La copertura sanitaria universale continua a non interessare a nessuno

Stando ai dati di tre recenti rapporti sulla spesa sanitaria globale, è evidente che i Governi non stanno ancora mettendo la salute al centro delle priorità delle proprie politiche. Se in termini di Pil pro capite sembra che quasi tutti i paesi del mondo stiano “progredendo”, la maggior parte dei paesi a basso e a medio reddito non è ancora in grado di finanziare un pacchetto base di servizi sanitari. La spesa pubblica per la salute è in aumento dappertutto, ma rimane ancora troppo bassa in molti paesi per garantire una copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage – UHC).

La prima fonte è l’aggiornamento al 2016 del database pubblicato a dicembre 2018 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla spesa sanitaria globale, paese per paese. Nello stesso mese l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha pubblicato nuovi dati sull’assistenza ufficiale allo sviluppo per la salute , che sono ora disponibili fino al 2017. Nel gennaio 2019, il Policy Cure Research ha invece pubblicato il suo ultimo sondaggio  che ha monitorato la spesa globale per lo sviluppo di prodotti per malattie trascurate fino al 2017.
Queste tre fonti di dati ci permettono di esaminare le tendenze nei finanziamenti nazionali per valutare se nel complesso siamo sulla buona strada per mobilitare i finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi sanitari stabiliti nel terzo obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 3) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che si fonda sul raggiungimento della una copertura sanitaria universale.

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Italia paese con il gap maggiore fra patrimonio e reddito delle famiglie

I giorni scorsi Istat e Banca d’Italia hanno pubblicato una serie di dati sulla ricchezza delle famiglie italiane, dai quali emergono alcuni aspetti interessanti. Anzitutto che la metà della ricchezza delle famiglie italiane è ancora rappresentata dalla casa. Le cosiddette “attività non finanziarie” cioè abitazioni, immobili non residenziali, apparecchiature, terreni, impianti, rappresentano i due terzi della ricchezza netta delle famiglie(6.200 miliardi di euro, di cui 5.246 miliardi di euro dalle abitazioni). Le attività finanziarie, cioè biglietti, depositi, titoli, prestiti, azioni, derivati, quote di fondi comuni, riserve assicurative e altri conti attivi, impattano sulle famiglie per 4.300 miliardi di euro.

Nell’ordine, il 48% della ricchezza del totale delle famiglie è oggi rappresentato dalla casa, il 12% dai depositi, il 9% dalle rendite delle azioni possedute, un altro 9% dalle riserve assicurative, il 6% da immobili residenziali, mentre tutte le altre voci incidono per meno del 5%. I terreni coltivati per esempio rappresentano mediamente il 3% della ricchezza delle famiglie italiane.

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Unioni civili compiono tre anni. Un primissimo bilancio

Sono passati ormai tre anni dall’entrata in vigore della Legge Cirinnà sulle unioni civili fra coppie dello stesso sesso, anche se i dati più recenti a livello nazionale sono al momento aggiornati al 31 dicembre 2017.
Considerando sia le unioni civili costituite in Italia sia le trascrizioni di unioni costituite all’estero, nel primo anno e mezzo si sono registrate 6.712 unioni, e sono state di più le coppie di uomini a celebrare in questo modo il loro amore: precisamente 4682, a fronte di 2030 coppie di donne, per un totale di 13 mila persone coinvolte, cioè 2 cittadini su 10 mila. Un’unione su quattro è avvenuta a Roma, Milano e Torino.
Per fare un paragone, solo nel 2017 (dati istat ) sono avvenuti in Italia 191.287 matrimoni, la metà con rito civile e l’altra metà anche religioso.

Si sa, il trend è che ci si sposa sempre di meno: il confronto tra i dati del Censimento della popolazione del 1991 e quelli riferiti al 2018 mostra infatti che fra i 15- 64 enni, a fronte di un lieve calo della popolazione (- 309 mila persone), si contano 3,8 milioni di matrimoni in meno e 3 milioni di celibi e oltre 972 mila divorziati in più. Al 1 gennaio 2018 il numero dei coniugati e dei celibi è quasi il medesimo: 28 milioni contro 25 milioni.
Trent’anni fa la metà degli uomini e il 69% delle donne fra i 25 e i 34 enni era sposato, oggi lo è rispettivamente il 19,1% dei maschi e il 34,3% delle femmine. I celibi erano il 48,1% dei giovani uomini e il 29% delle giovani donne: oggi sono rispettivamente l’ 80,6% e il 64,9%. Nella classe di età 45-54 anni quasi un uomo su quattro non si è mai sposato mentre è nubile quasi il 18% delle donne.

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Italia agli ultimi posti nella comprensione della “digital economy”

Lo Skills Outlook Scoreboard di OCSE, rilasciato qualche giorno fa è lapidario: la popolazione italiana non possiede le competenze di base necessarie per prosperare in un mondo digitale, sia nella vita sociale che sul posto di lavoro. Solo il 36% degli italiani, la percentuale più bassa tra i paesi OCSE, è in grado di utilizzare Internet in maniera complessa e diversificata. Solo un italiano su cinque tra i 16 e i 65 anni possiede un buon livello di alfabetizzazione e capacità di calcolo (cioè ottengono almeno un punteggio di livello 3 nei test di alfabetizzazione e calcolo). Si tratta del terzo peggior risultato tra i paesi esaminati.
L’Italia è il paese con la più bassa percentuale di lavoratori capace di utilizzare software anti-tracking (lo sa fare l’8% degli intervistati), e di modificare le proprie informazioni personali online (sa farlo solo la metà delle persone). Un quarto degli italiani invece sa impostare i cookies nel proprio sito o blog. Gli anziani con scarse capacità cognitive e digitali sono un terzo del totale in Italia, mentre la media OCSE è del 17% e in Norvegia si arriva a quote bassissime, meno del 5%.

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