Asili nido, il 60% delle strutture d’estate rimane chiusa. Parte 4 

Stando a quanto emerge dall’ultima Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, la fase più critica per restare nel mercato del lavoro per le donne continua ad essere il primo anno dalla nascita del figlio. Il dato che rimane costante è la prevalenza di coppie con un figlio e l’età del figlio sino ad 1 anno – limite entro cui, per norma, vige il divieto di licenziamento. Nel 2024 si sono contate 60.756 convalide, e 7 su 10 69,5% si riferiscono a donne. Ma attenzione: nelle fasce più giovani, quelle in cui nella maggior parte dei casi si diventa mamme, le donne rappresentano l’80-85% delle dimissioni totali. Il dato del 30% degli uomini dimissionari è dovuto prevalentemente alle fasce d’età più elevate. Il 56% delle convalide di dimissione volontaria sono rese a genitori con un figlio.

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Asili nido: serve flessibilità di orari, ma pochi la prevedono. Parte 3 

Il pre e post nido rappresenta un aiuto concreto per le famiglie, offrendo accoglienza prima e dopo l’orario educativo standard. Nell’anno scolastico 2022-2023, il 56,5% dei nidi ha previsto questo servizio.

Anche qui si registrano differenze territoriali e gestionali: il servizio è più frequente nel Nord e nelle sezioni primavera, dove circa il 70% delle strutture lo offre. Nel Mezzogiorno, invece, la situazione è più frammentata: nei servizi pubblici solo il 18,6% attiva il pre e post nido, mentre nei privati si supera il 50%.

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“Che bello quando si facevano i figli a 20 anni”

Su Infodata – Il Sole 24 Ore è uscita la seconda puntata sui numeri degli asili nido e del lavoro femminile. Porto dei numeri per riflettere su questo concetto.

Nel 2023, il 40% delle donne che hanno avuto un figlio non lavora. Tra le ventenni che hanno partorito nel 2023, lavora solo il 40%; il 21% è disoccupata, il 35% è casalinga e il 2% studia. Al contrario, tra le neomamme over 40 lavora il 72%, mentre il 17% si dichiara casalinga e il 10% risulta disoccupata.

Chiaramente in un mondo ideale – e questa è una considerazione del tutto personale – le persone (uso un termine più ampio di “donne”) lavorano in un contesto flessibile e pagato il giusto, con servizi di supporto in prossimità, di modo che se lo desiderano possono fare i figli a 20 anni. Se lo desiderano.

Secondo me bisogna tuttavia anche valutare una maturità personale. Su Instagram incrocio i profili di molte influencer giovani donne con diversi figli, tendenzialmente volte alla maternità ecologica, che sono influencer proprio per il fatto di essere giovani, con 4-5 figli, e “lavoratrici autonome”, cioè content creator per i propri social media. Constato spesso dei post della serie “riesco a far tutto, ecco come ho superato le difficoltà col marito che pretendeva che io…”. La logica della donna super brava che in questo aiuta le altre donne.

Ecco, io alcune di loro le vorrei proprio abbracciare e dire “sorellina mia, sei ancora in tempo per fare un percorso di autocoscienza sul carico di cura delle donne, sul rapporto paritario… ma caspita… avresti potuto farlo a 20 anni”.

Chiaramente è una generalizzazione, ci sono tante giovani donne che quel percorso l’hanno fatto, grazie magari alle loro mamme, zie, cugine.

Questo per dire che in un mondo ideale (ma sempre ancora imperfetto) la genitorialità andrebbe di pari passo con un lavoro di riflessione e presa di coscienza delle dinamiche dei rapporti di coppia.

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Asili nido: crescono ancora le liste d’attesa – Parte 1 

Negli ultimi cinque anni, dal periodo pre-pandemico a oggi, il sistema dei servizi educativi per la prima infanzia in Italia ha registrato una crescita lenta e insufficiente. Secondo l’ultimo rapporto sui servizi educativi curato da Istat insieme al Centro Governance & Social Innovation dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il numero complessivo di strutture – tra asili nido e sezioni primavera – è aumentato solo dell’1,4%, mentre i posti disponibili sono cresciuti del 4,5%. Ma la domanda, nel frattempo, ha corso più velocemente.
Nell’anno scolastico 2023/2024, le famiglie italiane hanno continuato a chiedere servizi per i più piccoli, con un’intensificazione che smentisce le previsioni di un possibile calo dell’utenza dovuto alla diminuzione delle nascite. Al contrario: le strutture si trovano sotto pressione crescente, e la capacità ricettiva non tiene il passo. Lo dimostra il dato chiave sulle liste d’attesa: il 60% dei servizi educativi non è riuscito ad accogliere tutte le richieste di iscrizione. È una percentuale in aumento rispetto al già preoccupante 56,3% dell’anno precedente.

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