Riportare l’equilibrio in sanità

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In un mondo in cui il successo di una nazione e i progressi dei sistemi sanitari si misurano sempre di più in termini di crescita, e quindi di prodotto interno lordo, di scaglioni di reddito e patrimoni, la potenza del messaggio di sir Michael Marmot è l’urgenza di poggiare gli aspetti politici e sociali della questione sanitaria anzitutto sul piano morale, e di farlo con il metodo scientifico.

Quella che propone Marmot nel suo ultimo folgorante libro “La salute disuguale” (Il Pensiero Scientifico Editore), è infatti una filosofia evidencebased, basata su decenni di solidi dati, studi, osservazioni, a partire dal primissimo studio Whitehall I all’inizio degli anni Settanta. Il bisogno, l’urgenza, di uno sguardo di sintesi su un problema, quello del ruolo delle disuguaglianze sociali sulla salute, che si misurasse con le domande di senso del nostro stare al mondo. Capire – per citare il titolo del primo capitolo del libro – come si articola “l’organizzazione della miseria”. È un termine azzeccatissimo – miseria – perché connota un concetto di povertà che non riguarda solo il reddito, ma tutti i diversi ambiti che sfiorano le vite delle persone, e che incidono come veri e propri “marchi sui loro corpi”, per usare una recente definizione di Paolo Vineis .

Il dato di fatto è che oggi viviamo in un mondo profondamente disuguale, da tutti i punti di vista. E maggiori sono le disuguaglianze, ci mostra la letteratura, minore è la mobilità sociale. Per chi si trovasse in difficoltà nel credere alle parole di Marmot, è sufficiente guardare qualche dato sull’intenzione di proseguire gli studi dopo la laurea fra gli studenti italiani in relazione alla classe sociale di appartenenza.

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L’idea di partenza

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Si fa un gran parlare di come le politiche nell’ambito dei cambiamenti climatici debbano essere fondate su solide basi scientifiche ma, a quanto pare, anche qui ci si scontra con numerosi errori comportamentali, in primis il fatto che chi siede al tavolo dove vengono prese davvero le decisioni a livello globale, non essendo uno scienziato, tende a cambiare difficilmente idea rispetto al proprio a priori, anche di fronte a nuovi dati più precisi forniti dalla scienza. Nulla di strano a dire il vero, quello di rimanere ancorati a una propria idea è un comportamento squisitamente umano – la scienza lo chiama confirmation bias – ma in questo caso diventa un fattore tutt’altro che irrilevante a livello di politiche energetiche.
A evidenziare questo aspetto è un innovativo studio pubblicato su Nature Climate Change da un team di ricercatori, fra cui anche alcuni italiani, e finanziato dallo European Research Council (ERC), basato su una serie di questionari che sono stati sottoposti a un campione di 217 policymakers presenti alla conferenza COP21 di Parigi del dicembre 2015 e a un gruppo di 140 studenti MBA europei che sono stati formati per partecipare a una simulazione di negoziazione sul clima. In occasione della Conferenza, i Paesi firmatari hanno delineato gli impegni che intendono assumersi nei prossimi anni per mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C, limitandone l’aumento a 1,5 °C, e per arrivare a emissioni zero nella seconda metà di questo secolo.

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