Cosa fare quando l’algoritmo discrimina per genere ed etnia?

Il Dipartimento per gli Alloggi e lo Sviluppo Urbano degli Stati Uniti (HUD) ha recentemente accusato Facebook di infrangere la legge per quanto riguarda la gestione degli annunci immobiliari “incoraggiando, abilitando e provocando” discriminazioni attraverso la sua piattaforma pubblicitaria.

L’accusa mossa dal Governo americano è che Facebook consentirebbe ai potenziali inserzionisti di tracciare una “linea rossa” attorno a determinati quartieri, nei cui non hanno interesse a fare pubblicità.Inoltre, gli inserzionisti su Facebook hanno l’opportunità di scegliere di non fare pubblicità verso utenti che hanno determinati interessi, come chi viene etichettato dall’algoritmo di Facebook come interessato alle categorie di “Hijab fashion” o “Cultura ispanica”. In altre parole Facebook estrarrebbe anche dati sensibili sugli utenti, usandoli per determinare chi visualizzerà gli annunci. Facebook da parte sua ha dichiarato di essere “sorpreso” da questa accusa, ma ha reagito promettendo di impedire entro la fine del 2019 la pubblicazione di annunci di abitazioni, posti di lavoro o annunci di credito in base alla località, all’età, all’etnia o al sesso.

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Il gender wage gap in Italia è peggiore di quello che sembra

In questi giorni l’OCSE  ha pubblicato i dati più recenti intorno al problema del Gender wage Gap, la differenza salariale fra uomini e donne. L’Italia si è collocata in una posizione apparentemente buona, con un gap nella retribuzione oraria del 5,6%. Ma limitarsi a sintetizzare una situazione così articolata con un unico numero è uno sguardo parziale.
A prima vista sembra che in Italia le cosa vadano meglio che in altri paesi, ma a ben vedere questo 5,6% medio non descrive affatto la situazione che vive la maggior parte delle donne. Anzitutto, il dato OCSE riguarda solamente i lavoratori full time, mentre sappiamo che quattro donne su dieci oggi lavorano part-time (dato Istat).
In secondo luogo esiste un enorme divario fra il gap salariale di genere fra pubblico e privato. Secondo recenti dati Eurostat , il gender gap nel settore pubblico in Italia ammonterebbe al 4,1% (che ci colloca effettivamente in buona posizione rispetto al resto d’Europa) mentre nel privato si supererebbe il 20%.
Eurostat stesso ha chiarito in più occasioni (per esempio qui ) che misurare il gender pay gap unicamente sulla retribuzione oraria è una visione parziale del problema, che non considera appunto la disoccupazione femminile, part-time incluso, e le differenze fra settore pubblico e privato.

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Quali sono le grandi paure del mondo? L’Europa pare indecisa

Nel complesso il cambiamento climatico è ancora la principale paurafra i 26 paesi considerati nel sondaggio di Pew Research pubblicato in questi giorni. Il 67% degli intervistati dichiara di avere coscienza del fatto che è questa la principale minaccia che dobbiamo affrontare, anche se non distanzia di molto gli altri due principali timori: l’ISIS (che preoccupa il 62% degli intervistati nel mondo) e i cyberattacchi da parte di altri paesi, che preoccupano il il 61% dei partecipanti al sondaggio. Quest’ultima paura è in grande crescita: solo in un anno la percentuale di chi ha sottolineato questo aspetto è aumentata del 7%.

La buona notizia è che dal 2013 abbiamo registrato un aumento significativo di persone che percepiscono l’urgenza di fare qualcosa contro il cambiamento climatico. È diminuita invece la quota di persone che percepisce come minaccia l’ISIS (siamo passati dal 66% del 2017 al 62% del 2018).
Sicuramente la posizione politica ha un suo peso, anche in Europa. I sostenitori di alcuni partiti populisti di destra sono meno preoccupati degli altri del cambiamento climatico. In Germania per esempio chi dichiara un’opinione favorevole di Alternative for Germany (AfD) mostra una probabilità di 28 punti percentuali più bassa di affermare che il cambiamento climatico sia una grave minaccia per il proprio paese rispetto a chi non supporta quella parte politica. Differenze importanti su questo tema emergono anche tra sostenitori e non di UKIP nel Regno Unito, del Fronte Nazionale francese, del Partito per la Libertà (PVV) nei Paesi Bassi.
Viceversa, chi ha una posizione politica più a destra sia in Europa che in Nord America è maggiormente preoccupato per l’ISIS: differenze di oltre 20 punti percentuali nei Paesi Bassi, in Canada, negli Stati Uniti e in Svezia.

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I treni regionali del sud sono troppo vecchi e stanchi. Ecco i dati

Il trasporto ferroviario regionale italiano va letteralmente a due velocità: sono 2,8 milioni i passeggeri totali, ma ogni giorno in tutto il sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia. Per fare un esempio, in Sicilia si contano poco più di un sesto delle corse della Lombardia (428 corse giornaliere contro 2.396 della Lombardia) anche se quest’ultima conta “solo” il doppio degli abitanti siciliani. Dal 2011 al 2017 solo Puglia e Basilicata hanno visto crescere il numero dei passeggeri, cosa che invece è accaduta in quasi tutte le regioni del centro nord. Addirittura in Abruzzo e Campania si è perso il 40% dei passeggeri in sei anni. Questi sono i principali risultati del Rapporto Pendolaria 2018 di Legambiente che dal 2008 analizza ogni anno la situazione del trasporto ferroviario in Italia.
Nel complesso stiamo assistendo a una situazione dove la forbice socioeconomica si sta ampliando: si potenzia l’alta velocità ma ci sono sempre meno treni in circolazione (erano 3.434 nel 2014, oggi sono 3.056), sono sempre più lenti e vecchi, diminuiscono i chilometri di linee disponibili. Eppure la domanda non mancherebbe: il numero dei passeggeri sui convogli regionali in Italia sta aumentando. Trento e Valle d’Aosta hanno vissuto una crescita superiore al 100% del numero di passeggeri giornalieri sulle tratte locali, Marche ed Emilia Romagna un +80%.

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