Islam, cristianesimo e sciovinismo: le democrazie d’Europa

Si legge spesso che il fenomeno migratorio che interessa nuovamente in questi anni recenti l’Europa contrapponga due poli: da una parte la Cristianità e dall’altra l’Islam.
Ragionare per schieramenti omogenei – da una parte l’Europa e dall’altra l’Islam – porta però a banalizzare la questione dell’accoglienza.
Tornando all’ampio sondaggio di Pew Research che abbiamo iniziato a raccontare qualche giorno fa su che cosa significa essere cristiani in Europa, emerge chiaramente che è difficile parlare di Europa come di un concetto compatto. L’Oriente cristiano vive un conflitto con l’Islam molto più profondo di quanto stia avvenendo in Occidente, e al tempo stesso ne vive un altro, con l’Occidente stesso.

Il concetto di democrazia in Europa non è per nulla scontato. Una persona su tre in Europa Orientale alla domanda “preferiresti uno stato democratico o uno non democratico?” risponde “uno non democratico”. In Moldavia lo pensa il 44% degli intervistati, in Bulgaria il 34%, in Ucraina, che è uno dei paesi più grandi del continente, il 31%.
Due terzi dei cristiani ortodossi praticanti e quasi la metà dei cattolici ha risposto che è oggi necessaria molta più “Russia” di un tempo per bilanciare il modo di vivere dell’Occidente. Sì, la stessa Unione Sovietica che non contemplava neppure la religione nell’orizzonte esistenziale del proprio popolo.

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Tubercolosi negli anziani, un problema sottostimato

SALUTE – Negli ultimi tempi si è ricominciato a parlare di tubercolosi (TBC) a livello di media, ma non nel modo corretto. Il tema TBC è legato pressoché unicamente al tema degli sbarchi e ai migranti, tacciati di essere untori e rei di reintrodurre la malattia in un paese come l’Italia dove questa non era più considerata un pericolo da diverso tempo.

Ci sono diversi errori in questo scenario, a partire dal fatto che la tubercolosi, sebbene non rappresenti più un problema per la salute pubblica come era cinquant’anni fa, in realtà non se ne è mai andata. Il numero dei casi è stabile a 4.000 nuovi casi per anno da circa 10 anni, che equivale a circa 10 nuovi casi al giorno in tutta Italia. Più della metà dei casi sono in persone nate all’estero, ma non necessariamente migranti irregolari.

L’altra metà sono tra i nati in Italia e un buon numero sono anziani, persone nate cioè prima degli anni quaranta, che nonostante non abbiano mai manifestato segni evidenti di malattia, potrebbero essere state infettate, risultare portatrici della malattia latente e riattivare l’infezione in età avanzata.

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Il femminismo è vivo e plurale: viaggio tra le donne in cerca di libertà

Patriarcato. Nel variegato arcipelago tutt’altro che omogeneo dei femminismi italiani, è questa la parola emersa in tutte le conversazioni di questo viaggio. Un percorso in quindici tappe, alla ricerca della “libertà” delle donne. Ma se “libertà da” è terreno comune, riguardo alla “libertà di” gli orientamenti sono diversi. Vi sono differenze sia teoriche sulla definizione di “questione di genere”, che nell’approccio alla lotta.

È comunque unanime l’opinione che oggi il femminismo stia rivivendo una stagione di forte propulsione, ardente da Nord a Sud e anche fra le generazioni più giovani. Case delle Donne, collettivi femministi, reti, da Salerno a Cagliari, da Bari a Ragusa. «O è un po’ visionario, un’utopia concreta, o non è femminismo», sintetizza Sara Fichera del Collettivo RIVOLTApagina catanese.

Per iniziare un viaggio nei femminismi italiani è necessario partire dai diversi luoghi delle donne: case, librerie, gruppi. L’elenco è lunghissimo, come mostra il progetto Rete delle Reti, che ha creato una prima mappa. Ci sono poi le reti che aggregano realtà diverse e danno vigore alla lotta femminista, come Non Una Di Meno, attiva dal 2016, e D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, che comprende ottanta centri antiviolenza italiani. All’interno di questa grande rete non è facile trovare delle direttrici. E in un panorama così eterogeneo la domanda centrale è se tutti i femminismi italiani mettano oggi ancora al centro la donna.

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Disturbo dello spettro fetale alcolico. Il perché sommerso di tante vite difficili

VITE PAZIENTI – Quando Claudio comincia a prendere atto che l’idea che aveva di se stesso e quella che gli altri avevano di lui poteva non essere la verità, era già alla soglia dei trent’anni. Tanti anni di depressione, di psicofarmaci, di diagnosi diverse fino a quella di Disturbo bipolare. Anni di consumo di droghe e alcol e anni spesi solo nel suo appartamento isolato in un piccolo paesino della Toscana a fissare lo schermo della televisione – mi racconta – completamente spento dall’azione sedativa dei farmaci e profondamente convinto che in quanto ‘malato di mente’ nessun’altra alternativa gli spettasse.

“Per tutta la vita, ogni giorno, mi guardavo allo specchio la mattina e non riuscivo a ritrovarmi in quel riflesso. Come se non fossi davvero io, ma vivessi in una bolla ovattata e non fossi in grado di trovare la strada per cominciare a cercare la verità su di me”.

Siamo a Venezia, è il 1979. Il bambino che diventerà presto Claudio Diaz ha 10 giorni e viene adottato da una famiglia dell’alta borghesia cittadina. Da subito ci si accorge di qualche alterazione nel comportamento, ma non ci si fa troppo caso. In quegli anni si pensava ancora che i problemi del bambino si risolvessero automaticamente con l’adozione, che un contesto sereno e agiato avrebbe appianato qualsiasi difficoltà iniziale.

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