Eritrea: ecco perché chi ci riesce scappa

APPROFONDIMENTO – L’Eritrea è uno dei principali paesi di provenienza dei migranti che arrivano in Italia, quasi sempre via Libia. Da gennaio a fine agosto 2018 gli eritrei arrivati in Italia sono stati 3.027 sul totale dei 20.184 arrivi (dati Ministero dell’Interno).

Mentre c’è chi continua a urlare di riportarli indietro, nel giugno del 2018 la relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’Eritrea Sheila B. Keetharuth riferiva al Consiglio per i Diritti Umani che “non ci può essere nessuna soluzione sostenibile per i flussi di rifugiati fino a quando il governo non si conforma ai suoi obblighi in materia di diritti umani”.

Per non parlare di chi nemmeno ci arriva in Libia, coloro – si stima si tratti di oltre il 10% della popolazione eritrea – che in fuga dal paese si ritrovano a vivere nei campi della vicina Etiopia o in Sudan, fenomeno a cui si assiste da 20 anni, da quando iniziò la guerra fra Eritrea ed Etiopia, conclusa realmente solo nel luglio 2018.

La guerra è finita, ma non basta

È vero, non c’è più la guerra in Eritrea, almeno non come la immaginiamo noi. Ma non basta la pace per garantire diritti. L’Eritrea, seppur sotto il nome di “Repubblica” sin dalla sua indipendenza dall’Etiopia nel 1991, è di fatto una dittatura. Con un presidente, Isaias Afewerki, in carica ininterrottamente da 25 anni e che ha stabilito che non è possibile ottenere un visto per espatriare legalmente. Con buona pace di chi chiede che gli eritrei “viaggino pure in aereo come noi”.

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L’Africa corre ma non pianifica: una lezione dalle epidemie di ebola

APPROFONDIMENTO – Analizzare l’andamento delle epidemie nel tempo ci dice molto sulla qualità del “progresso” che stiamo portando in Africa Centrale. Nel corso dei decenni abbiamo affinato la capacità di curare alcune malattie o prevenirle grazie ai vaccini, ma i dati ci mostrano che in alcuni casi abbiamo peggiorato la situazione.

La corsa all’urbanizzazione e alla costruzione di infrastrutture stradali non è stata accompagnata da un potenziamento di quelle sanitarie, per un reale ed equo accesso ai servizi. L’Africa centrale sta vivendo il più veloce del mondo tasso di urbanizzazione, con il 50% della popolazione che prevede di vivere nelle grandi città entro il 2030.

Luoghi storicamente rurali come Mbandaka e Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), stanno diventando città da un milione di abitanti. Ma dove ancora oggi l’aspettativa di vita è di appena 59 anni per i maschi e di 62 anni per le femmine, con l’11% dei decessi dovuti a diarrea. Secondo un rapporto dell’OMS, nel 2015 il 42% dei congolesi viveva nelle città ma sette su 10 non avevano accesso ai servizi igienici di base. (Qui a pagina 62)

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Quando è il migrante ad aiutare la prevenzione

Quando sono arrivato qui non pensavo che si parlasse un’altra lingua. Per me i bianchi parlavano solo in inglese e perciò ormai ero due volte straniero”. Così parla Manuel raccontando il suo viaggio. Una sofferenza che dal suo villaggio dove era sparita ormai anche l’energia elettrica, indispensabile per lui e per suo padre nel loro lavoro di saldatori, lo ha condotto in Italia, passando per l’inferno libico.

Ora Manuel è un po’ meno straniero e aiuta gli altri ragazzi del CAS (Centro di accoglienza straordinaria) in cui vive a sentirsi anch’essi un po’ meno vulnerabili. Manuel è infatti uno dei cinquanta ragazzi richiedenti asilo che hanno frequentato nell’ultimo anno una serie di seminar i  di formazione sulla prevenzione (igiene e sicurezza alimentare, salubrità dell’acqua, danni da alcol e droga, vaccini, HIV e infezioni sessualmente trasmesse, diritti sanitari degli stranieri) organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sui temi sanitari, e che sono diventati a loro volta “docenti” di altri 2000 ospiti dei Centri di accoglienza romani. Un progetto intitolato “Scienza senza frontiere”, iniziato a dicembre 2017 e concluso il 28 giugno  , pensato e voluto da Mirella Taranto, capo ufficio stampa dell’ISS, e sostenuto dai vertici dell’istituto e dai ricercatori che hanno aderito gratuitamente” racconta Mirella a L’Espresso.

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Riace: la salute non ha colore

Di questi tempi vivo la sensazione urgente di diffondere il più possibile notizie, fonti, storie che possano se non altro tentare di scalfire la narrazione propagandistica e quindi mendace che viene propugnata sul tema delle migrazioni, in particolare nelle “sveltine dell’informazione”, quei gesti ormai automatici di apertura e scroll dei social network, mordi e fuggi prima di fare la doccia.

Penso che una via per intercettare l’attenzione sia mostrare esempi che evidenzino che sì, è possibile operare in maniera differente, al di là delle parole. L’accoglienza può farsi carne. È quello che accade a Riace, in Calabria, da tempo un modello di accoglienza fruttuoso, dove non solo non si chiudono i porti, ma si aprono case e botteghe. Qui italiani e stranieri migranti vivono insieme, lavorano e creano una comunità, mantenendo ognuno la propria cultura ma al tempo stesso contaminandosi.

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