«Il filo infinito» di Paolo Rumiz

Spero di non capire mai perché anche senza fede sento da sempre il fascino intenso della tradizione monastica. Forse se mi apparisse tutto chiaro la mia ricerca si siederebbe stanca. Meglio lasciarsi cullare ancora una volta dalle parole eterne di Rumiz in questo libro, sperando che il suo racconto si fermi sempre al verosimile, sfiorando solo il vero finale.

(Sì, è un libro che parla di Europa e di noi poveri illusi che vaghiamo in questo XXI secolo)


Da leggere ascoltando il secondo movimento della Prima Sinfonia di Vasily Kalinnikov. Minuto 14.07

Fuori dalle mura, un’umanità superstite: facce sannite, picene, greche, bizantine, longobarde, trasparente frutto italico di antiche migrazioni. Dentro le mura, il vuoto quasi totale. Un quadro di De Chirico.

Abbiamo costruito l’Europa del benessere materiale e sulla ricerca del benessere abbiamo impostato le regole della convivenza. Ma l’Europa non è mai stata solo questo. All’origine dell’idea c’èera la ricerca della felicità, che è tutt’altra cosa.

L’uomo ha l’obbligo di essere felice, perché solo così fa felici gli altri. È uno dei massimi insegnamenti dell’ebraismo.

La felicità sta nel perimetro. Lo spazio chiuso. Il templum dei romani, il tèmenos dei Greci. Il confine all’interno del quale il mondo può entrare solo in punta di piedi. Forse il patto di permanenza che da quindici secoli i benedettini stringono per vivere e morire nello stesso posto, mi indica un’alternativa al frastuono di un mondo globalizzato che emargina, sradica e mette in moto fiumane di spaesati.

Non è forse attraverso l’ospitalità che nascono le vocazioni?

In un’esperienza spirituale i luoghi non hanno nessuna importanza. Contano le persone. La strada prescelta diventa secondaria, perché sono gli incontri a darti di volta in volta la direzione.

L’uomo che è stato primate a Roma non si perde in disquisizioni teologiche. Ci porta subito a vedere gli orti, la sala di mungitura, le anatre. Chiama fischiando i merli, accarezza i fiori, attiva il getto della fontana che qualcuno ha lasciato chiuso, si lascia docilmente fotografare dai visitatori. Parla camminando, e muove le braccia col gesto largo di chi semina, consapevole che la parola presto o tardi dà frutto. Seminare non è solo l’atto del contadino. è la generosità del testimone di fede, consapevole che la sua narrazione è riassunto di infiniti incontri, voluti o casuali, singoli o di gruppo, di uno che dopo l’aratura procede senza voltarsi e senza tornare mai sulla sua strada, perché tanto sa che ciò che ha sparso lascerà una traccia. Nel senso della letizia, comandamento primo di Benedetto e figlia prediletta del letame.

Il centralismo è diabolico: comanda invece di servire.

Noi non siamo contemplativi. La nostra attitudine è meditativa. Significa che mastichiamo la parola finché essa non rilascia tutto il suo sapore e non ci entra nella carne e nelle ossa. Il nostro attivismo non ci fa mai dimenticare l’arte o il pensiero . L’Otium in senso latino è assolutamente utile. Negativa per l’anima è l’otiositas, l’inattività, la pigrizia.

Nell’agricoltura si incontrano il teologico e il metaforico. Oggi per noi la terra non è più la madre che nutre. È al massimo una puttana da sfinire. Un oggetto di consumo, dove il sacro è un intralcio.

Mi sfiora un pensiero inaudito: la veste dei preti non è che un trucco per usurpare il ruolo del femminile nella comunità della fede.

Talvolta nei viaggi entra in gioco un elemento assai più potente del caso. Il destino, forse. O la Provvidenza. O una di quelle sintonie gratuite che generano inauditi cortocircuiti fra le cose, le memorie e le visioni.

Mio Dio, perché non bastano incontri come questi a fare l’Europa?

Mi chiedo se la parola felicità non debba essere sostituita da contentezza, il ringraziamento di chi “si accontenta” di ciò che la provvidenza gli ha donato. Un ringraziamento che finisce per coincidere con la preghiera.

Nel gregoriano c’è tutto, compreso Verdi.

Il verso, l’ho imparato da tempo, è lo sforzo della parola per diventare musica. Ma è un tentativo fallimentare perché la parola è destinata a perdere. La musica rimane inarrivabile.

Esiste solo la parola che riempie il vuoto e il silenzio e la penombra. Se un giorno tornerò per quella strada a oriente di San Nicola di Bari, attraverso i balcani e l’anatolia, non mi porterò macchine fotografiche, ma qualcosa per fermare le voci.

Ti chiedi se la percezione magica del sacro non sia morta nel Seicento e la fede non sia stata rimpiazzata altro che dalla teatralità.

Respiro odore di codici. La percezione sensoriale del tempo è così completa che vorrei masticare la carta, per la gratitudine che le porto.

Ci si sente, il che è cento volte meglio che capirsi. Forse non c’è niente di peggio che una lingua comune per creare malintesi.

Mostrare uno zelo buono, per non incartarsi nel lavoro.

Ma quanta fatica stare nel mondo lavorando sulle parole contrarie in perenne stato di allerta.

Benedetto è il contrario, indica la semplicità e la povertà come dimensione ideale della relazione fra uomini. Dammi una parola, chiede il discepolo all’abate. E in quella parola sta tutto il soffio spirituale, il dinamismo del nostro movimento.

Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio fra preghiera e lavoro. Oggi, aver messo il lavoro come unico orizzonte può portarci tutti alla depressione.

Benedetto ci chiede l’impossibile. Benedire coloro che ci maledicono, sopportare i falsi profeti, accettare i fratelli che vivono con zelo amaro.

Ma il nostro fertilizzante è l’incontro con l’altro, la parola, l’umanizzazione del vissuto. Solo così viviamo bene.

#8marzo – I diritti delle donne. Una questione aperta

Car* amici e amiche,

l’11 marzo insieme all’ISBREC, a SPI-CGIL, la Casa dei Beni Comuni e all’Associazione Verba Volant abbiamo organizzato questo incontro per parlare dei diritti delle donne 🚻 fra ieri e oggi.

Soprattutto oggi. Sono molti i temi su cui dobbiamo ancora confrontarci e arrabbiarci di più, aspetti non così lontani – purtroppo – da quelli che hanno animato le battaglie del secolo scorso. Spero veniate numerosi e numerose!

Ci saranno anche interventi di poesie e musica da parte di artiste bravissime 🙂

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È ora di ribellarci al tempo

SALUTE – “Perché ci ribelliamo” è il titolo emblematico che Victor Montori, medico presso la nota Mayo Clinic americana, ha scelto per il suo nuovo libro, uscito in queste settimane a cura de Il Pensiero Scientifico Editore. L’idea di fondo, innovativa, di Montori è che senza fare la rivoluzione non è più possibile pensare a una cura che sia davvero attenta e premurosa – per citare il sottotitolo – verso il paziente. Chiaramente Montori non si riferisce alla messa a soqquadro del sistema sanitario, ma a una necessaria ricalibrazione delle tempistiche per decostruire l’”industrializzazione della medicina”, che implica sempre meno tempo da dedicare al paziente e sempre di più per alimentare il sistema, che giustamente si fa via via più informatizzato, e che trasforma piano piano, in modo impercettibile, il medico o l’infermiere in utenti.

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Una domanda per il 2019

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Picasso, Sulla spiaggia

Ogni anno il 31 dicembre scatta il momento in cui spuntano come talpe i post su facebook e su Instagram sui bilanci personali dell’anno che sta per terminare. Il più delle volte si tratta di considerazioni sulla propria persona. Valutare l’anno in base a ciò che io ho ottenuto.

Ciò premesso per dire da subito che questa mini riflessione non ha nulla di personale, e per questo la condivido.

Questa mattina mentre pulivo a fondo casa (anche questo ha un suo valore simbolico a fine anno, se vogliamo) ascoltavo la puntata di ieri di Uomini e Profeti su Radio 3, con Vito Mancuso, che io apprezzo molto. (La trovate qui). Si parlava di Bellezza e del suo valore salvifico, a partire dall’arcinota citazione da Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”. Affermazione che però, come precisa Philippe Daverio in diverse sue lezioni, non si riferisce all’accezione della bellezza come ‘pulchritudo’ ma come ‘armonia’ pitagorica.

Che barba, si può dire. Volare troppo in alto da dimenticarsi di guardare a terra. A un certo punto però viene citata Hannah Arendt e la domanda sul perché dobbiamo fare il bene anche quando non conviene. Tac, ci siamo: penso che sia questa la domanda che è bene portarci nel 2019. Una domanda antichissima, dato che già Aristotele si interroga su  una possibile risposta. Eppure, leggendo i giornali ogni giorno e occupandomi nel mio piccolo di informazione, mi par di notare che noi giornalisti, noi politici, noi cittadini, non diamo abbastanza spazio a questa domanda. Nonostante la risposta che decidiamo di darvi finisca per determinare il nostro modo di fare informazione, di raccontare le cose. E quindi di vivere. Penso ovviamente alla direzione che parte dell’Italia, la parte più corposa, sta prendendo sul fenomeno dell’immigrazione e dell’accoglienza. Torno sempre lì, lo so, ma trovo sia il quid della nostra epoca.

Aristotele per esempio si era risposto che il fondamento dell’etica è fisico (cioè dobbiamo fare il bene perché esso è connaturato nel nostro essere, fa parte dell’ordine del mondo. Una volta conosciuto il Bene non possiamo non farlo). La tradizione Cristiana – per fare un altro esempio – aveva posto il fondamento dell’etica nella metafisica (dobbiamo fare il bene perché ce lo chiede Dio con la Rivelazione). E ancora, la modernità illuminista propone di fondare l’etica sulla politica, sulla giurisdizione (devo fare il bene perché è la legge che me lo impone). Per Hannah Arendt nessuna di queste risposte è sufficiente: il fondamento dell’etica è estetico:

“Il problema sta tutto nel decidere con chi voglio stare insieme, senza basarmi su norme e regole oggettive di comportamento.” scrive Arendt nelle Lezioni sulla Filosofia Morale. “Con chi desideriamo stare insieme? Le nostre decisioni dipendono dalla scelta dei nostri compagni, con cui desideriamo passare il resto dei nostri giorni”. Una scelta – chiosa Mancuso – che dipende unicamente dal gusto, dalla “sintonia”.

Mi pare che noi oggi non abbiamo chiara la risposta alla domanda sul perché dobbiamo fare il bene anche se non conviene. In realtà – come dicevo – trovo che il primo problema è che non ci poniamo nemmeno abbastanza la domanda, dando per scontato – anche noi giornalisti nel porre la faccenda – di dover “convincere” che bisogna accogliere, perché ci conviene. “Abbiamo bisogno di braccia in più”, “ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “abbiamo bisogno di qualcuno che paghi le nostre pensioni”.

Io non sono una filosofa, per carità, ma mi pare che anche la visione “illuminista” che fonda l’etica sulla legge, ci porterà poco lontano. Forse, assumendo che il bene si fonda sulla sintonia estetica, e quindi lavorando noi giornalisti in primis (dato che la politica non lo farà a breve) sul racconto del bello dell’altro, accanto ovviamente al brutto che pure c’è, può, molto lentamente, farci andare nel 2019 nella direzione più giusta.

Anche se magari non ci conviene.

Update: Oggi, 1 gennaio, ascolto il discorso di ieri del Presidente Mattarella, che riassume bene il nocciolo che qui ho provato a mettere per iscritto.

“È l’immagine dell’Italia positiva che deve prevalere”.