7,9 milioni gli italiani trattati con antidepressivi e antipsicotici. I dati regione per regione

APPROFONDIMENTO – Stando ai dati più recenti pubblicati in materia di salute mentale, contenuti nell’ultimo rapporto di Osservasalute, possiamo dire che è la depressione il più grande buco nero che inghiotte oggi la salute mentale degli italiani. Fra adulti e bambini negli ultimi dieci anni si è passati da un consumo di 30 DDD/1000 die (ovvero dosi giornaliere per 1000 abitanti) di antidepressivi del 2006 alle 39 DDD/1000 die del 2016.

Secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto del Ministero della Salute in materia di salute mentale, nel 2016 su scala nazionale ci sono stati 122 adulti trattati con antidepressivi su 1000 abitanti in regime convenzionato (i farmaci vengono acquistati dalla ASL/Regione ma distribuiti al paziente, per loro conto, dalle farmacie territoriali aperte al pubblico) e 4,5 su 1000 in distribuzione diretta (le aziende sanitarie e le aziende ospedaliere acquistano i farmaci, e li distribuiscono, mediante le proprie strutture, direttamente ai pazienti per il consumo al proprio domicilio), per un totale di 44,2 DDD/1000 die in regime convenzionato e 0,7 in distribuzione diretta.

A questi si aggiungono i consumi di antipsicotici, anche se in misura minore rispetto agli antidepressivi: si stima che siano trattati con antipsicotici in regime convenzionato 16,1 adulti su 1000, a cui si aggiungono altri 14 su 1000 trattati in distribuzione diretta.

Complessivamente sono oltre 7 milioni gli italiani che utilizzano antidepressivi o antipsicotici in regime convenzionato con il Sistema Sanitario a cui se ne aggiungono altri 900 mila che li acquistano in distribuzione diretta. Stiamo parlando di oltre un italiano su 8, considerando anche i bambini.

Continua su Oggiscienza

Glaucoma: si apre una nuova strada

SALUTE – Si stima che l’1.5% degli italiani al di sopra dei 55 anni di età sia affetto da glaucoma, ma la metà non lo sa. Il glaucoma è una malattia oculare correlata generalmente a un’elevata pressione dell’occhio e che tende a colpire dopo i 40/45 anni di età. Spesso è asintomatica il che complica la diagnosi, ma se trascurata può portare alla cecità. È la seconda causa di cecità a livello mondiale dopo la cataratta, ma è la prima causa di cecità irreversibile.

La buona notizia è che si può evitare che un glaucoma iniziale diventi si aggravi sottoponendosi dopo i 40 anni a una visita oculistica completa, che consente di rallentarne la progressione. Oggi la cura del glaucoma si basa sulla riduzione della pressione oculare usando dei colliri e, in casi indicati, ricorrendo al laser. Si corregge quindi la pressione elevata, ovvero il fattore di rischio, ma non si cura la malattia.

Da qualche tempo però i ricercatori esplorano altre strade e la principale studia il possibile ruolo del coenzima Q10 nella cura del glaucoma. Il coenzima Q10 è una molecola ad attività bioenergetica e antiossidante e l’efficacia di questa molecola è al centro di uno studio che ha preso il via all’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Durerà tre anni, coinvolgendo circa 600 pazienti e 17 centri per il trattamento del glaucoma in tutta Italia.

“I pazienti hanno iniziato a essere arruolati e prevediamo di concludere questa fase entro fine anno” spiega a OggiScienza Luciano Quaranta, direttore del Centro per lo Studio del Glaucoma all’Università degli Studi di Brescia e primo autore dello studio.

Il ruolo del coenzima Q10 nella cura del glaucoma

Da qualche tempo la ricerca ha iniziato a orientarsi verso lo studio della funzionalità dei mitocondri, gli organelli che si trovano all’interno di tutte le cellule e fungono da “centrali energetiche”. Nelle cellule ganglionari retiniche, infatti, i mitocondri sono più numerosi rispetto a qualsiasi neurone del sistema nervoso centrale.

Continua su Oggiscienza

In Italia abbiamo il più alto tasso di over 65. Come stanno i nostri anziani?

Stando ai più recenti dati Eurostat  l’Italia è il paese con il più alto tasso di over 65 rispetto alla popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni.

Il 35% degli italiani nel 2017 ha più di 65 anni, cinque punti percentuali sopra rispetto alla media europea. Complessivamente in 20 anni la percentuale di europei anziani è passata dal rappresentare il 22.5% della popolazione, al 30%.

La notizia è positiva, perché significa che gli italiani hanno un’aspettativa di vita alta, dato confermato in più occasioni. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che si tratta di un esercito di persone, molte delle quali fanno fatica a prendersi cura di sé e a eseguire le attività quotidiane di base, come evidenziano i dati raccolti nell’ultimo rapporto annuale di OsservaSalute http://www.osservatoriosullasalute.it/wp-content/uploads/2018/04/ro-2017-arg-disabilita.pdf , che raccontano come stanno quelle persone che a causa di problemi di salute, convivono con delle limitazioni gravi e non gravi nelle proprie attività quotidiane, che durano da almeno 6 mesi. Si tratta di persone che vivono in famiglia (sono state intervistate 16 mila famiglie), sono quindi esclusi gli ospiti presso strutture sanitarie o simili.

Quali sono le difficoltà

Il 9% degli over 65 intervistati (uno su dieci) ha difficoltà a vedere, il 19% (uno su quattro) a sentire, il 35% (uno su 3) a camminare per più di 500 metri, e sempre uno su tre non riesce a salire o scendere una rampa di scale.

Continua su Il Sole 24 Ore

Ricchezza: ecco perché in Italia l’ascensore sociale si è rotto

In questi giorni Eurostat ha reso noti i dati su quanto reddito è in mano al quinto della popolazione più ricca rispetto al quinto di quella più povera, in ogni paese europeo negli ultimi 10 anni, che ci mostra che in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Siamo in questo senso nei primi posti della classifica per ampiezza della disparità: in Europa in media i più ricchi guadagnano 5 volte più dei più poveri. In Germania 4,3 volte, in Francia il 4,6, in Gran Bretagna 5,1 e nei paesi del nord Europa meno di 4 volte tanto.

E c’è di più: in Italia il gap è andato aumentando costantemente dal 2006 a oggi (nel 2006 i più ricchi guadagnavano 5,2 volte in più dei più poveri) mentre nella maggior parte degli altri paesi questo divario è rimasto stabile, come in Francia e Germania, se non addirittura diminuito, come è accaduto in Gran Bretagna.

Interessante osservare che anche fra le donne, il quinto di quelle più benestanti ha un reddito di 6,2 volte superiore rispetto alle donne meno abbienti.

Per inquadrare meglio la questione ci viene in aiuto un rapporto di Istat  pubblicato nel dicembre scorso, che conferma i dati di Eurostat: nel 2015 il quinto dei più benestanti deteneva il 37,8% del reddito, mentre il quinto dei più poveri solo il 7,2% del reddito. Anche mettendo insieme il primo e il secondo quinto dei meno abbienti non si supera il 19% del totale del reddito nel 2016 (dato Eurostat), in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2010. In una situazione ipotetica di perfetta eguaglianza, ogni quinto avrebbe una quota di reddito pari al 20% del totale.
C’è inoltre il fattore geografico: sempre i dati Istat citati mostrano che al centro nord una famiglia su quattro appartiene al quinto più ricco della distribuzione rispetto a una su 12 di quelle che vivono nel Sud e nelle Isole.

Continua su Il Sole 24 Ore