Disturbo dello spettro fetale alcolico. Il perché sommerso di tante vite difficili

VITE PAZIENTI – Quando Claudio comincia a prendere atto che l’idea che aveva di se stesso e quella che gli altri avevano di lui poteva non essere la verità, era già alla soglia dei trent’anni. Tanti anni di depressione, di psicofarmaci, di diagnosi diverse fino a quella di Disturbo bipolare. Anni di consumo di droghe e alcol e anni spesi solo nel suo appartamento isolato in un piccolo paesino della Toscana a fissare lo schermo della televisione – mi racconta – completamente spento dall’azione sedativa dei farmaci e profondamente convinto che in quanto ‘malato di mente’ nessun’altra alternativa gli spettasse.

“Per tutta la vita, ogni giorno, mi guardavo allo specchio la mattina e non riuscivo a ritrovarmi in quel riflesso. Come se non fossi davvero io, ma vivessi in una bolla ovattata e non fossi in grado di trovare la strada per cominciare a cercare la verità su di me”.

Siamo a Venezia, è il 1979. Il bambino che diventerà presto Claudio Diaz ha 10 giorni e viene adottato da una famiglia dell’alta borghesia cittadina. Da subito ci si accorge di qualche alterazione nel comportamento, ma non ci si fa troppo caso. In quegli anni si pensava ancora che i problemi del bambino si risolvessero automaticamente con l’adozione, che un contesto sereno e agiato avrebbe appianato qualsiasi difficoltà iniziale.

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Pagare le persone per smettere di fumare funziona?

RICERCA – Ci si chiede da anni se una strada per portare alla riduzione dell’abitudine al fumo sul luogo di lavoro possa passare anche attraverso incentivi economici. Per la scienza non è solo una questione etica, ma di valutazione scientifica dell’efficacia di un approccio anche economico nella rieducazione della popolazione. Finora la letteratura ha prodotto solo fumate nere, in tutti i sensi.

Nel 2015 è stata pubblicata addirittura da Cochrane una revisione che aveva concluso che le ricerche svolte fino a quel momento non erano sufficienti per dare una risposta definitiva, né positiva né negativa.

“Questi programmi altamente remunerativi possono essere fattibili solo in culture in cui i programmi di sostegno alla cessazione funzionano già come parte di una politica di salute pubblica” spiegavano gli esperti di Cochrane. “È importante inoltre che la ricerca futura esamini una varietà di possibili programmi di incentivi, con vari meccanismi di ricompensa e in un ventaglio di popolazioni di fumatori”.

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Segnalati 2.295 casi di morbillo in Italia nel 2018. Il 91% non era vaccinato

Secondo i dati dell’ultimo bollettino mensile dell’Istituto Superiore di Sanità dal 1 gennaio al 30 settembre di quest’anno sono stati segnalati2.295 casi di morbillo in Italia e fra coloro per i quali è noto lo stato vaccinale, il 91,1% non era vaccinato, il 5,6% aveva effettuato una sola dose, l’1,4% aveva ricevuto entrambe le dosi e l’ 1,9% non ricorda se e quando ha ricevuto il vaccino. La presenza di non vaccinati fra gli operatori sanitari rimane un problema evidente, con 100 i casi segnalati, cioè il 4,4% del totale, di cui 83 non erano stati vaccinati con nemmeno una dose 8 avevano ricevuto solo una dose, e 3 casi con due dosi. Vale la pena ricordare che aver ricevuto entrambe le dosi del vaccino in età infantile non assicura una copertura totale per tutta la vita, pertanto gli esperti suggeriscono un richiamo nei giovani adulti.

Nel 2018 la maggior parte delle infezioni (oltre il 60%) è avvenuta fra i 15-39 enni, con una prevalenza di 85 casi per milione di abitanti. Una su cinque ha coinvolto bambini con meno di 5 anni.

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Resistenza agli antibiotici: Italia primo paese per numero di infezioni (e di morti)

Questa settimana l’Organizzazione Mondiale della Sanità celebra la Settimana Mondiale della consapevolezza sull’Antibiotico Resistenza, anche se come è noto c’è poco da celebrare. Si tratta infatti di un problema enorme per la sanità pubblica a livello mondiale. Nessuno si salva: né i paesi più poveri né quelli più ricchi.

Solo in Europa, stando agli ultimi dati pubblicati in questi giorni su The Lancet Infectious Diseases  dall’ECDC, sarebbero 33 mila le persone morte nel 2015 per forme virali resistenti alle cure. Per fare un paragone, è lo stesso numero dei morti per influenza, tubercolosi e HIV/AIDS messi insieme. 671.689 sono state le infezioni riscontrate (dato mediano) e 170 i DALY, cioè gli anni persi in salute, su 100 mila persone.
Il 39% delle morti è causato da infezioni batteriche resistenti a antibiotici di ultima generazione come carbapenemi e colistina, cioè ai farmaci più recenti e dunque più potenti che possediamo perché calibrati sui ceppi più resistenti. Quando questi non saranno più efficaci sarà estremamente difficile o, in molti casi, impossibile curare le infezioni.
Inoltre, dallo studio emerge anche che tre infezioni su quattro sono dovute a infezioni ospedaliere, fatto che suggerisce che bisogna lavorare ancora molto sulla sicurezza del paziente.

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