Le risposte della scienza, il ruolo della politica e le domande dei giornalisti. Non tutti gli esperti sono uguali.

Mettiamoci nei panni di un cittadino che si siede la sera sul divano per cercare di aggiornarsi sulle ultime novità riguardo al prossimo futuro di convivenza con il COVID19. Il caos informativo ora come ora è inevitabile, sia per un aspetto quantitativo che qualitativo.

 Questo caos informativo lo crea la politica, ma lo creiamo soprattutto noi giornalisti quando scegliamo chi intervistare e che domande porre.Non stiamo parlando di malafede, ci mancherebbe, ma di scarsa esperienza nel fare informazione sul rischio e durante un’emergenza. Ci sono corsi di formazione sulla comunicazione in queste circostanze; ci sono linee guida internazionali (per esempio quelle OMS del 2018), progetti di ricerca di alto profilo (per esempio conoscete ASSET ?), tanta letteratura. Manca però la fase “traslazionale”, che porta tutta questa conoscenza nei percorsi di formazione e nei corsi di aggiornamento di chi poi si trova davvero a fare informazione in trincea “ai tempi del coronavirus”.

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Fase 2: serve adottare il modello “Veneto” nell’organizzazione della sanità?

L’approccio “community based” ha fatto la differenza. Ecco come queste misure si sono tradotte anche in una maggiore protezione degli operatori sanitari. Cosa significa un approccio Community based riferito al Veneto.
“Significa banalmente che all’inizio della pandemia in Veneto è stata adottata una sorveglianza attiva, cercando i casi sul territorio del primo focolaio senza aspettare che i positivi si presentassero dal medico o in ospedale alla comparsa dei primi sintomi. Il Veneto ha eseguito, in proporzione sulla sua popolazione, il doppio dei tamponi per l’accertamento di infezione della Lombardia, e addirittura un numero 2,7 volte maggiore nella prima settimana dell’epidemia.  L’articolo integrale su 24+, edizione premium del Sole 24 Ore.

 

Fase 2: quante persone possiamo incontrare? La matematica dei (non) congiunti

Il congiunto è mio, e me lo gestisco io. La questione che sta emergendo in questi giorni a proposito dell’annuncio del Governo di permettere le visite ai “congiunti” nella cosiddetta fase 2, solleva un aspetto importante, che non passa solo attraverso la definizione legale di chi siano i congiunti, ma di chi può decidere quali sono le persone che posso visitare. Il problema è che al momento l’abbiamo posta sul qualitativo e non sul quantitativo: lo Stato ha deciso arbitrariamente che possiamo visitare i familiari senza porre un limite numerico (sono ammessi i parenti fino al sesto grado, cioè i figli di cugini possono incontrarsi), ma non si possono vedere i non familiari.

Non fraintendiamo il problema: un criterio andava trovato, altrimenti non si riusciva a porre un limite al numero di incontri fra nuclei che abbiamo con fatica mantenuto per quasi due mesi in isolamento. Ma ci chiediamo: perché non un criterio quantitativo, basato per esempio sul poter decidere le tre, o cinque, persone che possiamo vedere in questa cosiddetta fase due?

Non servono grandi competenze statistiche per stimare che una persona con uno stuolo di fratelli e cugini (quindi che può entrare in contatto con n nuclei familiari) ha più probabilità di esporre la comunità a contagio rispetto a una persona che decide di vedere al massimo, poniamo, tre persone.

Inoltre, una persona che non ha (o non vuole avere) la famiglia vicino ma che magari conta su una rete forte di amici (ricordiamo che non ci si può spostare fra regioni) sarà penalizzata rispetto a chi vive una situazione più classicamente vittoriana, dove le relazioni reali sono “stabili”. Come nel curriculum famoso stilato da Wislawa Szymborska: “A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve. […] Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati.”

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Critiche comprensive. Pazienza e bontà. 

“26 febbraio 1927.
Ci vorrà pazienza ed io pazienza ne posseggo a tonnellate, a vagoni, a case (ti ricordi come diceva Carlo quando era piccino e mangiava qualche dolce saporito? «Ne vorrei cento case»; io di pazienza ne ho kentu domus e prus).

Dovrai tu aver pazienza e bontà, però. La tua lettera invece mi pare che mi ti mostri in tutt’altro stato d’animo. Scrivi che ti senti vecchia ecc. Ebbene, io sono sicuro che tu sei ancora molto forte e resistente, nonostante la tua età e i grandi dolori e le grandi fatiche che hai dovuto attraversare.

Corrias, corriazzu, ti ricordi? Sono sicuro che ci vedremo ancora tutti assieme, figli, nipoti e forse, chissà, pronipoti, e faremo un grandissimo pranzo con kulurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu sigada (non di quei fichi secchi, però, di quella famosa zia Maria di Tadasuni). Credi che a Delio piaceranno i pirichittos e le pippias de zuccuru? Penso di sí e che anche lui dirà di volerne cento case; non puoi credere quanto rassomigli a Mario e a Carlo bambini, per quanto io ricordi, specialmente a Carlo, a parte il naso che Carlo aveva allora appena rudimentale.

Qualche volta penso a tutte queste cose e mi piace di ricordare i fatti e le scene della fanciullezza: ci trovo molti dolori e molte sofferenze, è vero, ma anche qualcosa di allegro e di bello. E poi ci sei sempre tu, cara mamma, e le tue mani sempre affaccendate per noi, per alleviarci le pene e per trarre una qualche utilità da ogni cosa. Ti ricordi i miei agguati per avere il caffè buono, senza orzo e altre porcherie del genere?”

Lo scriveva Gramsci, e pochi di noi italiani vivono una situazione paragonabile alla sua.

Molti omissis ieri sera, 26 aprile 2020, nel discorso di Conte sulla Fase 2 del nostro lockdown per il COVID-19. Il maggiore – a mio avviso – riguarda come gestire i figli piccoli se tu devi tornare al lavoro. Tu donna, specialmente.
Tuttavia, nel complesso direi che mi sento sollevata, data la situazione, che ci sia stata l’intelligenza di mantenere saldi certi divieti. Io mi sono comunque svegliata con la contentezza di poter rivedere la mia famiglia dopo due mesi, di poter ripasseggiare nel mio bosco, e guardare le mie montagne a Longarone. Per il resto, il tempo verrà.

Sarà che ho scelto di essere un’ottimista, sempre, positiva fino all’utopia, ma penso che possiamo anche decidere di criticare quello che va criticato, ma anche di essere comprensivi con chi sta cercando di trovare una quadra.
Non sono per nulla contenta di quel che vedo scritto stamane, a partire dalla retorica dello “stanno (chi?) rubando il futuro ai nostri figli” da parte di chi fra noi invece dovrebbe farsi guida, incoraggiamento, sentinella, in questo momento difficile.

Coraggio, che torneremo a danzare, siamo una specie resiliente!

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Henri Matisse, La danza