Secondo il primo rapporto mondiale sul traffico aereo di Airports Council International (ACI) – l’associazione commerciale degli aeroporti del mondo – nel 2018 il traffico passeggeri nel mondo sarebbe in crescita del 6% sull’anno precedente: 8,8 miliardi di persone. Come se tutti gli abitanti del pianeta avessero fatto almeno un viaggio nel 2018, compresi anziani e bambini. Un aumento addirittura accelerato rispetto agli anni passati: il decennio 2007-2017 aveva registrato un +4,3% di traffico passeggeri. Le previsioni globali a medio termine di ACI rivelano che la crescita della domanda di servizi aerei tra il 2018 e il 2023 crescerà di quasi il 30%.
Sono chiaramente i grandi poli ad attrarre maggiore traffico. I 20 aeroporti più trafficati del mondo rappresentano il 17% di tutto il traffico passeggeri globale: 1,5 miliardi di persone.
Autore: Cristina Da Rold
Farmaci, cresce il consumo di statine e antipertensivi ma pochi seguono bene la terapia
Sebbene numerose evidenze scientifiche abbiano dimostrato che un’adeguata aderenza e persistenza alla terapia con statine sia associata a una riduzione del rischio di eventi cardiovascolari, i farmaci per tenere sotto controllo il colesterolo, sono fra le categorie con la peggiore aderenza terapeutica. Secondo quanto emerge da un sondaggio condotto da AIFA su 191.276 soggetti nuovi utilizzatori di statine con un’età mediana di 65 anni, il 41,6% di chi assume questi farmaci presenta bassa aderenza, cioè presenta una copertura terapeutica, valutata in base alle DDD, inferiore al 40% del periodo di osservazione. Solo il 20,6% degli utilizzatori segue perfettamente la terapia. Si parla di “alta aderenza” quando la copertura terapeutica è superiore all’80% del periodo di osservazione.
Le donne sono molto meno aderenti rispetto agli uomini: il 46% presenta bassa aderenza, contro il 36% dei maschi, e solo il 15% una perfetta aderenza, contro il 26% degli uomini.
Nuovi dati sul rischio cardiovascolare
Stimare il rischio cardiovascolare di un individuo che non ha mai presentato eventi acuti, come ictus o infarti, non è così semplice. Come sappiamo, sono molte le variabili che concorrono a comporre il rischio di conseguenze, fatali e non: l’età, il sesso, il peso, le abitudini alimentari, anche in termini di colesterolo, la genetica, il fumo, l’alcol, la mancanza di attività fisica.
Esistono a questo proposito delle carte del rischio (OggiScienza ne aveva parlato qui), che aiutano a schematizzare la nostra situazione sulla base delle nostre abitudini.
Si tratta tuttavia di una categorizzazione molto schematica, che tiene conto di alcuni dati, ma non di tutti. Su The Lancet Global Health è stato pubblicato un ampio studio internazionale che ha analizzato moli maggiori di dati rivisitando i diagrammi di rischio delle malattie cardiovascolari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, grazie allo sforzo congiunto di OMS, del BHF Centre for Research Excellence dell’Università di Cambridge, dello UK Medical Research Council, e del National Institute for Health Research britannico. Il risultato è molto importante perché per la prima volta consente un’identificazione più accurata delle persone ad alto rischio di malattie cardiovascolari in contesti diversi.
Come sta la ricerca in Italia? Male ma non malissimo. Ecco quanto e dove abbiamo speso per l’innovazione
La lancetta ha superato la metà del quadrante: nel 2017 sia la principale fonte di finanziamento che di spesa in Ricerca e Sviluppo intra-muros (cioè svolta dalle imprese con proprio personale e con proprie attrezzature) nel nostro paese è il settore privato. Su quasi 23,8 miliardi di euro stimati come spesa per R&S intra-muros, imprese e no profit contribuiscono per il 55,2% come finanziamento (13,1 miliardi di euro) e per il 62% (15,2 miliardi di euro, 14,8 miliardi solo dalle imprese) come spesa. Per fare un confronto: nel 2017 le università hanno speso 5,6 miliardi di euro, le istituzioni pubbliche 2,9 miliardi.
Sono i dati contenuti nell’ultimo rapporto di Istat “La Ricerca e Sviluppo in Italia” pubblicato a settembre 2019.
Per quanto riguarda il finanziamento, ai privati seguono le istituzioni pubbliche con il 32,3% della spesa (7,7 miliardi) e i finanziatori stranieri, che partecipano all’11,7% della spesa (2,8 miliardi). Si riducono gli investimenti sostenuti da imprese italiane, compensati da un aumento dei finanziamenti esteri. In ogni caso l’82% della spesa delle aziende è autofinanziamento, così come l’85% di quella delle istituzioni pubbliche.
La spesa in ricerca privata risulta trainata dalle aziende, che segnano un 5,3% di più di investimenti sul 2016, a fronte di una flessione fra la spesa delle aziende no profit. L’incremento – precisa Istat – è dovuto prevalentemente all’aumento del numero di imprese che hanno svolto attività di R&S intra-muros nel corso del 2017 piuttosto che all’aumento della spesa sostenuta dalle imprese storicamente attive in questo campo.