Una popolazione più sana? Meno spesa per l’assistenza sanitaria e di più per i servizi sociali

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APPROFONDIMENTO – Michael Marmot, epidemiologo noto a livello mondiale, nel corso delle sue ricerche le ha dato addirittura un nome: “Status Syndrome”. Chi è più in alto nella scala sociale, percepisce una libertà di controllo sulle proprie azioni e nel concreto vive più a lungo rispetto a chi si trova a vivere uno status socio-economico peggiore nel corso della propria vita. Per citare un detto Newyorkese “Più piccola è la taglia del vestito, più grande l’appartamento”, ovvero – spiega Marmot – particolarmente fra le donne delle nazioni ad alto reddito, peggiore è lo stato sociale, maggiore è la prevalenza dell’obesità. La domanda da cui partì Marmot è la seguente: “Perché curare le persone e riportarle alle condizioni che le hanno fatte ammalare?” In altre parole, come eliminare lo svantaggio sociale, cioè la causa delle cause di anni persi in salute, se non addirittura di morte prematura?

Un anno fa esatto, uno studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista The Lancet e condotto nell’ambito del progetto Lifepath dell’Unione Europea, mostrava che nei paesi “ricchi”, fra cui anche l’Italia, le scarse condizioni socioeconomiche si tradurrebbero in 2,1 anni di vita persi fra i 40 e gli 85 anni.

Oggi un nuovo studio, questa volta canadese, pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, evidenzia come l’aumento della spesa sociale (parliamo dei determinanti sociali della salute come il reddito, l’accesso all’istruzione, la dieta e l’attività fisica) sia stato associato a miglioramenti della salute a livello di popolazione, mentre gli aumenti della spesa sanitaria non sortirebbero alla prova dei fatti lo stesso effetto. Non solo dunque investire di più sui servizi per ridurre le disuguaglianze sociali di partenza è altrettanto importante rispetto a investire nell’assistenza sanitaria, ma addirittura produrrebbe effetti migliori in termini di salute generale della popolazione.

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Africa Sub-sahariana: la prima mappa degli ospedali pubblici

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APPROFONDIMENTO – La distanza dall’ospedale più vicino può fare la differenza, non solo in caso di emergenza riducendo la mortalità, ma anche per quanto riguarda la gestione di malattie croniche e la loro prevenzione. Uno degli obiettivi dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030 è migliorare l’accesso alle cure riducendo ledisuguaglianze sociali, ma finora non esisteva un database che mappasse concretamente la situazione in Africa Sub-sahariana, cioè che contasse quanti ospedali pubblici sono attualmente attivi in ogni paese e soprattutto dove sono localizzati con precisione, in modo da capire quante persone vivono a oltre due ore distanza da essi.

Ci è riuscito per la prima volta un team internazionale, che ha pubblicato i suoi risultati in questi giorni su The Lancet, mostrano come l’accesso fisico alle cure ospedaliere di emergenza fornite dal settore pubblico in Africa rimanga scarso e – come era prevedibile – estremamente diseguale fra zone urbane e rurali.

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Influenza, mai picchi di incidenza così alti da 20 anni

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La stagione influenzale 2017-18 ha visto picchi di virulenza fra i più elevati degli ultimi vent’anni. Stando a quanto riporta l’ultimo rapporto Epidemiologico InfluNet dell’Istituto Superiore di Sanità https://www.iss.it/site/RMI/influnet/pagine/rapportoInflunet.aspx , nella seconda settimana del 2018 abbiamo assistito a un picco di incidenza considerato “molto alto”, più elevato anche di quello osservato nelle stagioni 2004-05 e 2009-10. Per la prima volta dal 2009/2010, tutte le regioni, escluso il Molise, riportano la presenza di casi gravi confermati di influenza che hanno necessitato di terapia intensiva, concentrati prevalentemente durante le vacanze di Natale. In sole due settimane si sono registrati 41 morti e ben 187 casi gravi.

Da settembre 2017 a oggi sono state 472 le persone ricoverate in terapia intensiva a causa dell’influenza, e 78 di loro sono morte. Solo nell’ultima settimana di gennaio sono stati segnalati 19 casi gravi e 1 decesso, anche se – riporta il portale Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità – i dati sono in continuo aggiornamento.

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È nata HealthDataJ. Curioso?

healthdataj logo

Cari amici,
vi segnalo che da oggi è attiva la comunità di HealthDataJ, un gruppo Facebook che nasce dall’esigenza (mia, anzitutto) di avere un luogo dove condividere i dati (database, rapporti, dossier,…) riguardanti l’ambito sanitario.

L’obiettivo di questo gruppo è costituire un archivio di risorse utili per chi si occupa o si interessa di salute e lo vuole fare “dati alla mano”. Ma penso possa essere anche un luogo per confrontarsi (educatamente) su questi dati.

HealthDataJ è anche una AudioNewsletter (un podcast insomma) che pubblicherò una volta al mese, dove segnalo i dati sanitari più interessanti pubblicati nel mese precedente, in Italia e fuori.

Ieri è uscita la prima newsletter, relativa a Gennaio 2018, dove si parla di morbillo, sorveglianza PASSI, celiachia, sopravvivenza per cancro, pensioni, antibiotico resistenza e molto altro. Poi per ogni puntata trovate sul mio sito l’elenco dei link che vengono segnalati, per andare direttamente ai dati.

[Disclaimer: Lo stile della newsletter non è pop, come va tanto di moda, semplicemente perché io non sono una persona pop, mi interessa che sia anzitutto utile. Perché non video? Banalmente perché mi piacciono di più i podcast, e io non sono tipo da video].

Spero vogliate partecipare numerosi al gruppo. In ogni caso vige la regola del Rasoio di Occam: «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem», ovvero: postare poco e utile. Non inonderò ogni giorno la vostra bacheca, e vi chiedo di fare altrettanto.

Per tutte le info, visitate la pagina dedicata a HealthDataJ su questo sito!

Grazie!

Cristina