Patelli e la gestualità dell’arte in mostra a Padova

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In mostra a Piazzola sul Brenta più di 50 anni di attività dell’artista Paolo Patelli, tra astrattismo, materialità e colore.

80 anni e cinquant’anni di mostre in giro per il mondo. Paolo Patelli, istriano, classe 1934, è uno di quegli artisti il cui nome forse non è molto conosciuto dal grande pubblico, ma che ha alle spalle una vita ricca e variegata, dove non sono mancate una cattedra di pittura alla New York University e un’altra all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Oggi Patelli, che vive a Treviso, è in mostra proprio qui vicino, presso Villa Contarini a Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova, fino al 28 settembre 2014, con un’esposizione dal titolo  Paolo Patelli – Dipingere ogni giorno OPERE 1960-2014.

La mostra, a cura di Michele Beraldo e Dino Marangon propone un percorso unitario e cronologico che vedràesposte circa 50 opere. Si potranno così osservare i primi quadri di matrice informale, quelli “analitici”, relativi alla seconda metà degli anni Sessanta, ma anche le opere “poveriste” che Patelli svilupperà nel corso degli anni Settanta, oltre agli esperimenti degli ultimi anni.
L’arte di Patelli non è certo semplice da comprendere e nemmeno da cogliere. È quella che viene chiamata arte “astratta” fatta di schizzi di colore, quella che ha reso celebri artisti come Joan Mirò e Vasilji Kandinskij.
Tuttavia non si può certo assimilare Patelli all’astrattismotout court: la sua ricerca è mirata, puntuale, vicina a quelle che viene chiamate dalla critica “Pittura analitica” e“Pura  Pittura”, correnti, se così possono essere definite le anime dell’arte, che hanno percorso gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il centro della pittura analitica, nella definizione che ne dà Alberto Mugnaini, è il gesto di dipingere. Intorno ad esso, spiega Mugnaini, l’arte può mantenere saldo come una nave legata al porto, la sua presenza e il suo ruolo. Un’esigenza stringente, quella diribadire l’importanza e la vita dell’arte, specie in un periodo dove da più parti si teorizzava la morte della funzione dell’arte. Il gesto del dipingere come l’ancora alla quale attaccarsi per rimarcare che l’arte non stava morendo, che aveva ancora molto da esprimere e questa nuova funzione dell’arte si basava proprio sul dimostrare che essa era in grado di rappresentare un pensiero su se stessa, a partire dal gesto stesso di dipingere.

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