Perché in tanti scappano dal Sudan

APPROFONDIMENTO – Una cartina di tornasole del benessere di un popolo è la sua libertà di stampa ed espressione. Il Sudan è il terzo paese di partenza dei migranti che sono arrivati in Italiadal 1 gennaio a oggi (1595 persone) e da questo punto di vista non se la passa per niente bene.

Nel 2018 il Sudan è stato classificato al 174mo posto nel mondo su 180 paesi per la libertà di stampa. Basta leggere la cronaca locale o seguire l’account Twitter del network dei giornalisti sudanesi, il Sudanese Journalists Network, che riporta continue censure da parte del governo di Omar al Bashir su giornali e giornalisti. A maggio scorso una direttiva spedita ai direttori dei giornali da parte dei Servizi di Sicurezza Nazionale (NISS) – riporta Nigrizia – proibiva la diffusione di notizie relative alla crisi del carburante, comprese quelle sulle proteste organizzate contro il governo nelle zone interessate dalla scarsità di combustibile.

Secondo Amnesty International, nella seconda metà del 2017 le autorità hanno confiscato le tirature di sei giornali in 26 episodi. E non si tratta solo di confische, ma di violenza come quella che ha dovuto subire Hanadi Alsiddig, caporedattrice del quotidiano Akhbar Alwatan, fermata e percossa da agenti del Niss per aver pubblicato notizie riguardanti dispute sulla terra.

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La nuova questione meridionale dell’Italia del no profit

Secondo quanto riportato in un censimento di Istat  pubblicato in questi giorni, nel Meridione il no profit è un settore oggi molto meno presente rispetto al nord, sia come numero di enti fra associazioni, cooperative sociali e fondazioni, che di dipendenti. Si contano poco più di 91 mila istituzioni fra sud e isole per un totale di 164 mila dipendenti, contro i 175 mila enti al nord, che danno lavoro a 465 mila dipendenti. Se consideriamo il numero di istituzioni non profit ogni 10 mila abitanti vediamo che al centro-nord tale tale rapporto assume valori prossimi se non superiori a 60 (a Nord-est si tocca addirittura quota 68,2 per 10 mila abitanti), mentre nelle isole e al sud è pari rispettivamente a 48,1 e 42,2 per 10 mila persone. I valori più bassi si riscontrano in Campania e in Calabria con rispettivamente 55 e 56 dipendenti che lavorano nel no profit per 10 mila abitanti, mentre a Trento se ne contano 238, in Alto Adige 199 e in Lombardia 180.

Nelle regioni meridionali tuttavia in proporzione si contano più cooperative sociali rispetto al nord, dove invece prevalgono le associazioni e le fondazioni. Inoltre, sempre al sud si nota una netta predominanza di no profit dedicate allo sviluppo economico alla coesione sociale e all’assistenza sindacale, mentre è notevole il divario circa la presenza di associazioni culturali ricreative e filantropiche, come anche di enti che operano nell’ambito della cooperazione internazionale.

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Convivere con la distonia: la storia di Flavia

VITE PAZIENTI – “Era il 2009 quando mi hanno operato per un tumore benigno al cervello. Io, donna sana di poco più di quarant’anni, una vita piena e attiva, ero stata tutto sommato fortunata: il tumore era benigno e l’intervento era andato per il verso giusto. Eppure dopo il primo periodo io non stavo bene.”

Cominciano i primi spasmi muscolari nella zona del collo e della testa, ma nessuno ci dà troppo peso. La postura, chissà. E invece era distonia, ma per Flavia ci vogliono anni prima di dare un nome alla sua nuova condizione. E solo con un nome, un’identificazione, si può essere riconosciuti e quindi trattati.

La distonia è una malattia difficile da diagnosticare e che può colpire chiunque, perché nella maggior parte dei casi non ci sono correlazioni di tipo genetico. Nel caso di Flavia probabilmente si è trattato di una conseguenza dell’intervento che ha subito al cervello che le ha, fra le altre cose, paralizzato la parte destra del viso.

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Altro che social network, siamo ancora l’Italia della televisione

Nei giorni scorsi il Censis ha pubblicato un rapporto sulla tecnologia presente nelle case degli italiani, che ha messo in luce ancora una volta come a farla la padrone sia oggi come ieri la televisione. Ben più della rete. Il 97,1% delle famiglie intervistate (20 mila in tutto) ha almeno un apparecchio televisivo, ma solo il 22,1% un pc desktop, il 48,1% un portatile e il 26,4% un tablet.
Nelle case degli italiani ci sono infatti oltre 43 milioni di televisioni e solo 5,6 milioni di pc fissi, 14 milioni di portatili e 7,4 milioni di tablet. L’82% delle famiglie italiane possiede un collegamento internet (il 98% fra le famiglie giovani, con meno di 34 anni), ma solo la metà di esse ha sia un connessione domestica che mobile, e una su tre (il 44,6% tra i giovani fino a 34 anni) utilizza solo la connessione tramite mobile. I disconnessi, cioè le famiglie senza connessione a internet, sono il 17,8% degli intervistati, pari a 4,3 milioni di persone.
Riguardo alla frequenza di utilizzo della televisione ci vengono in aiuto i dati Istat delle persone la guardano, tra questi l’86% lo fa ogni giorno, e i gruppi più numerosi sono i giovanissimi e gli anziani, in particolare i 6-14enni e i 65-74enni.

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