Vivere senza sentire tra pregiudizi, pietismo e poca inclusione

VITE PAZIENTI – A un certo punto, mentre comunichiamo, l’interprete di Anna Maria deve rispondere a una telefonata e vedo che lei, dall’altra parte della videochat, continua a parlarmi nella lingua dei segni. Mi guarda negli occhi e mi è proprio chiaro che mi sta parlando sapendo bene che l’interprete non mi sta traducendo il suo linguaggio. Sono imbarazzata, disorientata, non capisco cosa mi vuole dire, e mi sento a disagio perché posso solo guardarla con espressione dispiaciuta scuotendo mani e testa. Mi rendo anche conto che il mio dispiacere ha quel filo sottile di senso di colpa che non dovrebbe avere.

Poco dopo l’interprete ritorna, e Anna Maria mi dice con un sorriso caldo, che voleva proprio che vivessi in prima persona quell’imbarazzo, per farmi intuire la sensazione che una persona sorda ha spesso ancora oggi nella sua vita quotidiana e in particolare sul lavoro. Ci sei riuscita eccome, Anna Maria. E te ne sono grata.

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