L’impatto della pandemia sugli asili (e sulle famiglie) 

Dopo i lockdown del 2020, cinque servizi educativi per l’infanzia su cento non hanno più riaperto nell’anno scolastico 2020/2021. Nel 44% dei casi si è trattato delle Sezioni Primavera, i cui iscritti sono dovuti rimanere a casa con i genitori, che nella maggior parte dei casi si sono trovati a dover gestire i piccoli e il proprio lavoro. Il tutto in un contesto italiano dove il tasso di copertura dei servizi per la prima infanzia è molto al di sotto di quanto richiesto dall’Europa. Se consideriamo anche i servizi integrativi, abbiamo 26,9 posti ogni 100 bambini, con una distribuzione fortemente disomogenea fra aree urbane e rurali. La Commissione Europea nel 2002 aveva fissato l’obiettivo di almeno 33 posti autorizzati ogni 100 bambini tra 0 e 3 anni.

Le conseguenze per le donne le conosciamo bene.

Il Dipartimento per la Famiglia grazie al lavoro congiunto di ISTAT e Università Da’ Foscari, ha condotto nell’estate 2021 una prima indagine su oltre 1400 strutture per l’infanzia in tutta Italia, che è stata pubblicata il 7 marzo scorso, chiedendo ai gestori che tipo di azioni avevano messo in campo per contrastare la pandemia, quali difficoltà avevano affrontato, quali sono stati i costi aggiuntivi, quali gli aiuti ricevuti da enti pubblici e privati e quanto la pandemia si sia tradotta in spese aggiuntive per le famiglie.

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Quanti screening oncologici abbiamo perso

Essersi trovati impreparati a gestire lo scoppio improvviso della pandemia ha fatto sì che i sistemi sanitari abbiano scelto di sospendere l’offerta dei programmi di screening oncologici organizzati. Oggi cominciamo ad avere i dati nazionali sulle conseguenze di questa scelta. Dopo un continuo trend in salita degli ultimi anni, la quota di donne che si è sottoposta nel 2020 allo screening cervicale nell’ambito dei programmi organizzati è passata dal 52% del 2019 al 46%; la copertura dello screening mammografico organizzato è passata dal 57% al 50%, e di quello colorettale, dal 42% al 36%. Lo screening mammografico è raccomandato ogni due anni alle donne di 50-69 anni, quello cervicale – Pap test o HPV test – è raccomandato rispettivamente ogni tre/cinque anni alle donne di 25-64 anni e lo screening colorettale è raccomandato ogni due anni a uomini e donne di 50-69 anni (attraverso la ricerca del Sangue Occulto nelle feci come test di primo livello e colonscopia come test di secondo livello nei casi positivi).
Ne parla un recente rapporto di un gruppo di lavoro dell’Osservatorio Nazionale Screening dal titolo Rapporto sui ritardi accumulati dai programmi di screening Italiani in seguito alla pandemia da Covid 19, con i dati al 31 Maggio 2021.

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Disuguaglianza e istruzione: i figli e le figlie di operai e l’accesso all’università

Un errore da non fare quando si parla di gap di genere riguardo all’istruzione è slegare questo aspetto dal gradiente socioeconomico. La questione andrebbe sempre scorporata in due domande: esiste e a quanto ammonta, il gap di genere a seconda del gruppo socioeconomico di appartenenza? Quali sono le reali opportunità di studiare e seguire il proprio sogno nei contesti più svantaggiati?

L’ultimo rapporto di Almalaurea relativo ai laureati e alle laureate 2020 fa emergere un aspetto interessante: sembra che l’innalzamento dei livelli formativi interni alla famiglia sia da attribuire principalmente alle donne. “Le differenze di genere sul contesto culturale e socio-economico di provenienza – si legge – mettono in evidenza che, tra chi conclude gli studi universitari, le donne presentano una minore selezione basata sul contesto familiare di quanto succeda tra gli uomini; probabilmente ciò è dovuto al fatto che non solo proseguono gli studi dopo il diploma più degli uomini, ma anche che lo fanno provenendo da contesti familiari meno favoriti.”

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Il gap di genere sul trattamento dell’infarto

Senza dati disaggregati per genere, nazionalità, status socio economico, qualsiasi mappatura dei servizi sul territorio è parziale perché non individua chi rimane più indietro. Riguardo alle prestazioni sanitarie in ambito cardio-circolatorio questo aspetto è evidente: le donne tendono a ricevere trattamenti più lentamente e con esiti peggiori, per esempio durante un infarto.

A misurare questo fenomeno è Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali) attraverso il Piano Nazionale Esiti (PNE), che misura – appunto – gli Esiti terapeutici di una serie di trattamenti ospedalieri, con i dati disaggregati per Struttura Ospedaliera e Unità Territoriale (ULSS, ASL, AST,…). Per esempio sulla mortalità a 30 giorni per una serie di interventi, e a due anni, ma anche la percentuale di assistiti che hanno ricevuto il trattamento all’interno dei tempi indicati dai vari Percorsi Diagnositico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per ogni patologia. Ad esempio in caso di infarto miocardico acuto il trattamento dovrebbe essere garantito con Angioplastica Coronarica Percutanea Transluminale (PTCA), i famosi “stent coronarici”, entro 90 minuti dall’accesso nella struttura di ricovero. Se la PTCA viene effettuata nelle fasi iniziali di un infarto, la mortalità a breve termine del paziente è minore. Il grande database PNE raccoglie anche dati sulle riammissioni ospedaliere a un mese dalla prima dimissione.

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