Covid-19 e scienza, le domande che non hanno risposte semplici

Stiamo vivendo un momento unico della nostra storia recente, in cui la scienza di fatto ci implora di avere fiducia nell’efficacia di una prassi – indossare la mascherina, lavarsi le mani, usare il distanziamento fisico – nonostante non sia ancora in grado di fornire conoscenze scientifiche solide sui pilastri di questa pandemia.

Epistemologicamente è un contrappunto interessante, che amplia non di poco i contorni del concetto di prevenzione.  Continua a passare l’idea che siccome non possediamo ancora conoscenze scientifiche certe, allora non c’è motivo di mettere la mascherina o di seguire il 03distanziamento fisico; mentre la ratio è esattamente contraria: proprio perché non sappiamo ancora chi, come e quando si infetterà e si ammalerà gravemente, la cosa più furba che possiamo fare è seguire pedissequamente le misure preventive che hanno un fondamento.

È troppo presto per la scienza per avere una risposta definitiva a diverse domande cruciali e quindi è troppo presto per noi per scegliere di agire sulla base di queste: come andrà in autunno? È un pericolo se i bambini tornano a scuola? Qual è la natura dell’immunità fornita da un futuro vaccino, e quanto durerà? Qual è il reale rischio di ammalarsi gravemente di COVID-19 una volta contagiati? Qual è la natura di questo virus?

Forse – forse – noi giornalisti dovremmo cominciare a gridare di meno quando un singolo esperto, o un team di esperti, avanza ipotesi sulla fine della pandemia, o su come andranno le cose in autunno. Non pare affatto sensato in questa mezza estate definirsi ottimisti o pessimisti, perché si rischia di influenzare le scelte pratiche che al momento sono le uniche cose di buon senso che ognuno di noi può fare. Due cose sappiamo con buona certezza: che usare la mascherina chirurgica nel modo giusto protegge dal contagio e che soluzioni alcoliche per l’igiene personale e domestica uccidono il virus.

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Quante sono e quanto guadagnano le neo ingegnere d’Italia?

Le neoingegnere sono la metà dei neo ingegneri. Nel 2018 hanno conseguito una laurea triennale in ingegneria 6.609 ragazze e 19.194 ragazzi, e una laurea magistrale 8.429 ragazze e 16.901 ragazzi. Fra le lauree magistrali sono compresi anche i corsi quinquennali in architettura e ingegneria edile, dove la percentuale delle ragazze è maggiore rispetto agli altri corsi di laurea, che rende conto del gap minore fra i generi a livello di laurea magistrale rispetto ai corsi triennali. Certo, va detto che rispetto al 2004 sono stati fatti molti passi in avanti: 15 anni fa (dati AlmaLaurea) le neolaureate triennale in ingegneria erano 1.150. M la strada è ancora lunga.

I dati provengono da database enorme disponibile sul sito del MIUR che contiene i dati di tutti i laureati e le laureate nel 2018 per corso di laurea e ateneo, triennale e magistrale, e per provincia di residenza. Una risorsa davvero utile per capire quali sono le risorse del paese nel prossimo futuro, e non solo per quanto riguarda le lauree in ingegneria. Noi di Infodata piano piano stiamo analizzando (in gergo “pulendo” i dati) per provare a raccontarveli. Nella prossima puntata per esempio troverete l’analisi su dove risiedono i neo ingegneri, fattore non trascurabile nella programmazione degli investimenti delle province più periferiche, per esempio montane. Ne parleremo.

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Calo demografico: dispiace, ma prima le donne (e un’immigrazione inclusiva)

Nei giorni scorsi sulla prestigiosa rivista medica The Lancet è stato pubblicato un articolo scientifico importante: una stima realizzata dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) presso la School of Medicine dell’Università di Washington, dei tassi di fertilità di 183 paesi del mondo, su 195. Uno scenario insomma di tutto rispetto, che se non vogliamo chiudere gli occhi, ci mette davanti al fatto di vivere da decenni su palafitte. Ci siamo illusi di aver costruito sopra uno stagno quieto, ma in realtà siamo soggetti all’andamento delle maree. 

Nel complesso, secondo le previsioni, 23 paesi vedranno ridursi le popolazioni di oltre il 50%, fra cui l’Italia, che passerà dai 61 milioni di abitanti del 2017 ai 31 milioni del 2100. Il Giappone da circa 128 milioni di persone passerà a 60 milioni nel 2100, la Thailandia da 71 a 35 milioni, la Spagna da 46 a 23 milioni, il Portogallo da 11 a 5 milioni. Si prevede che altri 34 paesi avranno un calo della popolazione dal 25 al 50%, inclusa la Cina, che da 1,4 miliardi di abitanti del 2017 arriverà ad “appena” 732 milioni nel 2100.

Stiamo andando incontro a un cambiamento epocale: le dinamiche alla base del calo della popolazione in età lavorativa significheranno importanti cambiamenti nelle dimensioni delle economie. 

Più istruzione per le donne = meno figli. E va bene così

L’aspetto più innovativo e significativo di questo studio è tuttavia un altro: la ricerca ha considerato quattro scenari possibili circa i tassi di fertilità, basando – finalmente – i propri calcoli su due fattori chiave: l’impatto dell’educazione delle donne e dell’accesso alla salute riproduttiva nei prossimi decenni. 

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Come si misura la povertà educativa? Non solo con tablet e banda larga

Diffusione di tablet, pc, banda larga fra i ragazzi e nelle scuole: non si parla d’altro. Senza dubbio si tratta di aspetti fondamentali da potenziare come veicoli di inclusione necessari, ma possiamo davvero dire di aver capito dov’è la povertà educativa solo leggendo qualche numero sulla diffusione della banda larga o sulla presenza dei tecnologia nelle scuole? Un dato che inquadra il problema: non basta avere una connessione, perché anche laddove pc e connessione ci sono, il 73,7% degli studenti di famiglie avvantaggiate usa internet per leggere notizie, mentre tra quelli svantaggiati la quota scende al 60,4%.

Da questo sottosuolo bisogna partire. Questa crisi è stata una crisi privata delle famiglie, che ha mostrato in maniera lapalissiana che la povertà educativa non è solo tecnologica. Ma già lo sapevamo. Nel luglio 2019 il MIUR pubblicava un rapporto che mostrava come 6.244 dei circa 1.703.000 alunni frequentanti all’inizio dell’anno scolastico 2016/2017 la scuola media,hanno interrotto la frequenza scolastica nel corso dell’anno scolastico. 99.272 sono invece i ragazzi che hanno abbandonato la scuola superiore prima di diplomarsi.

Cosa misurare prima della diffusione del tablet

La povertà educativa si misura partendo col misurare lo svantaggio sociale (ed economico) e ragionando in termini di comunità educante. E soprattutto, impostando il discorso in termini di divari territoriali; e per comprendere i divari territoriali servono dati più disaggregati che misurino lo svantaggio con estrema granularità, per esempio sulla base delle infrastrutture in prossimità della residenza. Dati che non sempre ci sono.

Avvalendoci dell’ottima sintesi del rapporto sulla Povertà Educativa pubblicato i giorni scorso da OpenPolis, Infodata propone una possibile matrice da cui iniziare (se avete dei suggerimenti utili, di aspetti ulteriori che intreccereste, lasciateceli nei commenti):

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