No xe Smart Working, xe #MonaWorking

Cossa che no xe al Smart working, e parché me par pì #MonaWorking.
(Cose che ho visto in questi due mesi con amici e parenti che lavorano in fabbrica, in salsa veneta).

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare da casa, ma chi non aveva il wifi la chiavetta se la deve pagare da sé, come il telefono. “Però risparmi sulla benzina, quindi ok”.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare solo 4 ore al giorno da casa, ma poi pretendere che il lavoro venga finito entro la giornata, come quando si lavorano 8 ore –> alla fine lavori 4 ore gratis, perché hai paura che un giorno “se ne ricorderanno”.

Problema: se il lavoro che fanno in 3 persone per 8 ore al giorno viene fatto da 3 persone per 4 ore al giorno, di quante persone penserà di aver bisogno un’azienda finita la pandemia?

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare “smart” ma poi comunque la pausa la devi fare dalle 10 alle 10.15, iniziare alle 8 in punto e finire alle 17.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare come al solito, ma che essendo “smart working” per contratto non esistono gli straordinari. Pagati.

Ecco, sono solo alcuni esempi.

Ma – e al digo mi che fae smart working da 7 ani: vardé che Smart Working xe n’altra roba. Sto qua me par pì Mona working.
Smart working xe empowerment del lavoratore, xe formasion, xe laorar per progetto e organisarse ‘a vita fra de noi par far funsionar ‘e robe, xe che se ti laori de pi ti pago de pi anca si te se sentà sul cesso mentre che ti produsi de pì del pattuito, fioi!

Bon 1 magio!

E tu, hai esperienze di MonaWorking da segnalare? Puoi farlo su twitter con l’hashtag #MonaWorking o commentando il mio thread o su Facebook commentando il post.

Critiche comprensive. Pazienza e bontà. 

“26 febbraio 1927.
Ci vorrà pazienza ed io pazienza ne posseggo a tonnellate, a vagoni, a case (ti ricordi come diceva Carlo quando era piccino e mangiava qualche dolce saporito? «Ne vorrei cento case»; io di pazienza ne ho kentu domus e prus).

Dovrai tu aver pazienza e bontà, però. La tua lettera invece mi pare che mi ti mostri in tutt’altro stato d’animo. Scrivi che ti senti vecchia ecc. Ebbene, io sono sicuro che tu sei ancora molto forte e resistente, nonostante la tua età e i grandi dolori e le grandi fatiche che hai dovuto attraversare.

Corrias, corriazzu, ti ricordi? Sono sicuro che ci vedremo ancora tutti assieme, figli, nipoti e forse, chissà, pronipoti, e faremo un grandissimo pranzo con kulurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu sigada (non di quei fichi secchi, però, di quella famosa zia Maria di Tadasuni). Credi che a Delio piaceranno i pirichittos e le pippias de zuccuru? Penso di sí e che anche lui dirà di volerne cento case; non puoi credere quanto rassomigli a Mario e a Carlo bambini, per quanto io ricordi, specialmente a Carlo, a parte il naso che Carlo aveva allora appena rudimentale.

Qualche volta penso a tutte queste cose e mi piace di ricordare i fatti e le scene della fanciullezza: ci trovo molti dolori e molte sofferenze, è vero, ma anche qualcosa di allegro e di bello. E poi ci sei sempre tu, cara mamma, e le tue mani sempre affaccendate per noi, per alleviarci le pene e per trarre una qualche utilità da ogni cosa. Ti ricordi i miei agguati per avere il caffè buono, senza orzo e altre porcherie del genere?”

Lo scriveva Gramsci, e pochi di noi italiani vivono una situazione paragonabile alla sua.

Molti omissis ieri sera, 26 aprile 2020, nel discorso di Conte sulla Fase 2 del nostro lockdown per il COVID-19. Il maggiore – a mio avviso – riguarda come gestire i figli piccoli se tu devi tornare al lavoro. Tu donna, specialmente.
Tuttavia, nel complesso direi che mi sento sollevata, data la situazione, che ci sia stata l’intelligenza di mantenere saldi certi divieti. Io mi sono comunque svegliata con la contentezza di poter rivedere la mia famiglia dopo due mesi, di poter ripasseggiare nel mio bosco, e guardare le mie montagne a Longarone. Per il resto, il tempo verrà.

Sarà che ho scelto di essere un’ottimista, sempre, positiva fino all’utopia, ma penso che possiamo anche decidere di criticare quello che va criticato, ma anche di essere comprensivi con chi sta cercando di trovare una quadra.
Non sono per nulla contenta di quel che vedo scritto stamane, a partire dalla retorica dello “stanno (chi?) rubando il futuro ai nostri figli” da parte di chi fra noi invece dovrebbe farsi guida, incoraggiamento, sentinella, in questo momento difficile.

Coraggio, che torneremo a danzare, siamo una specie resiliente!

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Henri Matisse, La danza

Profezie pandemiche

In queste lunghe settimane, che sono ormai due mesi, è sempre più difficile per me fare questo mestiere. Non so cosa voglio dire, cosa devo dire.
Abbiamo imparato che il giornalista per essere bravo deve saper essere un po’ profeta, un buon profeta. C’è la corsa a essere la sentinella che si arrampica più in alto sull’albero maestro della nave.
C’è una frase attribuita a Niels Bohr, che però a quanto pare non è sua, che dice «È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro». Bohr è stato parte centrale della mia prima tesi di laurea, e ci sono da sempre affezionata.
Le previsioni, come le ho sempre intese nel io piccolo lavoro, altro non sono che immaginare correlazioni. Dico proprio immaginare, perché alla fine nella scelta di un taglio o di un altro nei nostri pezzi siamo sempre guidati da un’intuizione. Spesso sbagliata, brodaglia.

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

Eh Dante. Mentre per dirla con quel genio di Guzzanti: “La risposta è dentro di te, ma è sbagliata”.

Forse molto banalmente io non sono una buona profetessa, anzi in realtà l’ho sempre pensato, non solo nei grandi Fatti, ma anche nella mia vita spicciola. Ogni volta che sento una notizia importante, che mi trovo a dover valutare un fatto, le possibilità che mi si parano davanti sono così numerose, che non mi è mai così chiaro quale sia la strada maestra.

Anche su “dove stiamo andando” ora, durante questa pandemia, non riesco per nulla a profetizzare alcunché, e quindi a valutare quanto le profezie di altri siano probabili.
Non c’è una formula. Ci sto provando con i dati, per lo meno a chiarirmi di quali dati avremo bisogno per capire che cosa sta avvenendo, mano a mano che le cose succederanno. Mi sembra la via più onesta.

Ma davvero è bene investire tutte le nostre energie per profetizzare? Serve profetizzare per cambiare le cose?

Mi interrogo sulle Grandi Utopie, per esempio del Novecento, e penso chissà se Lenin aveva interpretato la sua come una profezia. Alla fine non si è rivelata una buona profezia, ma il mondo lo ha cambiato ugualmente. Chiaramente se qualcuno di voi ha una risposta, vi prego di comunicarmela.

Scusate il blatericcio.

La foto qui sotto è Breslavia a inizio Novecento. Io non amo viaggiare, ma vorrei prima o poi recarmi a Breslavia, per capire perché questa città ha prodotto in poco tempo tanto pensiero: Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Günther Anders, Max Born, Ernst Cassirer, Felix Hausdorff, Otto Klemperer, Friedrich Schleiermacher, Christian Wolff…

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Schemi in-sensati e holzwege

Scrivo un sabato mattina caldo, con una nuvola che copre un po’ il sole, e che rende il mio terrazzo un luogo calmo. C’è silenzio, sento tutta la diversità degli uccellini: un flauto, un oboe, un clarinetto. Nessun fagotto per ora.
Da bambina adoravo un gioco che andava molto di moda, forse qualcuno lo ricorderà: Polly Pocket. Microcosmi racchiusi in una conchiglia di plastica di dieci centimetri di diametro, con dentro una piccola casa, una piccola città, una piccola spiaggia. Io ne avevo una a forma di teiera con dentro famiglie di conigli con a loro volta piccole teiere. Con il tempo ho capito che mi affascinava pensare di poter guardare i movimenti dall’alto senza essere vista, quell’insensata cura de’mortali, scriveva bene Dante.

Sono giorni strani, difficili da sopportare per noi vecchia umanità. È incredibile come ci affanniamo a cercare uno schema, a chiedere aiuto ‘psicologico’ per affrontare questo fermo immagine. È umano, ma incredibile, forse in-sensato. Fra le persone che conosco i meno afflitti sono i malati, quelli che erano malati da prima, quelli che si sono dovuti confrontare da tempo con la sofferenza dell’orizzonte. I più fortunati hanno già visto che questo orizzonte è aperto, altri – lo spero – lo vedranno.
Sto leggendo Holderlin in questi giorni. Chissà perché mi è venuta voglia, non mi ha mai preso completamente, invece ora sì. Che bello che esista la biblioteca digitale, dove possiamo prendere in prestito anche gli ebook. C’è un piccolo componimento intitolato Sofocle: Molti cercarono invano di dire la gioia con gioia/Qui lei infine mi parla, qui nel dolore si mostra. (Viele versuchten umsonst das Freudigste freudig zu sagen/ Hier spricht endlich es mir, hier in der Trauer sich aus.)
Cerchiamo schemi che ci tranquillizzino, cammini psicologicamente ben tracciati. Per me invece siamo gettati nel bosco, dove percorriamo ognuno il proprio sentiero interrotto, il proprio holzweg. Scriveva il puntuto Heidegger (e niente, mi conforta il pensiero di matrice tedesca, ma chi lo avrebbe detto!): “Lo holzweg ha una mèta, e precisamente il cuore del bosco, dove si trova la legna”. Basta citazioni, promesso.

Leggo qua e là di tentativi di accostamento, a Chernobyl, alla guerra, alla vita nei ghetti, addirittura ai campi di concentramento (per favore, I would prefer not to. Mentivo, altra citazione). Giusto ieri un amico mi parlava di quando viveva in Serbia sotto le bombe della Nato, nel 1999. Fra qualche giorno ricorre l’anniversario del bombardamento di Belgrado, che durò 78 giorni. Non è nulla di simile, – racconta – lì c’era la paura atroce, ma ci si trovava, si faceva festa, si cantava sotto le bombe. Ed era prima di internet.
L’umanità ha delle risorse incredibili, ma schemi no, non credo. Qualche supporto materiale aiuta, ma questa ricerca dello schema che ci salva è illusoria. Sempre Holderlin scriveva “Là dove c’è il pericolo/ cresce anche ciò che salva (Wo aber Gefahr ist/waechst das Rettende auch).
Penso abbiamo tanta esperienza di adattamento, ma nessuno schema che sia riuscito ad abbracciare questa complessità, questa forza dirompente.
Mi vengono in mente i fenomeni storici che conosco, dai più antichi, le enormi campagne belliche, le prigionie, gli assedi. Quanti assedi l’essere umano ha vissuto! A gennaio, alla vigilia di tutto, senza saperlo, leggevo un libro straordinario, Momenti fatali, di Stefan Zweig. Uno dei racconti si intitola La conquista di Bisanzio, e racconta come quel 29 maggio 1453 ha cambiato le sorti della Storia del mondo. “La cosiddetta Kerkaporta – per un’inconcepibile negligenza è rimasta aperta. […] L’umanità non potrà mai valutare appieno le dimensioni dell’immane sciagura che in quell’ora fatale ha fatto irruzione attraverso la Kerkaporta, né mai saprà quanto è andato perduto per il mondo dello spirito con i saccheggi di Roma, Alessandria, Bisanzio”.

Ora, fra coloro che si sono presi il tempo di arrivare alla fine, ci sarà chi starà scuotendo la testa, pensando che non so quel che significa questa frustrazione. Lo so, lo so che i bambini urlano, saltano fra le mura, che guardarsi in faccia senza il velo della routine può essere uno sguardo insostenibile. Che nelle nostre giornate saper respirare come ci insegnano nei corsi di training autogeno ci aiuta. Io lo so bene.
Non minimizzo le conseguenze attuali. Invito a riflettere su un altro piano, per meditare insieme dal di fuori della teiera per provare a trovare pace, accettando quel che accade e vivendo giorno per giorno, infilando gli eventi in una prospettiva più ampia. Come fanno gli ammalati, che hanno già visto qualcosa che la maggior parte di noi, fortunati, ancora non ha potuto mettere a fuoco.
Per favore dunque, non fatemi commenti del tipo “qua viviamo in 50 metri quadri e mio figlio fa i capricci”.