In Italia il 12% dei lavoratori è a rischio povertà. Il futuro? Ripartire dai working poors

“Il punto di partenza principale per una riflessione sul futuro del lavoro è riuscire a fare in modo che sempre meno persone lavorino tanto per guadagnare troppo poco rispetto al costo della vita. Il problema dei cosiddetti working poors oggi è enorme, e non ce ne accorgiamo, perché siamo concentrati sul contare il numero di lavoratori, e quando appuriamo che il numero è in crescita ci basta per parlare di progresso”. È molto chiaro Francesco Seghezzi, Presidente di Fondazione ADAPT e assegnista di ricerca presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, autore di una lunga analisi sul futuro del lavoro pubblicata da ISPI (Italian Insitute for International Political Studies).

In Italia il 12% dei lavoratori è a rischio povertà: una persona su sette (la media europea è del 9,4%). Siamo abituati a pensare al binomio full-time/part-time, come se “scegliere” (il più delle volte non è una scelta, come raccontavamo qui quest’ultima opzione significasse lavorare il 50% rispetto a chi lavora full time. Ci dimentichiamo che esistono contratti che prevedono un impegno del 20% delle ore di un full time, e talvolta addirittura del 10%.

Continua su Il Sole 24 Ore

In calo nuovi permessi di soggiorno e richieste d’asilo. Chi sono i nuovi italiani

Una nota pubblicata qualche giorno fa da Istat mostra che nel 2018 le richieste di cittadinanza italiana sono state il 23% in meno del 2017 e nel complesso il numero di cittadini non comunitari (non parliamo dunque di migranti irregolari) rimane stabile, intorno a 3,7 milioni di persone. I cittadini stranieri che nel 2018 hanno acquisito la cittadinanza italiana sono 112.523, di cui 103.478 originari di un Paese non comunitario.

Sono in calo invece i permessi di soggiorno. Nel 2018 ne sono stati rilasciati 242.009, contro i 262.770 del 2017, una diminuzione del 7,9%, dovuta al massiccio calo dei permessi concessi per richiesta di asilo: -41,9% sul 2017, cioè un passaggio da oltre 88 mila a 55 mila in un solo anno. L’unica eccezione si è registrata per i cittadini ucraini che hanno fatto registrare un aumento del 21% dei permessi. I soggiornanti di lungo periodo – cioè quelli in possesso di un permesso che non richiede un rinnovo – sono il 62,3% dei regolarmente presenti.

Continua su Il Sole 24 Ore

Sopravvivenza dopo un tumore: come leggere i dati

In molti probabilmente dopo una diagnosi di tumore, o anche solo davanti alla possibilità di esserne colpiti si sono messi a cercare informazioni sul web sul tasso di sopravvivenza dei pazienti colpiti. Chi lo ha fatto avrà appreso che l’indicatore universale utilizzato è la percentuale di persone vive a 5 e a 10 anni dalla diagnosi. Si scopre quindi un una buona notizia: i trend temporali ci indicano che nel periodo 2003-2014 anche la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi. Lo racconta l’ultimo rapporto annuale AIOM “I Numero del cancro in Italia”, che contiene i dati dei vari Registri Tumori a livello regionale. Apprendiamo che complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a 5 anni del 63%, contro il 54% degli uomini. Un vantaggio in gran parte dovuto al fatto che il tumore della mammella, la neoplasia più frequente nelle donne, ha solitamente una buona prognosi.

Ma che cosa significa questo in pratica? Qual è la reale probabilità di morte per cancro per ognuno di noi? La risposta più onesta è “dipende”: dall’età, dal sesso, ma soprattutto dalla presenza di malattie croniche concomitanti.

Continua su OggiScienza

Cancro al seno: quello che devi sapere e quello che puoi fare

Statisticamente una donna su 40 si ammalerà di cancro alla mammella prima dei 40 anni, una donna su 20 fra i 50 e i 69 anni e una su 25 dopo i 70 anni. Dopo i tumori della pelle, il tumore più presente è proprio quello al seno. Si stima che nel 2019 verranno diagnosticati in Italia circa 53.000 nuovi casi di carcinomi della mammella femminile, eppure solo la metà delle donne invitate allo screening gratuito risponde all’invito.

Pigrizia? Mancanza di tempo? Paura di una diagnosi infausta? In realtà prima si individuano delle anomalie, prima e meglio si agisce, e nella maggior parte dei casi si risolve il problema. La buona notizia è infatti che l’87% è viva a 5 anni dalla diagnosi, sia fra le giovani che fra le anziane, e l’80% delle donne è viva dopo 10 anni. È vivo a 5 anni il 91% delle donne con meno di 65 anni, l’ 89% tra le donne in età 65-74 anni, e il 79%, tra le donne anziane. Si evidenziano tuttavia livelli leggermente inferiori di sopravvivenza nel Meridione: Nord Italia (87-88%), Centro (87%) e Sud (85%). (Dati AIOM 2019 completi qui)

La mortalità appare in calo in tutte le classi di età, soprattutto nelle donne con meno di 50 anni, attribuibile alla maggiore diffusione dei programmi di diagnosi precoce e quindi all’anticipazione diagnostica e anche ai progressi terapeutici.

Continua su OggiScienza