Fase 2, siamo sicuri che sdoganare le visite ai parenti soltanto sia la scelta più saggia? Qualche dato

Una questione che ci si sta ponendo con la fase 2 riguarda la logica con la quale è stato deciso chi (non quante persone!) ognuno di noi può visitare. Stando a ciò che è stato dichiarato dal Governo, sì a parenti, anziani inclusi, sì a non meglio precisati “affetti stabili”, no ad amici.

Ci poniamo due domande. La prima: ci chiediamo se la scelta di permettere ai parenti di visitare gli anziani, senza porre dei limiti nel numero di nuclei famigliari con cui entrano in contatto sia il modo più saggio per proteggerli e al tempo stesso garantire loro l’aiuto necessario. Una persona di 70 anni con quattro figli, che a loro volta hanno due figli potrebbe ricevere quotidianamente 12 persone, senza contare i relativi partner “stabili”. Al tempo stesso chi non ha famiglia ma magari ha bisogno di aiuto, anche morale, potrebbe continuare a restare svantaggiato. Certo c’è il buon senso, ma qui parliamo di normativa.

La seconda domanda riguarda chi la famiglia ce l’ha in un’altra regione, chi non ce l’ha più e chi per ragioni proprie la famiglia ce l’ha ma non la vuole vedere. Perché queste persone non dovrebbero avere diritto di incontrare – con tutte le precauzioni – poche persone che essi ritengono “famiglia”? Di nuovo, come abbiamo spiegato qualche giorno fa, scegliere un criterio qualitativo e non quantitativo è scivoloso.

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No xe Smart Working, xe #MonaWorking

Cossa che no xe al Smart working, e parché me par pì #MonaWorking.
(Cose che ho visto in questi due mesi con amici e parenti che lavorano in fabbrica, in salsa veneta).

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare da casa, ma chi non aveva il wifi la chiavetta se la deve pagare da sé, come il telefono. “Però risparmi sulla benzina, quindi ok”.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare solo 4 ore al giorno da casa, ma poi pretendere che il lavoro venga finito entro la giornata, come quando si lavorano 8 ore –> alla fine lavori 4 ore gratis, perché hai paura che un giorno “se ne ricorderanno”.

Problema: se il lavoro che fanno in 3 persone per 8 ore al giorno viene fatto da 3 persone per 4 ore al giorno, di quante persone penserà di aver bisogno un’azienda finita la pandemia?

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare “smart” ma poi comunque la pausa la devi fare dalle 10 alle 10.15, iniziare alle 8 in punto e finire alle 17.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare come al solito, ma che essendo “smart working” per contratto non esistono gli straordinari. Pagati.

Ecco, sono solo alcuni esempi.

Ma – e al digo mi che fae smart working da 7 ani: vardé che Smart Working xe n’altra roba. Sto qua me par pì Mona working.
Smart working xe empowerment del lavoratore, xe formasion, xe laorar per progetto e organisarse ‘a vita fra de noi par far funsionar ‘e robe, xe che se ti laori de pi ti pago de pi anca si te se sentà sul cesso mentre che ti produsi de pì del pattuito, fioi!

Bon 1 magio!

E tu, hai esperienze di MonaWorking da segnalare? Puoi farlo su twitter con l’hashtag #MonaWorking o commentando il mio thread o su Facebook commentando il post.

Le risposte della scienza, il ruolo della politica e le domande dei giornalisti. Non tutti gli esperti sono uguali.

Mettiamoci nei panni di un cittadino che si siede la sera sul divano per cercare di aggiornarsi sulle ultime novità riguardo al prossimo futuro di convivenza con il COVID19. Il caos informativo ora come ora è inevitabile, sia per un aspetto quantitativo che qualitativo.

 Questo caos informativo lo crea la politica, ma lo creiamo soprattutto noi giornalisti quando scegliamo chi intervistare e che domande porre.Non stiamo parlando di malafede, ci mancherebbe, ma di scarsa esperienza nel fare informazione sul rischio e durante un’emergenza. Ci sono corsi di formazione sulla comunicazione in queste circostanze; ci sono linee guida internazionali (per esempio quelle OMS del 2018), progetti di ricerca di alto profilo (per esempio conoscete ASSET ?), tanta letteratura. Manca però la fase “traslazionale”, che porta tutta questa conoscenza nei percorsi di formazione e nei corsi di aggiornamento di chi poi si trova davvero a fare informazione in trincea “ai tempi del coronavirus”.

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Fase 2: serve adottare il modello “Veneto” nell’organizzazione della sanità?

L’approccio “community based” ha fatto la differenza. Ecco come queste misure si sono tradotte anche in una maggiore protezione degli operatori sanitari. Cosa significa un approccio Community based riferito al Veneto.
“Significa banalmente che all’inizio della pandemia in Veneto è stata adottata una sorveglianza attiva, cercando i casi sul territorio del primo focolaio senza aspettare che i positivi si presentassero dal medico o in ospedale alla comparsa dei primi sintomi. Il Veneto ha eseguito, in proporzione sulla sua popolazione, il doppio dei tamponi per l’accertamento di infezione della Lombardia, e addirittura un numero 2,7 volte maggiore nella prima settimana dell’epidemia.  L’articolo integrale su 24+, edizione premium del Sole 24 Ore.