ora e sempre Resistenza”.

Buon 25 aprile

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