Climate change e inondazioni. Gli effetti sulla mortalità a lungo termine sono più di quanto si immagina 

Il clima cambia, e gli episodi di inondazioni stanno già aumentando e sono destinati ad aumentare sempre di più, con effetti significativi sulla mortalità che vanno ben al di là delle conseguenze dirette dell’alluvione, cioè dei decessi per annegamenti o crolli.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta che oggi fra l’80 e il 90% di tutti i disastri documentati derivanti da rischi naturali negli ultimi 10 anni siano stati causati da inondazioni, siccità, cicloni tropicali, ondate di caldo e forti tempeste. Le inondazioni sono i disastri naturali più comuni a livello mondiale, rappresentando ben il 43% degli eventi. Si stima che oggi 1,81 miliardi di persone, ossia un quarto della popolazione mondiale, siano esposte a probabili inondazioni almeno una volta ogni 100 anni.

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Malati terminali. Ecco chi riceve le cure palliative e chi no 

Nel 2022 una persona su tre deceduta per tumore, precisamente il 36%, aveva ricevuto assistenza di cure palliative: 61 mila persone. Numeri tornati a salire dopo i due anni di emergenza pandemica, quando rispettivamente il 31% e il 32% delle persone decedute per tumore aveva ricevuto cure palliative. L’analisi dell’andamento di questo indicatore negli ultimi sei anni mostra che in Italia, l’offerta di cure palliative a domicilio e in hospice ha continuato a crescere, passando dal 24% di persone che ne hanno usufruito nell’ultimo periodo della vita, al 36%, seppur con profonde differenze fra regioni. Nel nord la copertura territoriale è molto più alta che al sud. Fra i deceduti per tumore nel 2022, il 57% dei veneti aveva ricevuto cure palliative, il 53% degli emiliani, il 50% dei toscani, il 28% dei lombardi, il 47% dei bolzanini. Dal lato opposto, solo il 12% dei malati di cancro calabresi poi deceduti avevano usufruito qualche forma di servizio, il 15% dei friulani e il 16% dei campani.

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In 50 anni in Italia abbiamo eliminato la rosolia. Ma il rischio di ammalarci resta 

In Italia il vaccino antirosolia venne introdotto 50 anni fa, nel 1972. Cinquant’anni dopo, alla fine del 2022, il nostro paese si dichiara finalmente libero dalla rosolia, quella che in inglese si chiama Rubella, e che può dare grossi problemi se contratta nelle prime settimane di gravidanza: difetti congeniti multipli oppure morte fetale. Dal gennaio 2005 al febbraio 2018 in Italia sono stati segnalati 173 casi di rosolia in gravidanza e 88 casi di rosolia congenita. Non esistono dati di notifica relativi alla rosolia congenita tra il 1991 e il 2004, poiché la notifica obbligatoria della rosolia congenita e delle infezioni rubeoliche in gravidanza è attiva dal 2004.

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Quante sono state le sperimentazioni cliniche per COVID-19 in Italia? Non tante come si penserebbe 

Contrariamente alla tendenza generale, che vede il settore profit dominare la scena delle sperimentazioni cliniche in Italia, la maggior parte degli studi su COVID-19 fra il 2020 e il 2022 compreso, sono stati condotti da enti no profit: 61 versus 46. Lo mostrano i dati che AIFA ha pubblicato recentemente, contenuti nel rapporto dal titolo La Sperimentazione Clinica dei Medicinali in Italia.

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