Tina Merlin, una donna contro

«Quante volte non si racconta della propria vita e delle proprie aspirazioni discorrendo con la gente? Soprattutto di queste ultime si parla molto, perché è bello pensare a quello che si avrebbe dalla vita, perché la vita la si ama proprio quando in essa si ha la maniera di dare libero sfogo alle proprie aspirazioni, affinché queste rechino soddisfazione.

Oggigiorno, purtroppo, non è così per moltissima gente, costretta a subire e a far subire alla propria volontà imposizioni di vario genere. La volontà dell’individuo, quindi, frustrata in tal modo da un ordinamento sociale retrogrado ed egoista, aspetta il momento opportuno per riuscire ad imporsi. Nell’attesa, ognuno pensa come sarà bello il domani che porterà alla soddisfazione morale di un’attività coscientemente ed entusiasticamente svolta per il consolidamento di una società cambiata. Per questo, infatti, si parla molto delle nostre aspirazioni.

Io no ho un mestiere fisso. Non ho, di conseguenza una qualifica. Dall’età di tredici anni ho incominciato l’esperienza del lavoro salariato e non ho avuto quindi il tempo di specializzarmi in un dato mestiere. Ho fatto sempre un po’ di tutto: dalla cameriera alla giornalista, dall’impiegata alla contadina, quello che trovavo sottomano, nei diversi momenti della vita. Non tutti, questi mestieri, mi sono piaciuti, è da credere. Qualcuno sì, e avrei voluto continuare se non fossero sopravvenute complicazioni. Attualmente, poiché sono sposata, faccio la casalinga, attività che, a suon del vero, non mi va molto a genio.

Non sono tagliata per starmene tutto il giorno in casa, sia pure esplicando tutte le attività che la posizione comporta. Eppure la famiglia mi piace, la casa anche, i bimbi pure. Ma così facendo non mi sento parte della società, mi sento un nulla e diventa sempre più difficile credere il contrario. Vorrei lavorare al di fuori della mia casa. La casa, per me, dovrebbe essere il caldo rifugio dopo il lavoro, un lavoro che sia veramente lavoro, per il quale la fatica sia una soddisfazione della propria volontà.

Nella mia città, dove – come in tutte le altre città – ci sono migliaia di disoccupati e dove non si riesce a trovare un buco di un lavoro neanche a cercarlo con la lanterna, la cosa si presenta piuttosto difficile. Non è che non si trovi quello che si vorrebbe, non si trova niente e perciò la sofferenza di un mancato lavoro è doppia! Non si creda che io esageri adoperando la parola sofferenza. L’ho adoperata apposta, perché ci sta e significa quello che io sento.

No, la donna di casa non è fatta per il mio carattere. Io no posso sedermi a tavola e pensare che i soldi per il pranzo li ha guadagnati soltanto mio marito, non posso, anche se sbaglio, fumare una sigaretta al pensiero che i soldi per comprarla non sono frutto del mio lavoro. Così per tutto il resto, che è molto e si ripete ogni giorno. È perciò che quando penso a quello che vorrei, penso sempre a un lavoro, che mi dia la facoltà di sentirmi qualcuno, nella famiglia, nella società e rispetto a me stessa.

Oggi non saprei quale lavoro scegliere per il fatto che anche se mi si presentasse l’occasione accetterei di fare tutto quello che so fare. Poi vorrei un appartamentino di qualche stanza (oggi sono sistemata terribilmente male). Vorrei abbellirla, la casa, con i soldi ricavati dal mio lavoro e da quello di mio marito, un po’ alla volta, mobile dopo mobile, cosuccia per cosuccia, perché penso e credo sia questa la maniera di amare poi veramente il proprio nido familiare. Vorrei avere la possibilità di disporre, al bisogno, dei soldi per pagare tutto in una volta le scarpe e le altre indispensabili cose che occorrono per vivere. Vorrei, la sera dopo il lavoro, sedere con mio figlio (che per allora crescerà) e mio marito, in un angolo della mia casa, a discorrere di lotte, di lavoro, di letteratura e di reciproche soddisfazioni. Vorrei poter vedere dei buoni film e leggere buoni libri. Vorrei un avvenire di pace per mio figlio che è nato da poco. Vorrei non vedere per la strada bambini con le scarpe rotte e vestiti stracciati chiedere la carità sulle porte della città, mentre i ricchi si degnano appena, assumendo un’aria da benefattori, di lasciar scivolare nel cappello teso qualche mezzalira.

Infine vorrei che tutti avessero ciò che desiderano, di lavoro e benessere. Vorrei vedere tutti contenti, cosa oggi impossibile finché si continua a parlare e a fare preparativi di guerra.

Vorrei che tutti amassero la vita e che essa fosse per ogni individuo fonte di serenità, di benessere, di gioia.

È per questo che io aspiro soprattutto a un domani nuovo, perché amo la vita e voglio – ne ho il diritto – che essa risponda alle mie aspirazioni.»

Tina Merlin, Vorrei soprattutto… (1952), in Adriana Lotto, Quella del Vajont. Tina Merlin, una donna contro (Cierre Edizioni, 2011)

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