“È meglio se scegli un istituto professionale, così almeno ti tieni aperte più opportunità. Con il liceo dovrai andare all’università, e chissà se poi troverai lavoro”. Molte famiglie articolano ancora oggi questo pensiero ai propri figli, in buona fede. Chi lo nega, è perché non frequenta molto i bar di provincia, i centri di aggregazione del dopo lavoro, le fabbriche.
Eppure oggi questa equazione sembra essere falsa. Stando a una recente nota Istat, nel 2022, il tasso di occupazione dei laureati raggiunge l’83,4%, valore superiore di 11 punti a quello dei diplomati (72,3%) e di 30 punti a chi ha conseguito al più un titolo secondario inferiore (53,3%). Si conferma, dunque, l’evidente “premio” occupazionale dell’istruzione, in termini di aumento della probabilità di essere occupati al crescere del titolo di studio conseguito. Fra le giovani donne il vantaggio occupazionale dato dall’aver studiato di più è decisamente più evidente che fra i ragazzi della stessa età. Il tasso di occupazione delle laureate è di 23,5 punti più elevato rispetto a quello delle diplomate, differenza che si riduce a 18,4 punti tra le 25-64enni e a 14,3 punti nella media Ue.
Quante sono state le sperimentazioni cliniche per COVID-19 in Italia? Non tante come si penserebbe
Contrariamente alla tendenza generale, che vede il settore profit dominare la scena delle sperimentazioni cliniche in Italia, la maggior parte degli studi su COVID-19 fra il 2020 e il 2022 compreso, sono stati condotti da enti no profit: 61 versus 46. Lo mostrano i dati che AIFA ha pubblicato recentemente, contenuti nel rapporto dal titolo La Sperimentazione Clinica dei Medicinali in Italia.
L’impatto del long COVID sul cuore a oltre tre anni dall’inizio della pandemia
COVID-19 ha rappresentato un forte fattore di rischio per complicanze cardiovascolari indipendentemente dalla gravità dell’infezione. Ora, a oltre tre anni dall’inizio della pandemia, uno studio suggerisce che dal punto di vista dell’impatto sul cuore l’ombra lunga di COVID-19 non esisterebbe quasi più, tranne in casi rari
Per una persona su cinque che chiede aiuto allo psicologo il problema vero è il lavoro
Una nota piattaforma che mette in contatto specialisti nel settore della psicologia e l’utenza, Serenis, ha elaborato i dati di un sondaggio condotto su 3.000 loro utenti ed è emerso che una persona su cinque che cercava aiuto da uno specialista tramite la piattaforma denunciando come spinta lo stare male sul luogo di lavoro, in effetti sta male sul posto di lavoro. Che si tratti di mobbing, di disorganizzazione, di impossibilità di gestire il proprio tempo libero, di sovraccarico di mansioni, il problema è lì.
Questo dato si può leggere anche accentuando l’opposto, ossia: per quattro persone su cinque che invece imputano il proprio malessere al lavoro, in realtà la professione “triggera”, ossia accentua, delle difficoltà proprie della persona. L’80% dei pazienti che ha iniziato un percorso di psicoterapia denunciando difficoltà correlate al lavoro non ha ricevuto infatti una diagnosi di conferma. Fra le persone che si sono rivolte agli psicoterapeuti di Serenis dichiarando di avere delle difficoltà correlate al lavoro, in realtà il 37% soffre di disturbi d’ansia. Spesso si tratta di gestione non efficace, di problematiche ossessive che aumentano il carico di lavoro in modo eccessivo e che fanno percepire una responsabilità enorme rispetto alle reali mansioni, oppure di una scarsa capacità di concentrazione e di impulsività non diagnosticate nell’infanzia, che rendono molto difficile l’organizzazione del lavoro.
Il 22% contatta uno specialista perché intraprende un percorso legato alla crescita personale, il 19% vive una costante mancanza di autostima, il 17% ha problemi relazionali anche fuori dal lavoro, l’8% ha difficoltà a gestire lo stress, il 7% vive periodi di profonda crisi riguardo alla propria esistenza, il 4% ha un disturbo depressivo.