Conflitti di interesse e salute, un libro per capire meglio il rapporto tra medici e case farmaceutiche

In questi giorni è balzata di nuovo alle cronache, come avviene ciclicamente, la questione delconflitto di interesse in ambito biomedico. A riportare l’attenzione sulla faccenda è stata una puntata della nota trasmissione Le Iene, che metteva sotto i riflettori il presunto conflitto di interesse del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi, che il 19 dicembre ha annunciato che lascerà la guida dell’istituto ben prima della naturale scadenza del suo incarico nell’agosto 2019. La motivazione fornita è “per potersi dedicare pienamente all’attività di ricerca e accademica”, anche se non si esclude che al centro della decisione non ci sia anche un rapporto non felice con l’attuale governo. Non ci sono dunque relazioni con l’attacco mediatico subito.

La puntata de Le Iene ha lasciato nei giorni successivi una scia importante di commenti e considerazioni. In particolare, al centro della diatriba sono state le domande che la giornalista scientifica Amelia Beltramini, che da una vita si occupa di conflitti di interesse in ambito sanitario, ha sollevato dai microfoni del programma. A partire dal fatto che nelle pagine dell’ISS non è pubblicato un elenco completo dei conflitti di interesse del suo presidente, né questi ultimi sono stati elencati all’atto della nomina.

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Salute: una famiglia a basso reddito spende in media 25 euro al mese

Secondo le recenti elaborazioni su dati Istat presenti nel Rapporto OASI 2018, una famiglia con un reddito basso in Italia spende in media ogni mese per la propria salute un decimo di quanto spende una famiglia appartenente al gruppo di reddito maggiore: 25 euro contro 254 euro, fra medicinali, cure dentistiche, dispositivi biomedicali e assistenza. La quinta e la quarta classe di reddito, che rappresentano il 35% delle famiglie, assorbono da sole quasi il 60% della spesa sanitaria, un dato in linea con quello della spesa generale (circa il 55% del totale).
La prima e l’ultima classe di reddito rappresentano ognuna il 5% della popolazione e contano rispettivamente per l’1,8% e il 13,7% della spesa totale. Le classi rappresentano le famiglie non solo in termini di spesa, ma soprattutto in termini di caratteristiche sociali, economiche, demografiche, geografiche e culturali. La metà delle famiglie appartenenti al primo gruppo risiede nelle regioni del Sud, quasi un componente su cinque è disoccupato e tre su quattro non hanno un diploma. Meno della metà delle famiglie appartenenti a questo gruppo ha speso almeno un euro in sanità nell’ultimo anno, percentuale che sale al 70% fra le famiglie del secondo gruppo e all’80% fra quelle del terzo gruppo. Per arrivare al 90% fra le famiglie che appartengono alla classe di reddito più elevato. Questo ultime risiedono prevalentemente al Nord, uno su sei è un imprenditore o un dirigente e uno su tre ha almeno la laurea.
Il peso della malattia incide molto di più in proporzione sul totale della spesa delle famiglie man mano che si scende verso i redditi più bassi. Se consideriamo il totale della spesa mensile e quanto pesa in percentuale l’ambito sanitario, scopriamo che la distanza fra il primo e il quinto gruppo non è elevata tanto quanto la quantità di spesa: le famiglie più povere spendono il 3% dei loro guadagni in sanità, le famiglie più ricche il 4,6%.
È interessante osservare la scomposizione della spesa sanitaria che varia a seconda dei gruppi di reddito.

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Meno famiglie povere in Italia nel 2017. Ma più donne povere

La “buona notizia” che emerge dall’ultima indagine Eu-Silc di Istat è che un minuscolo passo nella direzione di ridurre il gap fra i più ricchi e i più poveri in realtà sia stato fatto, nel 2017. La percentuale di famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale e quello delle famiglie in grave deprivazione materiale in Italia sembrerebbe essere diminuito dal 2016 al 2017. Nell’ultimo anno si stima che il 28,9% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o di esclusione sociale, rispetto al 30% del 2016.

Nonostante questi piccoli passetti, siamo ben lontani dai target che avevamo fissato nell’ambito di Europa 2020, quando auspicavamo di far uscire da questa condizione 2,2 milioni di persone rispetto al valore registrato nel 2008 (15 milioni di persone). Nel 2017 la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale è di circa 17 milioni e 407 mila unità, cioè oltre 4 milioni di persone in povertà in più rispetto al target previsto.

Nel 2016 è cresciuto anche il reddito mediano, con un picco del +3,9% a Nord-est, a fronte di un’aliquota media rimasta stabile rispetto al 2015, intorno al 19%. Anzi, nel complesso il cuneo fiscale e contributivo è andato abbassandosi, stabilizzandosi nel 2016 al 45,7% del costo del lavoro.

Quello su cui non siamo andati avanti, anzi abbiamo fatto passi indietro è il lavoro femminile. Dal 2016 al 2017 il reddito lordo annuale maschile è aumentato, quello femminile diminuito. Siamo passate dai 20.099 euro lordi del 2015 ai 20.093 del 2016, mentre i nostri colleghi uomini da 26.908 a 27.486 euro annui. Come si evince, le donne sono retribuite in media il 23% in meno rispetto agli uomini, nonostante siano più istruite.

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Crescono le startup femminili in Italia. La nostra fotografia

Sono 1273 le startup iscritte al registro delle imprese a maggioranza femminile in Italia: corrispondono al 13% del totale. Abbiamo deciso di andare a vedere chi sono le nuove imprenditrici d’Italia, convinti che sia da qui che dobbiamo partire per capire come stimolare sempre più donne ad aprire imprese in Italia o a imporsi ai vertici di queste. Un approfondimento che abbiamo potuto realizzare contando sulla collaborazione diUnioncamere e di Valore D, la prima associazione di imprese che promuove la diversità di genere.

La fine dell’anno è infatti tradizionalmente intesa come il periodo migliore per fare i bilanci, tirare le somme di quanto visto e vissuto e noi abbiamo voluto scattare una istantanea del tessuto produttivo italiano, mettendo il focus sul gender gap che lo caratterizza e, per certi versi, lo attanaglia. Argomento che, come è noto ai nostri lettori, ci è sempre stato caro e su cui continuiamo a insistere anche con il supporto delle nostre Unstoppable Woman.

Il nostro Paese resta indietro anche se, a livello europeo, non siamo nemmeno messi poi così male: stando infatti all’ultimo European Startup Monitor relativo al 2016, che raccoglie i dati di 2.515 startup europee e 6.340 founder, l’Italia si collocherebbe al quarto posto per percentuale di fondatrici di startup, dopo Regno Unito, Grecia e Irlanda.

E se il primato della Gran Bretagna non sorprende, ci ha colto più impreparati l’argento dato alla penisola ellenica. Segno che comunque c’è ancora molto da fare proprio a livello europeo, rivoluzionando il Vecchio continente così da contribuire a renderlo un po’ più giovane e, soprattutto, anche un po’ più rosa.

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