Dal 2014 a oggi sono giunti nelle coste Euro- pee di Italia, Spagna e Grecia 1,8 milioni di persone mi- granti. L’equivalente di circa un quarto della popolazione londinese. A questi si aggiungono 16 mila morti in mare in quattro anni. Eppure, c’è chi ancora parla di invasione, facendone un’arma per la propaganda politica, e l’ambito sanitario è fra i più strumentalizzati. È la stessa politica nazionalista italiana, infatti, la prima a divulgare notizie false sulle condizioni di salute delle persone che arrivano in Europa, cavalcando l’onda lunga della paura da una parte del diverso e dall’altra del contagio. Eppure i dati raccontano una storia tutta diversa: chi arriva qui non porta vulnerabilità a noi autoctoni: chi arriva qui è vulne- rabile, e come tale va protetto. Non ci sono evidenze di focolai di malattie infettive, e in ogni caso i controlli alla frontiera sono effettuati a tappeto e in grado di individua- re chiunque non sia in buona salute prima che sbarchi. Non si può dire lo stesso della malattia mentale. Stupri, torture, omicidi visti con i propri occhi: questo è quello che si porta dietro chi riesce ad arrivare vivo in Italia dalla Libia. È da qui, e non dal ri uto di dare accoglienza, che dobbiamo partire per allinearci con il monito delle Nazioni Unite da qui al 2030: no one left behind, che nessuno sia lasciato indietro.
Autore: Cristina Da Rold
No, le madri sole non se la passano bene. Sono doppiamente a rischio di povertà
In Europa oggi è come se una donna lavorasse gratis a gennaio e a febbraio, ogni anno, rispetto a un collega uomo. Le donne dovrebbero lavorare infatti 59 giorni in più all’anno per ricevere lo stesso stipendio di un maschio a parità di mansione, perché per ogni euro di stipendio di un uomo, una lavoratrice guadagna solo 84 centesimi.
Questo emerge da un rapporto di Oxfam fresco di pubblicazione, che – si badi – si basa prevalentemente su dati e testimonianze raccolti in Italia, Francia, Spagna e Regno Unito. Sappiamo bene infatti che parlare di “paesi ricchi” e “paesi poveri” è un modo frettoloso di trattare la questione. Il nocciolo è quanta disuguaglianza vi è all’interno di un paese, in questo caso quante donne invisibili si alzano ogni mattina per andare al lavoro sottopagate e vivendo una vita a rischio di povertà.
In Italia il 12% delle donne che lavora è a rischio povertà, numero che ci colloca al quarto posto in Europa e fra i paesi dove questo problema sta crescendo rapidamente. Si chiamano in inglese “low-paid workers”, lavoratori sottopagati: sono quelli che in Italia guadagnano 8,3 euro l’ora, in Francia 10 euro, in Spagna 6,6 euro e in Gran Bretagna 9,9 euro l’ora. Nel caso delle donne il meccanismo perverso è semplice: essere sottopagate e lavorare di meno, più il peso di tutte le attività di cura della famiglia, intendendo spesso anche gli anziani, porta molte di loro a essere lavoratrici sì, ma a rischio di povertà. In Europa due terzi delle madri single è in questa condizione, denuncia Oxfam.
Centrale è il problema del part-time involontario: a livello europeo sono almeno il doppio le donne che sono state costrette a “scegliere”un part-time involontario rispetto agli uomini. In Francia per esempio nel 2017 le donne rappresentano il 75,8% del totale dei lavoratori part-time involontari. Tendenze simili si riscontrano in Italia, con il 69,5% delle donne part-time involontarie, in Spagna (69,79%) e nel Regno Unito (59,5%).
Un ragazzo su cinque dai 13 ai 15 anni fuma. E sono di più le ragazze
SALUTE – Olivia Newton-John ha superato in negativo John Travolta. A quanto pare gli adolescenti italiani dai 13 ai 15 anni fumano meno dei loro fratelli maggiori, poco meno dei propri genitori e tanto quanto i nonni. Tuttavia rispetto a qualche decennio fa balza agli occhi la maggiore tendenza a fumare fra le giovani donne rispetto ai coetanei maschi. Fuma il 24% delle adolescenti dai 13 ai 15 anni contro il 17% dei ragazzi. Inoltre il 7% delle ragazze e il 4% dei maschi di questa fascia di età fuma più di 20 sigarette al giorno.
Lo evidenzia un’indagine condotta nell’ambito della sorveglianza Gyts (Global Youth Tobacco Survey) che ha coinvolto oltre 60 scuole medie e superiori, e che mostra come il 21,3% degli studenti usi abitualmente prodotti del tabacco: il 19,8% sigarette e il 20,8% tabacco sfuso.
Secondo quanto emergeva qualche mese fa nell’ultimo Rapporto Osservasalute 2017, nel 2016 fumava il 19,8% della popolazione italiana (OggiScienza ne aveva parlato qui). I dati sono quelli della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità: nel periodo 2014- 2016 fumava il 31,3% dei 25-34 enni, il 27,5 del 35-49 enni e il 21,9 dei 50-69 enni.
La raccolta Gyts 2018 è stata coordinata dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’ISS.
Formazione, migranti e stranieri. L’Italia è penultima in Europa
Recentemente Eurostat ha condotto una serie di interviste fra persone adulte fra i 25 e i 54 anni native e non native in tutti i paesi dell’UE chiedendo loro se nell’ultimo mese avevano partecipato a una qualsivoglia attività formativa, anche la più semplice. L’Italia ne è uscita molto male. Con un misero 4,3% siamo risultati il penultimo paese in Europa per percentuale di adulti nati in un paese al di fuori dell’UE che ha frequentato un qualche corso di formazione. Dopo di noi solo Croazia e Grecia, e la distanza rispetto a quello che accade per esempio nel nord Europa è alta: l’ il 32% degli stranieri intervistati in Svezia e Finlandia ha dichiarato di aver seguito un qualche corso nelle ultime settimane. In Francia è il 21%, in Germania il 10%. La media UE è del 13%.
Insomma: se è vero che finora in questi anni di crisi migratoria abbiamo accolto molte più persone rispetto ad altri paesi, una volta stabiliti nel nostro paese l’offerta formativa – primo passo per l’integrazione – che proponiamo è esile. Saremmo invece i primi a dover potenziare questa forma di integrazione. Sempre Eurostat mostra che in Italia abbiamo il tasso più alto d’Europa di immigrati con basso livello di istruzione, il 49%. Seguono Grecia e Spagna con il 40%.
È bene precisare che Eurostat non considera solamente delle persone migranti arrivate in Italia negli ultimi quattro anni. Il campione usato per le interviste comprende qualsiasi persona nata al di fuori dell’Unione Europea che oggi vive in Italia.