Uscire dalla parosmia: come rimettere in sesto l’olfatto dopo COVID-19

Guarire da COVID-19, rimettersi completamente o quasi, recuperare l’olfatto e il gusto, e poi dopo due-tre mesi o più iniziare a sentire alcuni odori distorti, oppure misti ad altri profumi più o meno cattivi, o ancora percepire odori che in realtà non sono nell’ambiente.

Sempre più persone guarite da COVID-19 vivono questa condizione, in molti casi debilitante per la propria vita: la parosmia. Un sintomo del cosiddetto long COVIDdi cui si sta iniziando a parlare a distanza di quasi due anni dallo scoppio della pandemia.

C’è Chiara, che sente continuamente odore di bruciato intorno a sé. Marco, che una sera dopo mesi dalla guarigione si è reso conto che non sentiva più l’amato sapore del vino. Agata, che riesce dopo mesi ad affrontarlo, il vino, ma solo al terzo o quarto sorso, dopo mesi di anosmia lentamente recuperata. Anna, che non ce la fa più perché da mesi tutto ciò che odora sa di marcio. Maria che aveva recuperato in fretta l’odorato e che oggi percepisce l’odore della cipolla e dell’aglio come marcio. Chi scrive sente l’odore del caffè, dell’urina e dello scarico delle auto misto a un profumo dolciastro. E tanti altri, ognuno con la propria specifica situazione, che oltre a percepire male alcuni odori, hanno ancora difficoltà a percepire la presenza degli odori e dei gusti.

Secondo un recente studio condotto su pazienti con iposmia post-COVID (riduzione della capacità olfattiva), 400 pazienti su 2000 hanno sviluppato parosmia a distanza di mesi. Ed è sufficiente visitare i vari gruppi Facebook dedicati alla parosmia in Italia, ma anche in altri paesi, per rendersi conto che si tratta di un problema che riguarda moltissime persone.

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Un anno e mezzo di letteratura scientifica su Covid: cosa abbiamo capito e cosa no

“Dobbiamo tenere a mente il mantra della medicina: un’ipotesi è corroborata – fino a solida prova contraria – statisticamente. Chi studia le Scienze della Vita non è un Mago, la sua saggezza non si esprime (e non si esprimerà ancora per molto tempo) nell’aver compreso tutti i misteri che cerca di sondare, ma nel mettere delle solide pietre a terra su cui l’umanità possa camminare. Il metodo è statistico: le ipotesi emergono da ciò che accade nella maggioranza dei casi testati, e le eccezioni sono ciò che ci fa capire che non abbiamo ancora capito tutto.”

Sapete che coscientemente parlo poco delle “scoperte scientifiche” su COVID, perché non vanno troppo enfatizzati i risultati di studi singoli. È uscito tutto e il contrario di tutto.In questa prima puntata raccontiamo un aspetto che emerge da un’ampia revisione della letteratura pubblicata da poco che personalmente ho trovato interessante.Chiaramente in 4000 battute non c’è TUTTO. C’è uno dei fili rossi che trovo utile raccontare. La revisione è open.

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La stagione influenzale 2021-22 non è iniziata bene. I più colpiti i bambini sotto i 5 anni

Nulla a che vedere con il 2020. La stagione influenzale 2021-22 è iniziata a spron battuto, con molti più casi rispetto anche alle stagioni precedenti la pandemia. Lo mostra il primo rapporto epidemiologico InfluNet dell’Istituto Superiore di Sanità: nella 45sima settimana del 2021 si osserva un’incidenza di sintomatologia simil-influenzale pari a 4,2 casi per mille assistiti (erano 3,5 per 1000 la settimana precedente). Nella stagione 2019-20 (ultima in cui è stata osservata un’epidemia stagionale di sindromi simil-influenzali), in questa stessa settimana, il livello di incidenza era pari a 1,75 casi per mille assistiti.
A essere colpiti maggiormente sono i bambini al di sotto dei 5 anni di età in cui si osserva un’incidenza pari a 15,8 casi per mille assistiti. Nove le Regioni (Val d’Aosta, P.A. di Bolzano, P.A. di Trento, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Basilicata, Calabria, Sardegna) che non hanno ancora attivato la sorveglianza mentre alcune tra quelle in cui è attiva – Piemonte, Lombardia e Emilia-Romagna-  registrano un livello di incidenza delle sindromi simil-influenzali sopra la soglia basale.

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Nel 2020 abbiamo usato molti meno antibiotici. Ma non basta

La pandemia è sistemica, e si sconfigge anche limitando le co-infezioni, specie ospedaliere. A quasi due anni dall’inizio della rivoluzione Covid, si può iniziare ad avere qualche dato solido sull’impatto della pandemia sul sistema sanitario e salta subito agli occhi il dato sul consumo di antibiotici. Nel 2020 è diminuito di oltre il 15% in tutta Europa rispetto al 2019, un trend in line con quello a cui siamo abituati ad assistere negli ultimi anni, ma decisamente più marcato. Negli ultimi sette anni  si è registrata una costante diminuzione del consumo di antibiotici con valori che sono passati da 19,7 DDD nel 2014 alle 13,9 DDD nel 2020, che significa che nel 2020 abbiamo utilizzato il 21,7% di antibiotici in meno rispetto al 2019 e la spesa pro capite è scesa del 17,6%. Il dato europeo lo riporta l’ECDC  , mentre quello italiano è contenuto nell’annuale rapporto di AIFA  Rapporto Nazionale OsMed 2020 sull’uso dei farmaci in Italia  , uscito a luglio 2021.

Il motivo per cui è importante parlare di questo argomento è che l’antibiotico resistenza, cioè la diffusione di ceppi batterici resistenti, dovuta all’uso continuo degli antibiotici,  è un problema globale enorme oggi per la sanità pubblica, perché incide sulla capacità di frenare le numerose infezioni ospedaliere che colpiscono in modo anche molto grave pazienti già fragili. In epoca di COVID19 questo problema non è trascurabile. Il tasso di resistenza alla ciprofloxacina per esempio un antibiotico comunemente usato per trattare le infezioni del tratto urinario, varia, a seconda del Paese considerato, dall’8,4% al 92,9% per Escherichia coli e dal 4,1% al 79,4% per Klebsiella pneumoniae, un batterio intestinale comune che può causare infezioni potenzialmente letali e una delle principali cause di infezioni acquisite in ospedale ed è responsabile di polmoniti, infezioni del flusso sanguigno, infezioni nei neonati e nei pazienti in unità di terapia intensiva.

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