Che fastidio le donne che parlano di sesso

«Non avevo alcun intento politico. Stavo vivendo una storia amorosa clandestina con un ragazzo molto più giovane di me. Il blog e i profili sui social erano una dedica a lui, un gioco fra me e lui. E mi eccitava l’idea che altri, del tutto sconosciuti, leggessero di noi. Le reazioni hanno sorpreso anche me. In qualche modo loro sì che sono “politiche”: mi insultano e scrivono con gratitudine in centinaia.»

Che lo si consideri un bene o un male, un reale dibattito o semplicemente rumore confuso, la partecipazione alle discussioni sui social network, quando è massiccia come nel caso dei profili Twitter e Facebook di Anna Salvaje non può lasciare indifferenti. Sono centinaia le donne, giovani, giovanissime e meno giovani, femministe e non, che ogni giorno commentano i tweet e i post di Anna, che da qualche anno, prima con il blog e poi sui social, condivide i dettagli più intimi della sua avventura sessuale. Al centro dei posto di Anna c’è la narrazione e l’esaltazione del proprio piacere con un linguaggio che molte definiscono troppo scurrile per una donna, altre troppo banale, altre ancora denigratorio, altre addirittura dannoso per la lotta contro il patriarcato.

Di fatto la constatazione comune è che oggi esistono ancora tante zone vietate a chi è nata femmina. Ma basta parlare di sesso, in qualsiasi modo lo si faccia, per essere donne più libere? Autodefinirsi puttana, zoccola, troia può essere una strada produttiva per privare questi termini secolarmente diffamanti della valenza denigratoria che indossano? Usare su noi stesse parola “cazzo”, per esempio, ci rende più libere?

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Parti cesarei diminuiti in vent’anni solo in Piemonte e Basilicata. Cosa vuole dire?

Solo due regioni italiane, Piemonte e Basilicata, hanno ridotto il numero di parti cesarei negli ultimi vent’anni. Il Piemonte in particolare nel 1998 era la prima regione italiana per percentuale di cesarei sul totale dei parti, con il 50% di interventi. Nelle restanti regioni italiane non solo il numero di cesarei sul totale è aumentato, ma è ben oltre i livelli consigliati dalle autorità competenti. Lo racconta l’ampio rapporto OASI 2018 redatto da Bocconi e CERGAS e pubblicato in questi giorni.

La percentuale di parti cesarei sul totale dei parti costituisce un indicatore utilizzato dal Comitato ministeriale dei Livelli Essenziali di Assistenza per il monitoraggio dell’efficienza e appropriatezza dei LEA. La percentuale a livello regionale è valutata soddisfacente dal Comitato LEA se corrisponde a un valore inferiore al 30% dei parti totali.L’Organizzazione Mondiale della Sanità è ancora più severa. Già nel 1985 fissava una soglia massima di 15 parti cesarei su 100 per periodo. Oggi solo alcune regioni rientrano negli standard ministeriali con meno di un terzo dei parti che si svolge tramite il cesareo e nessuna soddisfa le ambiziose soglie dell’OMS. In particolare tutte le regioni del Nord, ad eccezione della Liguria, rispettano l’indicazione ministeriale, mentre il centro sud, tranne Toscana e Umbria, non rispetta la soglia fissata da ministero. In Campania addirittura sei donne su dieci che hanno partorito nel 2016 hanno vissuto il cesareo, in Sicilia quattro su dieci.

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