Donne, periferie, lavoro, progetti. Chiacchierata con Giusy Sica

Giusy Sica e le sue compagne di avventura di Re-Generation Y-outh Think tank sono un vulcano di passione, determinazione, competenza, serietà. Dal Meridione dirette dirette a Strasburgo! Re-Generation Y-outh Think tank è un Tank Tank di donne che studiano e lavorano in diversi contesti e che si confrontano per mettere a disposizione le proprie competenze, intersecarle, per mettere in piedi progetti di empowerment delle donne nelle periferie d’Italia.

“Scelta tra le più giovani fondatrici di realtà innovative da Donna Moderna nel luglio 2020, nell’ottobre 2020 la D-Repubblica l’ha inserita tra le 50 donne più influenti dell’anno, il settimanale F di Cario Editore, l’ha inserita nella lista delle 100 donne al mondo più significative per il 2020”.

Dalla diretta sul mio profilo Instagram @TheDataGap, 23 gennaio 2021.

#12 – Dear Jessica

Per far inquadrare il livello di disagio, stanotte ho sognato che andavo in ospedale a far visita a Jessica Fletcher che aveva il COVID. Di notte, in treno, in un ospedale semideserto. E che quando la trovavo nella sua camera, lei si alzava per fare due passi con me, e io la abbracciavo. “Non va bene esporti così” mi dice lei. Ma a me non importa. Mi disinfetto la bocca e la fronte e le guance col disinfettante del LIDL che trovo all’entrata, e me ne vado.

La ragione – spero – di questo sogno è che ieri mentre mi accingevo a rilassarmi con la mia puntata serale de La Signora in Giallo su Amazon Prime, ho scoperto che la serie era stata cancellata perché Prime non ha rinnovato le licenze. Ho interagito con loro via chat, in una chat di enorme, enorme disagio (penso che il tipo pensasse di avere a che fare con una 80 enne) e la delusione è stata tanta. Ma poi ho scoperto che su Instagram ci sono dei profili fan, e mi sono sentita meno sola.

Insomma, è dura pet tutti in questa terza ondata. Sì, dico terza ondata, anche se questa cosa delle ondate non mi piace molto. Sarebbe terza ondata se le misure messe in campo nella seconda (zone a colori e 21 indicatori) avessero funzionato, o meglio: se avessimo gli strumenti per misurare il loro funzionamento. In realtà, da quanto mi par di capire leggendo documenti, guardando dati e parlando con la gente, non sappiamo misurare granché. Eppure, i nuovissimi DPCM 2021 (11 gennaio, 13 gennaio e il prossimo) ritornano a dividere per colori, anche se – dicono – la scelta dei colori sarà basata su meno indicatori. La cosa non bella è che i colori sono stati decisi ma a oggi io i documenti dove si spiegano le scelte non li ho ancora visti. Ma mi dice un amico ben informato che arriveranno presto. Sono comunque sempre persuasa, come lo ero a inizio novembre qui, che i diagrammi a 21 indicatori, per calibrare cosa tenere aperto e cosa chiuso rispetto all’andamento dei contagi di due settimane prima, di fatto, servano a poco. La Società Italiana di Epidemiologia è stata chiara su Scienza in Rete: “Covid-19 nelle regioni italiane: solo il rosso funziona (se dato in tempo)”. Ha messo a confronto e analizzato i tassi di incidenza settimanale di infezione registrati in regioni in zone gialle, arancioni e rosse: solo queste ultime hanno avuto un declino importante e omogeneo dell’incidenza di Covid-19, di gran lunga superiore a quanto riscontrato nelle regioni in arancione e in giallo. Per me basta questo per dire “Sipario”, e invece sono ancora qua il 16 gennaio a spulciare il sito del Ministero per capire il senso di una mappa a colori sapendo che – per dirla con Vasco – “Sai che cosa penso, Che se non ha un senso, Domani arriverà… Domani arriverà lo stesso”.

Quello di cui non riusciamo a venire a capo è il tema di come contare il tasso di positività sui tamponi effettuati. Mentre le televisioni sputano verità “oggi meglio”, “oggi peggio” sulla base di questo indicatore, la verità dei dati è che non sono numeri che possiamo prendere come bussola. Non possiamo paragonare i tamponi molecolari agli antigenici (i “rapidi), sia per efficacia, che per diffusione quantitativa, che qualitativa (dove vengono offerti: gratis, a pagamento?). La mia impressione dopo 11 mesi di osservazione è che in primavera avevamo dati non attendibili perché facevamo pochi tamponi, ma oggi abbiamo più numeri ma meno dati paragonabili fra loro. L’unica cosa che possiamo paragonare sono le ospedalizzazioni. I grafici (in foto) mostrano che da un mese quanto a ospedalizzati, in TI e non, non scendiamo.

Non dico nulla sul tema vaccini perché quello che avevo da dire, specie sul tema “sesta dose” lo ho scritto in pezzi che ho già condiviso e spiegato su Instagram.

Arriviamo appunto a Instagram. Sono stata meno attiva del solito in questi giorni su Facebook e twitter, perché mi sono spostata su Instagram, avendo aperto un nuovo profilo, solo di lavoro, che si chiama @TheDataGap, dove racconto i dati che incontro, che studio e di cui scrivo. Le storie sono uno strumento che si presta bene a questo tipo di narrazione, anche se per carattere farò poche storie con la mia faccia che parla. In sintesi: se vi interessa seguitemi di là più che di qua. In appena 10 giorni siete già quasi 2000 di là, e la cosa mi ha davvero stupita. Grazie.

Passiamo ai consigli di lettura EP. Ne ho parecchi stavolta ma farò sintesi. Anzitutto la puntata di Radio3Scienza che parla di Long Covid, cioè del senso di spossatezza che tante persone si portano dietro. Non sei sol*, insomma. Poi suggerisco questo articolo su Gli operatori sanitari nella seconda ondata su SaluteInternazionale.info. Segnalo anche A che cosa serve un piano pandemico? su Scienza in Rete (sempre scritto dalla Società Italiana di Epidemiologia). Sul Lancet invece è uscito il primo lungo pezzo sulle conseguenze a 6 mesi per gli ospedalizzati COVID. Per tenere monitorata la situazione vaccinale nel MONDO, suggerisco questa piattaforma e questo articolo uscito ieri sul Guardian, dal titolo “Global immunisation: low-income countries rush to access Covid vaccine supply. Despite efforts to procure Covid vaccine, some nations will only vaccinate 20% of population”.

Riguardo ai libri, ho letto diverse cose belle durante le vacanze di Natale immersa nella neve. Consiglio prima di tutto Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, di Luigi Nacci, regalatomi da una persona speciale. E vi consiglio di seguirlo qui su Facebook. Ho raccolto qualche citazione qui, fra cui questa: “Eri un uomo in rivolta, colui che è in grado di affermare, come dice Camus, si e no allo stesso tempo. Stabilire una linea di demarcazione, un confine che non si è disposti a superare, a dire sì a tutto ciò che sta prima di esso.”

E soprattutto questa: “Non mi devo chiedere a che punto sono della mia vita, ma di che colore è quel punto. Oggi sapresti rispondere?”

Poi suggerisco il librettino di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, che in francese ha un titolo più bello “Le Chef-d’œuvre inconnu”. Non penso di averlo capito, e per questo ancora mi affascina.

Cito da un tweet che mi sono salvata: “Il saggio si raccoglie ogni giorno nella cella del suo cuore. Dubita, mette in discussione, contempla e medita. Accoglie e custodisce. Pronuncia le parole di Qohelet: «io cerco ancora». E così di giorno in giorno avanza nella ricerca senza adagiarsi mai.” Di questi tempi Qohelet è una gran lettura.

#11 – Il gallo e la neve

Nessun bilancio per carità, non mi fanno mai bene, sono solo di moda per illuderci di aver fatto dei passi nella giusta direzione, “concluso qualcosa”. C’è un’espressione in inglese che rende bene l’idea, secondo me: be on track, (letteralmente “essere in pista”) che esprime l’idea di camminare alla velocità giusta, aver espletato nei tempi prestabiliti ciò che dovevamo fare, che sia chiudere una serie di progetti lavorativi, o raggiungere scopi personali. Alla fine dei bilanci però ti trovi in mano solo una serie di colpe da distribuire come caramelle. Mi è capitata per caso sotto gli occhi la poesia “Disattenzione” dell’amata Wislawa. Lo so, la cito spesso, ma la rileggo spesso. Scrive:

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

È strano voler rileggere e rileggere questa poesia, in un anno che per me, è stato uno shock sotto diversi aspetti, che di fatto ancora non ha provocato una reazione. Ho fatto talmente tante domande, e mi riferisco ai tanti articoli e non solo, sulla pandemia, sui dati, sull’incertezza, che non si sono sedimentate le risposte. E sebbene sotto shock non mi sono ancora stupita di niente. In questi giorni di neve, per me stupendi, anche se appesantiti, sto pensando al tema del vaccino per il COVID19, seguendo un po’, ma non tanto. Sono immersa nelle letture, nella musica, nella neve. Sono sempre pessimista nella ragione e ottimista nella volontà, continuando a dire, come facciamo dall’estate, che se ne uscirà ben che vada a settembre 2021. Mi sono un pochino emozionata il 27 dicembre nel vedere le prime persone vaccinate, ma meno di quanto avrei pensato. Mi sono chiesta il motivo, e vedo due ordini di ragioni: il primo è di pancia, sono così carica di emozioni che forse al momento non c’è più spazio. Ma soprattutto, non trovo che stiamo dando il meglio di noi nella narrazione sui vaccini. Si discute di obbligo vaccinale come se stessimo scegliendo il colore di una casa. Io mi vaccinerei immediatamente, se fosse possibile, ma al momento non ho una risposta da abbracciare al 100% se sia giusto o meno introdurre l’obbligo vaccinale in questo caso specifico. Non riesco a comprendere le ragioni scientifiche di chi non vuole vaccinarsi: il vaccino è un farmaco come un’altro, con possibili effetti collaterali, rarissimi e per la maggior parte lievissimi, così come qualsiasi farmaco si assuma. Così come la puntura di un’ape, di una zecca, il morso di una vipera. Niente nella vita è davvero a rischio zero, mentre il COVID19 è un problema sociale enorme e che se lo prendi male, non solo muori, ma muori male, soffocato. O puoi vivere con la consapevolezza che hai contagiato un tuo caro che è morto male, e forse questo è peggio. Inoltre, chi non si fida di un vaccino può potenzialmente farne “verificare” il contenuto da un laboratorio di fiducia.

Al tempo stesso non mi piace la presa in giro dell’interlocutore, perché penso che queste cose si possano spiegare, anche se non su Facebook. A tu per tu, ognuno nella sua cerchia, e chi rimane della sua idea, lo farà per ragioni non “scientifiche” (per es non mi vaccino per non darla vinta al sistema, per principio, per affermare la mia libertà di scelta”), ma di altro tipo, e pazienza. Questo “e pazienza” ha un peso notevole per me, ci ho messo anni ad accettare che è forse la cosa migliore. Credo dobbiamo lavorare per dare gli strumenti per capire, ma di fronte a visioni tanto diverse dalle nostre, proprio sul senso della vita, della morte, non si può fare nulla. Credo che le grandi Svolte della vita, le cose che ci fanno completamente cambiare idea su qualcosa, i punti di non ritorno, non sorgano dalle spiegazioni a tavolino, ma dagli shock che subiamo a livello molto intimo. Per questo sto trovando molto volgare questo litigare su “io posso importi il vaccino”- “no non puoi impormi niente”. L’importante è parlarci il più possibile, cogliere tutte le occasioni per raccontare i pro e i contro della vaccinazione, e viene da sé che i pro, sia per noi che per le nostre comunità, siano molti di più dei contro. Non ci si vaccina perché qualcuno te lo ha imposto, né per “la politica”, ma perché c’è troppa sofferenza intorno a noi, malati, morti, operatori sanitari allo stremo, che possiamo evitare. Ho detto una serie di cose ovvie, già dette molto meglio di me da altri.

“Eh ma ci guadagnano le case farmaceutiche”. Già. Come ho scritto i giorni scorsi, il più bel giorno sarebbe un mondo dove non c’è un brevetto per un vaccino contro una pandemia. Nella mia Utòpia (lo è, lo so) ad aprile le aziende farmaceutiche avrebbero studiato insieme, con il contributo di enti pubblici e privati, per trovare il vaccino migliore, che avrebbero prodotto tutte insieme, mettendo a disposizione tutti gli stabilimenti del mondo, producendo tante più dosi da distribuire subito a tutti i paesi secondo la popolazione. Vabbè, ciaone, forse dovrei cambiare mestiere. Però sul brevetto ci sono diverse riflessioni su SaluteInternazionale.info. Anche su Infodata abbiamo scritto una cosa sulla differenza fra filantropia e bene comune, con un’intervista a Gavino Maciocco.

Mentre concludo questo lungo paragrafo penso che sono fortunata: non rischio – spero – la galera per aver espresso le mie opinioni. In Cina qualche giorno fa hanno condannato a 4 anni di prigione una giornalista che aveva fatto reporting nelle prime fasi della pandemia a Wuhan perché aveva “diffuso ansia e tensione sociale”. Io le avrei fatto compagnia mi sa. Però come cambiano le cose anche le piccole persone, anche se il più delle volte quando lo fai ti trovi solo. Come sapete sto vivendo da vicino una vicenda sui generis, nel panorama sanitario mondiale. Proprio oggi è uscita questa intervista a Francesco Zambon su AGI, dove riflette proprio su questo triste aspetto: la solitudine quando affronti qualcosa di grande, quando si chiede di rischiare qualcosa. C’è un brano perfetto che mi sono andata a rileggere, lo conosciamo tutti:

69 Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70 Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire». 71 Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72 Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». 73 Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!». 74 Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. 75 E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all’aperto, pianse amaramente.

(Matteo 26,69-75. Ho scelto Matteo perché mi piace più degli altri.

Questa vicenda mi fa riflettere una volta di più sul fatto che siamo sempre uguali agli uomini dei secoli e dei millenni passati. E con questa cosa dobbiamo fare i conti, specie noi “comunicatori” che abbiamo talvolta la vista accecata dalla luce di lampadina. Quando abbiamo paura, quando soffriamo, non siamo diversi dal pastore che guarda la luna di Leopardi, o dall’umanità di Omero, di Dante. Altra cosa banalissima, ma che più cresco più mi par chiara.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Gläserkorb und Pastete, Sebastian Stosskopf. Elab Paolo Spinicci

Oggi nessun consiglio di lettura EP sui temi giornalistici perché come dicevo sono in riposo, leggo tanto, ma non i giornali. Ma condivido questa immagine che mi ha inviato un amico di penna, musicista e filosofo, con questo augurio: “E’ un’immagine bella della fragilità dell’umano. Quei bicchieri erano in ordine prima che succedesse qualcosa. Forse scritto nella lettera, che ha creato un disordine per cui i bicchieri sono, nella loro bella fragilità, in disordine. È una bella immagine dell’umano, della sua fragile bellezza che permane anche nel decadere delle cose.”

Concludo con questa che è la chiusa di un libro che ho letto in questi giorni e che vi consiglio “Mendel dei Libri” di Stefan Zweig (Adelphi). Sono 32 pagine preziose:

«Perché lei, l’ignorante, aveva almeno conservato un libro, per ricordarsi meglio di lui, mentre io, io per anni avevo dimenticato Mendel dei libri, proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini a di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.»

E detto questo, vado a spalare la neve.

«Viandanza» di Luigi Nacci

Un altro Rumiz.

(“Viandanza”, Luigi Nacci, Laterza 2016)

Prenderai la borraccia, ti butterai l’acqua in testa, farai di tutto per toglierti quella sostanza vischiosa di dosso. Ma la resina non se ne andrà.

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.
Nina Cassian

Non indagare, saperlo è vietato, quale fine ad entrambi abbiano dato gli dei, o Leoconoe, e non tentare neppure i calcoli di Babilonia: quanto meglio accettare ciò che sarà! Ci abbia Giove assegnato altri inverni o sia l’ultimo questo che fa ora spumare il Tirreno sugli scogli a lui posti davanti sii savia: filtra vini e in uno spazio così breve di vita tronca lunghe speranze. Parliamo e sarà intanto fuggito l’invido tempo. Carpe diem, del domani fidandoti meno che puoi.

era speranza di chi non ha nulla da perdere e, grazie a quella sua condizione, è già altre all’ostacolo.

bramavi ardentemente esattezza.

Eri un uomo in rivolta, colui che è in grado di affermare, come dice Camus, si e no allo stesso tempo. stabilire una linea di demarcazione, un confine che non si è disposti a superare, a dire sì a tutto ciò che sta prima di esso.

Lì sulla strada avevi capito. L’Urlo nero di Quasimodo, l’odore di fragole rosse di Pascoli, o le dodici acque di Petrarca.

Non mi devo chiedere a che punto sono della mia vita, ma di che colore è quel punto. Oggi sapresti rispondere?

Come mai questo improvviso essere a casa mezzo dentro e mezzo fuori? Paul Celan

Lentamente hai piegato il busto in avanti, hai reclinato il capo, gli avambracci si sono sollevati, le mani si sono aperte, i palmi hanno coperto il viso. Sei diventato come quel vecchio dipinto di van Gogh “l’anziano nel dispiacere sulla soglia dell’eternità”.

Una grande idea si compie solo a metà nella una illuminata della mente, per l’altra negli oscuri recessi del nostro essere interiore, ed essa è soprattutto uno stato d’animo alla cui estremità il pensiero sboccia come un fiore.

Se prima [nella malinconia] l’attenzione era rivolta al luogo dell’infanzia a cui fare ritorno per guarire, oggi va al luogo in cui ci si è trasferiti e all’incapacità di integrarsi in esso. L’antico malato di nostalgia oggi è un individuo affetto da reazione depressiva da disadattamento sociale.

La speranza, dice Marcel, è la memoria del futuro

La volevi possedere o volevi goderne? «è legge della vita che si gode solamente ciò in cui ci si abbandona» dice Pavese.

E a qualsiasi casa torniamo arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti. E in qualsiasi fiume ci specchiamo vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle. Henrik Nordbrandt, dovunque andiamo.

Come quel mendicante che aveva messo in imbarazzo te, tu mettevi in imbarazzo gli altri. Li costringevi a riflettere sulle loro vite. Eri né più né meno di un venditore di accendini al semaforo. Di un lavavetri.

Dovevi scegliere, e dovevi farlo con Leopardi: essere colui che combatte le illusioni perché è un illuso, o colui che la ama e le predica proprio perché non è un illuso. “Quante grandi illusioni concepite in un momento, in un entusiasmo, o in disperazione o insomma di esalamento, sono in effetti le più reali e sublimi verità, o precursore di queste” scrive Leopardi nello Zibaldone.

È nella solitudine che si piò divenire sognatori diurni, che si possono plasmare le visioni di cambiamento che riguardano tutti.

Così agiscono le persone che ci amano. Non si oppongono, non erigono muri, si adoperano per divaricare a mani nude, per quanto possano, le crepe che abbiamo già creato noi.

Pane permanente, speranza compiuta, dovere svolto. Neruda, Ode all’allegria

E tu? Quale scopo ti prefiggevi nel tuo lavoro e nella tua vita? Era uno scopo che riguardava solo te o la collettività? Come reagivi alle intimidazioni dei potenti?

Così ho lodato l’allegria, perché non c’è nulla di meglio per l’uomo sotto il sole che mangiare, bere e stare allegro, perché questo rimane con lui nella sua fatica. Ecclesiaste 8,15

Quando qualcuno era lì lì per sopraffarvi con la sua rabbia, voi prendevate la rabbia con cautela, la trasportavate in un posto sicuro e solo allora, dopo averle tolto la sicura come si fa con una granata, la facevate brillare.

Sul mio comodino c’era un libro di Emil Cioran “Al culmine della disperazione”, nel quale sostiene che in alcuni momenti cruciali, come nella sofferenza e nell’amore, diventiamo lirici, cioè esseri in grado di toccare il fondo originario dell’esistenza, di provare un sentimento che mette in moto tutte le nostre risorse, una vertigine inaudita.

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.
ADAM ZAGAJEWSKI

Si possono giudicare i fatti, perché sono conclusi. Ma non gli eventi.

Sorridere e godere du quel che abbiamo, sapendo che non siamo altro che creature di passaggio.