Quanti anticorpi monoclonali e quanti antivirali stiamo utilizzando? 

Ecco, questo è il tipico esempio di lavoro di datajournalism che mi piace un sacco fare: raccogliere i dati, anche a mano e costruire un dataset che non c’era, fare i conti e tentare qualche considerazione.

Siamo andati a cercare i dati AIFA su quante prescrizioni di anticorpi monoclonali e quante di antivirali sono state emesse durante le ondate di Omicron, a partire da inizio gennaio 2022.

Il lavoro di sintesi non è stato velocissimo, dal momento che non abbiamo trovato un database pronto all’uso con i dati ordinatamente riportati. Abbiamo consultato uno per uno i bollettini settimanali che AIFA pubblica sul proprio sito web (in .pdf) e studiandoli abbiamo riportato i dati di nostro interesse (pazienti presi in carico e somministrazioni settimanali) per costruire i grafici che trovate in apertura.

Lo dettaglio in particolare per chi – specie gli studenti – ci chiede “fammi un esempio di datajournalism che mi appassioni al metodo”.

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Epatiti acute nei bambini: cosa sappiamo e cosa non sappiamo

Il 5 aprile scorso, il Regno Unito ha segnalato a partire da gennaio 2022 un aumento anomalo dei casi di epatite acuta di origine sconosciuta tra bambini precedentemente sani di età inferiore a 10 anni, provenienti dalla Scozia. Appena una settimana dopo, il 12 aprile, il Governo rilevava che oltre a quelli in Scozia c’erano altri 61 altri casi oggetto di indagine in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, per lo più in bambini di età compresa tra 2 e 5 anni. Due giorni dopo ancora, il 14 aprile, la Scozia ha riferito che dei 13 casi oggetto di indagine due coppie erano collegate epidemiologicamente. Al 21 aprile 2022, riporta la più recente nota dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), erano stati segnalati almeno 169 casi di epatite acuta di origine sconosciuta da 11 paesi nella regione europea e negli Stati Uniti, che hanno richiesto 17 trapianti di fegato. Il 26 aprile, il direttore del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), Andrea Ammon, in un briefing virtuale ha parlato di  circa 190 casi in almeno 12 paesi a livello globale (40 nell’Unione Europea).

I casi – si legge nell’ultima nota dell’ECDC – si sono presentati clinicamente con epatite acuta grave, con livelli aumentati di enzimi epatici (aspartato transaminasi – AST, o alanina aminotransaminasi –ALT) superiori a 500 UI/L), molti erano itterici. Alcuni dei bambini hanno riportato sintomi gastrointestinali, tra cui dolore addominale, diarrea e vomito nelle settimane precedenti. La maggior parte dei casi non aveva la febbre, alcuni hanno richiesto cure presso le unità epatiche pediatriche specializzate e alcuni sono stati sottoposti a trapianto di fegato.

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PNRR: che cosa cambierà per l’assistenza domiciliare? Tutti i numeri 

La componente 1 della “Missione Salute” del Piano Nazionale di Ripresa e resilienza (PNRR) include investimenti per allargare la percentuale di popolazione con più di 65 anni che potrà fruire di servizi di assistenza domiciliare e che oggi rimane ai margini. Attualmente siamo intorno al 2,7% di over 65 che sono assistiti domiciliarmente, a fronte di una domanda molto più nutrita.

L’investimento è di 4 miliardi di euro, prevede di identificare un modello condiviso per l’erogazione delle cure domiciliari che sfrutti al meglio le possibilità offerte dalle nuove tecnologie (come la telemedicina, la domotica, la digitalizzazione). Il progetto – si legge – è quello di realizzare presso ogni Azienda Sanitaria Locale (ASL) un sistema informativo in grado di rilevare dati clinici in tempo reale; di attivare 602 Centrali Operative Territoriali (COT), una in ogni distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari, assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete di emergenza-urgenza. Di questi 4 miliardi, 2,72 miliardi dovrebbero essere investiti per permettere appunto di raggiungere il 10% degli over 65.

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Come affrontiamo il COVID, due anni dopo l’inizio della pandemia

In due anni di pandemia è cambiato radicalmente l’approccio alla cura di COVID-19. Siamo passati progressivamente dalla lotta impari contro un nemico sconosciuto – sia in termini clinici che gestionali di organizzazione sanitaria – all’idea che una strategia a lungo termine non debba centrarsi solo sul contenimento della diffusione del virus, ma soprattutto sulla gestione del suo impatto sulla salute, sia con la vaccinazione ma soprattutto con l’approvazione di farmaci in grado di bloccare l’infezione nelle prime fasi nei più fragili.

La consapevolezza dei progressi fatti dalla ricerca scientifica in questi due anni e di questo cambiamento di paradigma è la base per una strategia politica di gestione della pandemia che sia il più possibile basata sulle evidenze scientifiche.

“Possiamo individuare tre fasi della pandemia”, spiega a “Le Scienze” Patrizia Rovere Querini, immunologa e direttrice del Programma strategico per lo sviluppo del progetto Integrazione Ospedale-Territorio dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Il primo anno ci ha trovati impreparati di fronte a un virus simil-influenzale ma del tutto nuovo e molto più aggressivo, e abbiamo iniziato a combattere con le deboli armi che in quel momento avevamo già testato. Il secondo anno, dove sono arrivati i vaccini e i primi farmaci specifici contro COVID-19, e questo terzo anno di pandemia che si è aperto con l’arrivo di nuovi antivirali e nuovi monoclonali.”

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