HDJ Newsletter 3 – Marzo 2018

Ciao!

in occasione del World Health Day, ecco fresca fresca la terza AudioNewsletter di HealthDataJ dove blatero dei dati sanitari più interessanti usciti a marzo 2018.

In questa puntata parliamo di giornata mondiale della salute, morbillo, migranti e salute, salute percepita, tubercolosi e molto altro.

I link ai dati citati li puoi trovare qui, e se invece vuoi iscriverti alla nostra community su Facebook dove condividiamo risorse e ci confrontiamo (educatamente) sui dati sanitari, puoi cliccare qui, sei il benvenuto!

Enjoy!

Droga, gli italiani ai primi posti in Europa. Ecco chi consuma cosa

Quanto a consumo di droghe il nostro paese è fra i peggiori in Europa, con il 22% degli adulti fra i 15 e i 64 anni che nel 2017 ha fatto uso di una qualche sostanza. La stessa percentuale dell’Olanda.

Se consideriamo la percentuale di persone dai 15 ai 64 anni che nell’ultimo anno ha assunto una qualsiasi droga, l’Italia si colloca in terza posizione dopo Repubblica Ceca e Francia. Per quanto riguarda il consumo di cannabis siamo addirittura in seconda posizione a pochissima distanza dalla Francia, e in quarta per assunzioni di cocaina.
Non siamo invece fra i principali consumatori in Europa di Ecstasy e Amfetamine.

Numericamente, come consumi è la cannabis a risultare predominante, mentre la cocaina è la principale sostanza confiscata nel nostro paese e l’eroina (un oppiaceo) la prima causa di morte per overdose.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dal bollettino annuale EMCDDA (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) a farla da padrona è la cannabis, sia in Italia che in Europa, consumata da 23,5 milioni di persone (il 7% della popolazione), di cui 17,1 milioni di giovani under 34 (il 13,9% di loro). L’87% degli europei ha dichiarato di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita. Sono tuttavia i giovani a consumarla di più: il 21% dei 15-24 enni, il 16% dei 25-34 enni, il 7% dei 35-44 enni, il 3,6% dei 45-54 enni e solo l’1% degli over 55.

La Cocaina è stata assunta da 3,5 milioni di individui (l’1% del totale) di cui 2,3 milioni di giovani con meno di 34 anni (l’1,9%), l’Ecstasy (MDMA) da 2,7 milioni (lo 0,8% della popolazione), per la maggior parte giovani (2,3 milioni, cioè l’1,8% del totale); infine, le amfetamine sono state assunte negli ultimi 12 mesi da 1,8 milioni di persone (lo 0,5% della popolazione) di cui 1,3 milioni di under 34 (l’1,1% della popolazione).

E gli oppiacei, come metadone, buprenorfina, morfina e ossicodone? Si stimano in Europa ben 1,3 persone a rischio di complicanze dal punto di vista sanitario, dal momento che l’81% delle overdosi del 2017 hanno registrato la presenza di uno più oppiacei.

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Infertilità maschile e disfunzione erettile. Come stanno le cose

SALUTE – Di recente è apparso su Nature Reviews Urology, un articolo a firma di due ricercatori italiani dell’Università di Firenze – il dottor Francesco Lotti e il professor Mario Maggi – sull’infertilità maschile e sulla disfunzione erettile. Un articolo che fa il punto sui dati a livello mondiale in merito a questi due problemi e alla loro correlazione. L’infertilità colpisce il 7-12% degli uomini e, fra chi ha problemi di infertilità, la percentuale di persone che soffre di disfunzioni sessuali (quali problemi di erezione, eiaculazione e scarso desiderio sessuale) è elevata. Ne abbiamo parlato con Francesco Lotti, endocrinologo e andrologo.

Iniziamo con qualche numero: quanto è diffusa l’ infertilità maschile e quali sono le cause?

L’infertilità affligge circa una coppia su dieci e nel 50% dei casi l’uomo ha una certa responsabilità, da solo o come concausa. Tuttavia, solo nella metà dei casi siamo in grado di individuare la causa dell’infertilità maschile. Nel resto degli uomini l’origine può essere pre-testicolare (15% dei casi), testicolare (75%) e post-testicolare (10%); nel 15% dei casi è attribuibile ad anomalie genetiche. Le cause pre-testicolari comprendono il cosiddetto ipogonadismo ipogonadotropo o disfunzioni sessuali severe. L’ipogonadismo ipogonadotropo, congenito o acquisito, si caratterizza per la presenza di bassi livelli di testosterone plasmatico secondari e alterazioni dell’ipotalamo e/o dell’ipofisi, la ghiandola del cervello assimilabile ad una “centralina di controllo” che secerne ormoni di regolazione per altri organi endocrini periferici. Le disfunzioni sessuali che si associano a infertilità maschile invece sono quelle caratterizzate da un difetto nella deposizione del seme in vagina, quali l’aneiaculazione, ovvero l’assenza patologica di emissione del liquido seminale, e le forme più severe di disfunzione sessuale, come l’inabilità alla penetrazione e l’eiaculazione precoce ante portam, cioè prima di entrare in vagina.

Le cause testicolari invece comprendono qualsiasi affezione del testicolo associata a una compromissione della spermatogenesi e includono quelle congenite, quali anomalie del cariotipo e microdelezioni del cromosoma Y, e quelle acquisite come orchite, torsione e trauma testicolare, chemio e radioterapia. Infine, le cause post-testicolari comprendono cause congenite quale l’agenesia bilaterale dei dotti deferenti, che spesso dipende da una mutazione del gene della fibrosi cistica, e cause acquisite, quali l’ostruzione dei dotti eiaculatori post-infezione o infiammazione o associata a cisti prostatica mediana, la vasectomia e gli anticorpi anti-spermatozoi.

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Salute: quanto incide lo status socio-economico?

Una persona di 60 anni oggi proveniente da una classe sociale più modesta ha la stessa velocità di camminata di un individuo di 66 anni più ricco. È quello che emerge da uno studio apparso sul BMJ a cui hanno partecipato anche ricercatori italiani, afferenti al Progetto Lifepath.
Ciò non sta certo a significare che fumo, obesità e via dicendo non impattano sulla nostra salute come pensavamo, anzi. Sono proprio i noti fattori di rischio che tutti ormai conosciamo i “colpevoli” di questo gap. La classe sociale è la cartina di tornasole delle conseguenze dell’insieme di questi fattori. L’importanza di questo studio è aver provato a focalizzare l’attenzione non sul singolo fattore di rischio (l’obesità, il diabete, l’ipertensione), ma sull’intero contesto di vitadegli individui, che si può riassumere con lo status socio-economico, in cui si esprimono i fattori di rischio.
Dal punto di vista delle strategie globali innovative in materia di salute, finora l’impatto negativo dei fattori di rischio è principalmente valutato utilizzando parametri come la mortalità, mentre più ampie misure di benessere come la funzione fisica hanno ricevuto finora meno attenzione. «Non dovremmo limitare la nostra analisi alla lunghezza della nostra vita, ma studiare anche la qualità del nostro invecchiamento», afferma Mika Kivimaki,  docente all’University College di Londra. E per riuscire in questo è necessario partire – come ha insegnato Sir Michael Marmot – dalle condizioni socio-economiche, e ancor prima dai gap nell’istruzione. «Concentrandoci sull’invecchiamento sano e sul benessere funzionale, miriamo a fornire ulteriori prove per mettere a punto politiche sanitarie più generali che affrontino le avversità socioeconomiche prima di tutto, oltre ai fattori di rischio standard» conclude Kivimaki.

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