Disuguaglianza e istruzione: i figli e le figlie di operai e l’accesso all’università

Un errore da non fare quando si parla di gap di genere riguardo all’istruzione è slegare questo aspetto dal gradiente socioeconomico. La questione andrebbe sempre scorporata in due domande: esiste e a quanto ammonta, il gap di genere a seconda del gruppo socioeconomico di appartenenza? Quali sono le reali opportunità di studiare e seguire il proprio sogno nei contesti più svantaggiati?

L’ultimo rapporto di Almalaurea relativo ai laureati e alle laureate 2020 fa emergere un aspetto interessante: sembra che l’innalzamento dei livelli formativi interni alla famiglia sia da attribuire principalmente alle donne. “Le differenze di genere sul contesto culturale e socio-economico di provenienza – si legge – mettono in evidenza che, tra chi conclude gli studi universitari, le donne presentano una minore selezione basata sul contesto familiare di quanto succeda tra gli uomini; probabilmente ciò è dovuto al fatto che non solo proseguono gli studi dopo il diploma più degli uomini, ma anche che lo fanno provenendo da contesti familiari meno favoriti.”

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Il gap di genere sul trattamento dell’infarto

Senza dati disaggregati per genere, nazionalità, status socio economico, qualsiasi mappatura dei servizi sul territorio è parziale perché non individua chi rimane più indietro. Riguardo alle prestazioni sanitarie in ambito cardio-circolatorio questo aspetto è evidente: le donne tendono a ricevere trattamenti più lentamente e con esiti peggiori, per esempio durante un infarto.

A misurare questo fenomeno è Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali) attraverso il Piano Nazionale Esiti (PNE), che misura – appunto – gli Esiti terapeutici di una serie di trattamenti ospedalieri, con i dati disaggregati per Struttura Ospedaliera e Unità Territoriale (ULSS, ASL, AST,…). Per esempio sulla mortalità a 30 giorni per una serie di interventi, e a due anni, ma anche la percentuale di assistiti che hanno ricevuto il trattamento all’interno dei tempi indicati dai vari Percorsi Diagnositico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per ogni patologia. Ad esempio in caso di infarto miocardico acuto il trattamento dovrebbe essere garantito con Angioplastica Coronarica Percutanea Transluminale (PTCA), i famosi “stent coronarici”, entro 90 minuti dall’accesso nella struttura di ricovero. Se la PTCA viene effettuata nelle fasi iniziali di un infarto, la mortalità a breve termine del paziente è minore. Il grande database PNE raccoglie anche dati sulle riammissioni ospedaliere a un mese dalla prima dimissione.

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Le persone depresse credono di più alla disinformazione?

La depressione rende le persone più vulnerabili, e nuove evidenze mostrano che grossa parte di loro possono essere più propense a credere alla disinformazione. Un pregiudizio generale verso la negatività, o la tendenza a concentrarsi su informazioni negative piuttosto che positive, può esacerbare la diffusione della disinformazione. Questa è l’ipotesi da cui è partita un’ampia ricerca della Harvard Medical School presso il Massachusetts General Hospital pubblicata su JAMA. La risposta pare affermativa: non sarà così per tutti – la scienza è statistica – ma si osserva una correlazione fra presenza di sintomi depressivi e propensione a credere ad almeno una delle quattro affermazioni false sui vaccini anti COVID19 proposte dagli scienziati. Queste persone avevano la metà di probabilità di risultare vaccinate.

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