Università: Master per pochi. Ma poi si trova lavoro?

È notizia di qualche giorno fa che 14 atenei italiani hanno dato il via a 14 lauree triennali professionalizzanti, coordinati, si legge, “in stretta collaborazione con collegi e ordini professionali”, in tre ambiti: Ingegneria, Edilizia e Territorio, Energia e Trasporti. Anche se, si legge nel comunicato stampa, al momento il titolo di studio non è comunque abilitante per accedere agli ordini professionali.
Il fatto che si sia sentita la necessità di introdurre delle lauree definite come “professionalizzanti” fa riflettere su quanto poco lo siano i corsi di laurea attualmente attivi. Polemica? No, dati. Secondo il Rapporto sul Profilo dei laureati del 2018 di Almalaurea  il 42% dei laureati italiani non ha svolto alcuna esperienza di tirocinio o lavoro riconosciuto.
Potenziare la professionalità dei corsi di laurea triennali e magistrali è certamente una scelta che va nella direzione di una maggiore equità sociale, di cui il nostro sistema educativo ha bisogno. In Italia ormai è ben salda l’idea che se vuoi trovare un lavoro il prima possibile, devi conseguire un master, possibilmente non uno qualsiasi, ma un corso prestigioso e quindi – non serve dirlo – costoso.
Secondo quanto emerge da un nuovo rapporto di Almalaurea sui master italiani , a un anno dal conseguimento del master lavora l’86,6% dei ragazzi e delle ragazze intervistati (quasi 10 mila), la metà dei quali con un contratto a tempo indeterminato. Per arrivare a questo tasso occupazionale con la semplice laurea magistrale ci vogliono cinque anni. Senza master, a un anno dalla laurea lavora il 73% dei ragazzi.
Di fronte a questi dati verrebbe da dire: un giovane “furbo” sceglie un master invece che una laurea magistrale. Semplificare in questo modo tuttavia significa fare i conti senza l’oste. Anzitutto perché master universitari non sono per tutti: i costi medi sono ben superiori ai 5000 euro annui e stando alle rilevazioni Almalaurea solo un posto su cinque è coperto da borsa di studio o finanziamento di supporto, in percentuale maggiore tra i diplomati di secondo livello (il 26,7% ha ottenuto un aiuto) rispetto al 19,4% di quelli di primo livello. Solo il 9,3% ha potuto tuttavia contare sulla copertura totale dei costi di iscrizione. Il 19% dei finanziamenti è stato erogato dall’università, il 46% da altri enti pubblici e il 26% da enti privati.

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Spesa pubblica, fiscalità e lavoro: l’Italia secondo l’indice CRI

In questi giorni Oxfam ha reso noto il CRI (Commitment toon Reducing Inequality Index o l’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza). Si tratta di un indice composito, validato statisticamente da un centro di ricerca della Commissione Europea, che mira a esaminare e confrontare l’azione di 157 governi nel contrasto alle disparità socio-economiche.

Il macro dato è che l’Italia si colloca nel complesso al 16mo posto assoluto e al 15mo fra i 35 paesi dell’area OCSE nel 2017, ma bisogna fare attenzione prima di cantare vittoria. Si tratta infatti di un ranking che, nel commento di Oxfam, rappresenta ancor oggi, in termini comparativi, il dividendo del welfare state italiano, la cui portata universalistica corre oggi il serio pericolo di sgretolamento e forti rischi di sostenibilità economica.
Solo esaminando nel dettaglio gli indicatori considerati possiamo farci un’idea più precisa di dove stiamo andando discretamente e quali invece sono i nostri buchi neri.

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Cosa è la sostenibilità aziendale? Le imprese restano pigre

Nei giorni scorsi Oxfam ha pubblicato il rapporto Walking the Talk 2018, che analizza quello che 76 fra le maggiori aziende private del mondo stanno facendo per abbracciare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, i cosiddetti Sustainable Development Goals (SDGs),adottati ormai da tre anni quale griglia comune di riferimento per la messa a punto delle politiche e private dei prossimi 15 anni.

Il bilancio secondo le valutazioni di Oxfam sembra essere per il momento negativo: nel complesso l’introduzione degli SDGs non ha modificato l’approccio delle imprese alla sostenibilità aziendale. Solo in un paio di casi le aziende hanno inserito i 17 Obiettivi all’interno delle linea guida per la definizione della propria strategia di sostenibilità. Circa la metà di esse dispone di informazioni su nuove azioni o obiettivi correlati ai 17 Obiettivi.

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Inquinamento atmosferico e aspettativa di vita in Cina

Negli ultimi anni studi di coorte condotti in Nord America e in Europa hanno evidenziato chiaramente che l’esposizione a lungo termine a polveri sottili come il PM2.5 è associata a un aumento del rischio di mortalità. Tuttavia, questa associazione raramente è stata quantificata per concentrazioni ambientali più elevate e nei paesi a basso e medio reddito, come la Cina, che sono spesso le aree del mondo con una maggiore presenza di inquinanti in atmosfera.
Lo ha fatto per la prima volta un team internazionale di ricercatori cinesi e statunitensi, che ha stimato il rischio di mortalità per tutte le cause per esposizione prolungata a PM2.5 (da 7 a 113 μg/m3) fra una coorte di popolazione anziana in 22 delle 31 province della Repubblica Popolare Cinese, che rappresentano l’85% della popolazione del paese. I risultati sono stati pubblicati in questi giorni su The Lancet Public Health.
I dati provengono dal Longitudinal Healthy Longevity Survey(CLHLS) cinese, uno studio prospettico che ha coinvolto uomini e donne di età pari o superiore a 65 anni dal 2008 al 2014.  Precedenti analisi avevano mostrato evidenze sul fatto che l’esposizione a lungo termine a PM2.5 aumentasse il rischio di mortalità per tutte le cause, ma questa ricerca è la prima a considerare in particolarmente gli anziani e sia gli uomini che le donne.

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