Agenda 2030: l’Italia ha raggiunto solo 12 dei 105 target previsti

Attualmente l’Italia ha raggiunto 12 dei 105 target previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Lo mette in luce l’ultimo rapporto di OCSE Measuring Distance to the SDG Targets 2019. Stiamo facendo bene in ambito sanitario, nell’accesso a fonti di energia pulita e quanto a superficie occupata da alberi. Ma siamo ancora molto lontani dal raggiungimento dei target sull’eradicamento della povertà, sulla formazione continua degli insegnanti, sulla violenza contro le donne, sulla percentuale di persone che non studiano e non lavorano e sull’abbandono scolastico. Siamo inoltre messi piuttosto male per quanto riguarda l’obiettivo 16: istituzioni forti. L’ONU evidentemente non conta quanto i nostri politici urlino sui social network.

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Le imprese italiane sono sempre fra le meno indebitate

Secondo quanto si evince dall’ultimo rapporto di Istat e Banca d’Italia sulla ricchezza delle imprese non finanziarie italiane, queste ultime sarebbero poco indebitate rispetto a quelle di altri grandi paesi europei. Meglio di noi ci sono solo le imprese tedesche. Dal computo sono esclusi per esempio gli istituti di credito mentre sono incluse tutte le società e quasi-società private e pubbliche, fra cui le aziende autonome, le Ferrovie dello Stato, le aziende municipalizzate e consortili, le imprese a partecipazione statale, e le altre imprese pubbliche.
Alla fine del 2017 i debiti finanziari rapportati al valore delle attività non finanziarie ammontavano al 45%, un valore che non è variato dalla fine del 2005, che collocava le imprese italiane nel gruppo delle meno indebitate. Valori più elevati dei debiti in rapporto alle attività non finanziarie sono stati osservati nello stesso anno per le imprese canadesi e francesi (rispettivamente 88% e 82%), mentre l’indebitamento ha inciso in misura minore sulle imprese tedesche (39%).
Ma da dove deriva la ricchezza delle imprese italiane? Oggi oltre un terzo della ricchezza delle imprese deriva da ciò che posseggono, i due terzi dal valore aggiunto che producono. Il 63% proviene infatti dal cosiddetto patrimonio non finanziario, cioè dagli edifici posseduti, da impianti e da macchinari, mentre il 32% deriverebbe dalla componente finanziaria: titoli, azioni, depositi, derivati e riserve assicurative.
Gli immobili non residenziali incidono per il 25% della ricchezza lorda delle imprese, mentre gli impianti e macchinari per l’11%. Le altre fette più consistenti sono dovute alla rendita delle azioni e di altre partecipazioni (14%) e dagli altri conti attivi (13%), che includono principalmente crediti commerciali. Si osserva che complessivamente i crediti commerciali bilanciano i debiti che troviamo tra le passività.
Il peso della parte finanziaria risulta comunque in crescita dal 2013, raggiungendo nel 2017 quota 1.840 miliardi di euro.

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Chi sono gli insoddisfatti dalla democrazia? Una nazione su due

La metà degli intervistati in 27 paesi esaminati da un recente sondaggio di Pew Research, non è soddisfatta di come la democrazia sta funzionando nel loro paese. Un malcontento legato alle preoccupazioni per l’economia, i diritti individuali e i galoppanti privilegi delle elite, che ha fatto emergere leader, partiti e movimenti anti-establishment sia a destra che a sinistra che hanno sfidato le norme fondamentali e le istituzioni della democrazia liberale.

Sono passati più di dieci anni da quando il sociologo Colin Crouch parlò di Post Democrazia riferendosi al fatto che i nostri sistemi politici pur essendo basati su norme e istituzioni democratiche, di fatto seguano i dettami del mercato globale delle grandi lobby e dai sistemi di comunicazione. Una grande Connectography – per citare un altrettanto importante libro più recente dell’analista Parag Khanna – che svuoterebbe il nucleo della democrazia, lasciando agli elettori solo la carcassa vuota di un liberalismo passivo.

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Come è fatta l’Italia? Solo il 28% delle giovani madri lavora full time

“Oggi la donna è indipendente, lavora, e per questo non fa più figli”. Falso, oltre che offensivo. Una nota di Istat resa nota in questi giorni mostra che in dieci anni la quota di coppie (con o senza figli, dove lei ha fra i 25 e i 64 anni) dove entrambe le persone lavorano è passata dal 40% al 44% del totale. Una crescita insignificante, addirittura nulla al sud, dove il 26% delle donne in coppia ha un lavoro, anche se non è detto che questo basti comunque per essere indipendente. Non che altrove le cose vadano molto meglio: oggi è occupato il 55% delle donne in coppia al nord e il 50% di quelle che vivono nel centro Italia.  L’incidenza è ancora più bassa in quelle, specie nel Mezzogiorno, in cui la donna ha conseguito un titolo di studio basso e nelle coppie con due o più figli.

Riformuliamolo lentamente: oggi la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. In oltre una coppia su tre con figli lavora solo l’uomo. Addirittura in quattro coppie su dieci in Meridione lavora solo l’uomo, contro il 27% del centro e il 25% del nord. Va precisato che questa quota, dopo aver subito una flessione negativa negli anni di crisi, è tornata a salire nel periodo più recente. A lavorare di meno sono le donne meno istruite e quelle che hanno due o più figli.

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