Qualche considerazione sul perché io di statue ne abbatterei parecchie, ma per un motivo preciso

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Su Infodata qualche mese fa abbiamo scritto un articoletto dal titolo “I monumenti italiani sono tutti maschi. Nonostante il dato demografico” presentando qualche dato sull’Italia, e stamattina ci ripensavo.

In questi giorni sto leggendo molto sulla questione statue, diventata il centro del dibattito in Italia. Anzi, anzi. Diciamo meglio: per una classica figura retorica, il centro del dibattito è diventato Montanelli, e non mi dilungo sul noto perché.
E così, passati dal simbolo all’oggetto, ecco che è partita l’eletta schiera di persone pro e accanto quella di persone contro (ho visto pure una lista!) intorno alla domanda se sia giusto o meno che abbattiamo la statua di qualcuno che ha compiuto un atto per noi oggi orrendo, ma che come quell’altro “ha fatto anche cose buone” e che rappresenta un pezzo della nostra storia. Signora mia: che ignorantoni che sono ad abbattere una vecchia statua.

E via di secondo slittamento: il dibattito passa così al tema se un “””errore””” pregiudichi un Grande Uomo, oppure se dobbiamo avere una visione d’insieme. Peccato che la visione d’insieme che leggo su Montanelli ma non solo, sia “è stato Un Grande Uomo”. Mi viene in mente un tweet di Barbara Jerkov che leggevo l’altro giorno seguendo un po’ il dibattito. Diceva: «Io di Montanelli – il mio mito giornalistico da ragazzina – ricordo quando, ero praticante alla Voce, venne a trovarci alla redazione romana. Ero emozionantissima. E a Lui mi rivolse la parola: “Te sei la segretaria? Battimi al computer questo”. Fine dell’emozione.» Da giornalista, giovane, donna, provinciale, non figlia d’arte, è anche ora che ripensiamo a quali modelli giornalistici vogliamo celebrare. Il mondo oggi è pieno di professionisti pazzeschi, di qualsiasi genere.

Da qui al terzo slittamento è un attimo: eccoci a capofitto negli abissi della discussione sul sempiterno revisionismo. “Eh ma al tempo di Montanelli non era così assurdo stuprare una bambina africana” (senza contare che anche al tempo di Montanelli non tutti avrebbero stuprato qualcun altr*). “Eh ma la nostra Storia dobbiamo ricordarla, non cancellarla”. Per carità.
E poi ci sono gli attacchi di genere, che sia mai che ci scordiamo del pene eterosessuale: “eh ma pure Pasolini al tempo andava coi ragazzini e voi oggi vi scandalizzate perché era una femmina e nera”. E io ripenso a Franca Viola, che vorrei abbracciare oggi e domani.

Tutti slittamenti – ai miei occhi – dal vero punto della questione. Abbattere la statua di Montanelli significa iniziare ad abbattere dalle nostre piazze un modello che oggi *dobbiamo* fare a pezzi: l’oppressore, che nella nostra storia è stato per lo più maschio, benestante e bianco.
In tanti penseranno “Eh ma allora anche quel gran bastardo di Gauguin, tu ce lo hai pure come immagine di copertina”. Verissimo: ma Gauguin sta nei musei, ha una sua funzione ben precisa oggi. Rappresenta ciò che eravamo, senza essere un monito. Un quadro di Gauguin, così come un’opera di Pasolini, sono lì per dirci altro, unitamente a contestualizzarne l’autore. Che sia chiaro che non sto accostando la figura di Gauguin a quella di Pasolini.
Una statua in una piazza pubblica è un’altra cosa, ha la funzione di dirci chi siamo oggi e a quali modelli vogliamo ispirarci, quali uomini e donne vogliamo guardare con rispetto, E sì: nella loro visione di insieme; perché ci sono “””errori””” che sono simboli, non sviste.

Nel 2003 io avevo 15 anni e il momento in cui guardavo la statua di Saddam Hussein cadere, spaccarsi a terra, è un’emozione che non scorderò mai. Spero sia in qualche bel museo a ricordarci chi eravamo.

Io nelle piazze vorrei uomini e donne non perfetti, non smalti inchiodati di luce, ma tracce di persone che non hanno oppresso persone, popoli, generi. Persone che hanno creato qualcosa di bello per tutti non celebrate perché hanno cristallizzato i diritti dei pochi che sono diventati i nuovi dirigenti. Il resto, ai musei.

“Così pensava forte
Un trentenne disperato
Se non del tutto giusto
Quasi niente sbagliato
Cercando il luogo idoneo
Adatto al suo tritolo
Insomma il posto degno
D’un bombarolo”

Consigli di lettura

Cosa fare con le tracce scomode del nostro passato (Internazionale, di

Da Bristol a Bruxelles, la rimozione delle statue come atto politico (ValigiaBlu, di Matteo Pascoletti)

– Altre statue cadranno (perdonate il disordine) (DoppioZero, di Riccardo Venturi)

 

 

Ecco le città Usa dove la segregazione etnica è ancora presente. Il dissimilarity index

È l’area metropolitana di Milwaukee-Waukesha, in Wisconsin a registrare il più alto indice di segregazione residenziale fra le città statunitensi, seguita da New York, Chicago e Detroit.

La segregazione etnica negli Stati Uniti come forma di disuguaglianza sociale è ancora ben radicata, anche nelle grandi metropoli del paese. Un indicatore demografico che viene utilizzato dai sociologi come misura di segregazione è il dissimilarity index, che indica la regolarità con cui due gruppi sono distribuiti su due aree geografiche che compongono un’area più grande. Alivello nazionale, questo indice fra i bianchi e i neri – che varia da 0 (completa integrazione) a 1 (completa segregazione) – pari a era 0,526.

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19 studenti per la seconda edizione di HCP: ancora qualche giorno per iscriverti!

hcpIl 19 giugno prossimo inizia la seconda edizione di HealthCom Program, il primo corso pratico in e-learning centrato sulla comunicazione sanitaria sui social media.

Un corso di formazione altamente specializzato per medici, aziende sanitarie e associazioni di settore, adatto ad ogni livello, che ti permette di costruire da subito una presenza online efficace.

6 mesi, 10 lezioni in Webinar (live e da rivedere in area riservata), 20 ore totali, e contenuti extra.

Se non sai ancora che cos’è HCP trovi una video spiegazione qui ,mentre sul nostro profilo Facebook puoi rivedere una diretta che ho fatto qualche giorno fa sulle novità 2020. Su Quotidiano Sanità trovi invece qualche mia considerazione sul perché se ti occupi di sanità è utile che tu abbia un quadro preciso di qual è il panorama degli strumenti di comunicazione che può far decollare la tua professione o un tuo progetto.

Siamo davvero entusiasti della partecipazione 2020: 19 professionisti da tutta Italia hanno deciso di salire a bordo

ma le iscrizioni sono aperte fino al 18 giugno!

Hai ancora tempo per cogliere l’attimo. Dai un’occhiata al sito e al programma con tutte le novità di quest’anno, per esempio una parte dedicata alla comunicazione del rischio, una al gaming e a TikTok. Quest’anno abbiamo l’onore di avere come docente di una lezione Eugenio Santoro, Ricercatore dell’Istituto Mario Negri di Milano, una delle persone più competenti in Italia sulla comunicazione sanitaria digitale.

Nel sito troverai anche un ebook gratuito da scaricare su “I 10 errori della comunicazione sanitaria online”.

E se invece sei semplicemente un curioso dell’argomento, ma non hai voglia o modo di partecipare al corso, entra a far parte del nostro gruppo Facebook HealthCom program – Class, dove condividiamo contenuti e ci confrontiamo su questo mondo sanitario sempre in evoluzione.

Ciao!

Cristina e tutto il team di HCP

 

I bianchi si laureano ancora molto più dei neri. Il gap etnico dell’università americana oggi

Si stima che nel 2020 circa il 65% dei posti di lavoro americani richieda una qualche forma di istruzione universitaria, rispetto al 28% del 1973. In generale, i tassi di disoccupazione sono più bassi per le persone con un livello di istruzione superiore, e i loro salari sono più alti.

Rispetto ai diplomati, i laureati triennali hanno quasi due volte meno probabilità di essere disoccupati e guadagnano circa 25.000 dollari in più ogni anno. Inoltre, chi possiede una laurea triennale, guadagna in media quasi 1 milione di dollari in più nel corso della propria vita rispetto a chi non ha frequentato il college.

La cosa interessante è che non si tratta solo di un vantaggio individuale. Questi aspetti economici personali comportano maggiori benefici per la comunità: un aumento delle entrate fiscali e una minore dipendenza dall’assistenza pubblica o dai programmi di “rete di sicurezza sociale”. Inoltre, un aumento dei livelli di istruzione per tutti è associato a meno criminalità e detenzione, a una migliore salute pubblica, a più volontariato, e a più contributi filantropici.

Eppure, nel 2018 possiede un Bachelor (corrispondente alla nostra laurea triennale)  il 16% degli afro-americani e il 13% dei latini, contro il 24% degli americani bianchi caucasici adulti. E mano a mano che sale il livello di istruzione, aumenta il gap etnico. Ha un Master Degree il 10,7% dei bianchi, il 7% degli afro-americani e il 4,1% dei latini; un dottorato il 2,3% dei bianchi, l’1,2% degli afro-americani e lo 0,6% dei latini. In numero assoluto nel 2018 hanno una laurea magistrale oltre 15 mila bianchi e appena 1800 afro-americani adulti e 1300 latini. Hanno un dottorato 3218 bianchi e solo 300 afro-americani e 193 latini.

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