La vita quotidiana dopo un infarto

L’infarto miocardico acuto, comunemente chiamato solo infarto o nel linguaggio comune “attacco di cuore”, coinvolge le arterie che portano sangue al cuore ed è un grave evento cardiovascolare e in Italia – secondo le stime – se ne verificano circa 120.000 ogni anno. Identificati i sintomi (qui una breve guida) arrivare rapidamente in un centro attrezzato è fondamentale: la mortalità per infarto si verifica infatti nella maggior parte dei casi prima che riescano a raggiungere l’ospedale.

Non tutti gli infarti sono uguali, ma quasi tutti gli infartuati una volta tornati a casa si trovano a vivere le stesse paure: potrò tornare a fare ciò che facevo prima? Sollevare la borsa della spesa sarà troppo faticoso? Cosa rischio a mettermi alla guida? E il sesso: rischierei un secondo infarto? La buona notizia è che chi ha avuto un infarto può, dopo qualche settimana di riposo per permettere al corpo di ristabilirsi, riprendere la propria vita, pur modificando le cattive abitudini.

Ne abbiamo parlato con Paolo Ravagnani, dell’Unità Operativa di Cardiologia Invasiva 2 e Responsabile del Poliambulatorio Cardiovascolare del Centro Cardiologico Monzino di Milano.

Dottor Ravagnani, partiamo dalla questione più “spinosa”: il sesso dopo l’infarto.

Paradossalmente è una delle domande che i pazienti ci fanno meno, presumibilmente per ritrosia. Siamo spesso noi medici a dover sollevare la questione. Dopo un infarto, fatte salve le primissime settimane, si può tranquillamente riprendere la propria vita sessuale, dal momento che i livelli di attività fisica coinvolti non sono particolarmente impegnativi. Anche se si sente il proprio cuore battere più velocemente, non significa che si rischia per questo un nuovo infarto. Non è tanto l’attività fisica a danneggiare l’organismo, quanto lo stress correlato a situazioni magari di contorno all’atto sessuale vero e proprio, che possono provocare tensioni, preoccupazioni, ansie.

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Garantire la salute della donna per un futuro globale

Ogni giorno 830 donne muoiono in tutto il mondo per le complicazioni legate alla gravidanza o al parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel solo 2015 si siano verificati 303.000 decessi e la maggior parte di questi sarebbe potuta essere prevenuta. Il rischio per una donna di 15 anni di morire per problemi legati alla maternità è di 1 su 4900 nei paesi sviluppati, contro 1 su 180 nei paesi in via di sviluppo. Nei paesi più fragili, il rischio è addirittura di 1 su 54 donne. È stato stimato che 2,7 milioni di bambini siano morti poco dopo la nascita nel 2015, e che altri 2,6 milioni siano nati senza vita.

Il punto è che la maggior parte delle complicazioni che insorgono durante e dopo il parto potrebbero essere evitate o curate. Tre morti su quattro sono dovute a grave sanguinamento dopo il parto, infezioni (di solito dopo il parto), ipertensione arteriosa durante la gravidanza (pre-eclampsia ed eclampsia), complicazioni durante il viaggio verso il luogo dove partorire e aborto pericoloso. Le restanti morti sono dovute o associate a malattie come malaria e AIDS durante la gravidanza. Si stima che per far sì che la maggior parte dei paesi possa raggiungere tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) per la salute, sarebbero necessari fino a 371 miliardi di dollari all’anno, ogni anno da qui al 2030. In questo modo si riuscirebbe a dimezzare la mortalità materna e 400 milioni di nascite non pianificate, oltre a evitare 10,8 milioni di morti per HIV/AIDS.

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Agenda 2030: l’Italia ha raggiunto solo 12 dei 105 target previsti

Attualmente l’Italia ha raggiunto 12 dei 105 target previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Lo mette in luce l’ultimo rapporto di OCSE Measuring Distance to the SDG Targets 2019. Stiamo facendo bene in ambito sanitario, nell’accesso a fonti di energia pulita e quanto a superficie occupata da alberi. Ma siamo ancora molto lontani dal raggiungimento dei target sull’eradicamento della povertà, sulla formazione continua degli insegnanti, sulla violenza contro le donne, sulla percentuale di persone che non studiano e non lavorano e sull’abbandono scolastico. Siamo inoltre messi piuttosto male per quanto riguarda l’obiettivo 16: istituzioni forti. L’ONU evidentemente non conta quanto i nostri politici urlino sui social network.

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Sei sicuro che i social network ti servano? Al via HealthCom Program!

Cari amici,
ci siamo: fra due giorni HealthCom Program prende il volo.

📅Venerdì 21 giugno dalle 14.30 alle 16.30 si terrà la prima lezione (sempre in webinar), dove affronteremo il primo step di chi vuole approfondire come stare efficacemente online in ambito sanitario: il posizionamento.

Siamo molto emozionati, non lo nego. I due webinar gratuiti che abbiamo proposto, uno a maggio e uno a giugno, sono stati seguiti da più di 120 persone e molti hanno scelto di seguire il corso per intero 🌸

Trattandosi di un corso online (se non puoi partecipare in diretta non c’è problema, tutte le lezioni sono registrate e disponibili per gli iscritti in area riservata forever) c’è ancora posto.

Se sei curioso, curiosa un po’ qui: https://www.healthcomprogram.it

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