In 10 anni il numero di ragazzi fra i 20 e i 24 anni senza il diploma è sceso al 17% 

Al mio paese eravamo, siamo, 32 bambini nati nel 1988 che frequentavano la quinta elementare. Siamo andati tutti alle scuole medie, ma circa la metà non si è mai diplomata. All’università, se ho fatto bene i conti, siamo andati in 10.

Negli anni, andando all’università, parlando con amici da altri luoghi d’Italia, ho realizzato che non era così per tutti, che alla mia età si andava in media tutti alle superiori. Mi è sempre rimasta la curiosità di mappare realmente il fenomeno e di capire se qualcosa è cambiato, specie nelle periferie.

Il punto è che di dati a livello comunale non ne abbiamo. O meglio, li ha Istat, ma li pubblica in modo aggregato (per provincia, per regione, e accorpando classi di età).

Questa è la prima di due puntate per privare a mappare come è cambiato il livello di istruzione dei giovani di 20-24 anni, fra chi ha finito le medie intorno al 2002 e chi le ha finite intorno al 2012. I dati ce li ha forniti Istat “privatamente” su nostra richiesta, con dettaglio provinciale e specificamente per i 20-24 enni. Li ho puliti con calma, ci ho fatto dei conti e… beh chi vorrà leggere vedrà.

Anticipo che stiamo lavorando anche per avere il dato comunale con la mappa *reale* del gap province-città, che non è provinciale ma strettamente geografico e che dipende – questa è l’ipotesi e vedremo se i dati la confermano o no – dalle infrastrutture ferroviarie e stradali, e dal sostrato socio-economico locale.

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2021: la metà delle neomamme italiane non lavora 

Nel 2021 la metà delle donne con almeno un figlio di meno di sei anni fra i 25 e i 49 anni non risulta occupata. Fra coloro che non hanno figli è il 27% a non essere occupata, ma va detto che nel computo sono comprese anche le studentesse universitarie. La situazione di maggior difficoltà rimane comunque nel Mezzogiorno, dove lavora solo il 35,3% delle donne con figli piccoli, quasi la metà rispetto al Centro (62,7%) e al Nord (64,3%). Lo racconta l’ultimo rapporto BES di Istat presentato il 21 aprile 2022.

L’ampliamento dello smart working in questi due anni di pandemia non ha modificato granché le cose. Non basta la possibilità di “lavorare da casa” anche perché non è una possibilità concreta per tutte le lavoratrici, in particolare per operaie, commesse, donne delle pulizie e via dicendo. È vero che fra il 2020 e il 2021 la quota di occupate che tele-lavora è aumentata più di quella degli uomini (+1,5 e +0,8 punti rispettivamente) e ha raggiunto quota 17,3% (4,3 punti percentuali in più degli uomini), ma nel complesso non vi sono state grandi rivoluzioni. Il lavoro da casa è più diffuso nel Centro, dove si osserva anche il maggior incremento rispetto al 2020 (la percentuale cresce di 2,3 punti e passa al 17,7%), e nel Nord (15,9%) rispetto al Mezzogiorno (10,5%).

Nel complesso, la ripresa del 2021 rispetto al 2020 risulta più forte per le donne, ma solo perché erano state le più colpite dagli effetti della pandemia. Nonostante, infatti, il tasso di occupazione femminile sia salito al 53,2%, con un aumento di +1,1 punti sul 2020 (l’aumento si è fermato a 0,6 punti per gli uomini), il recupero rispetto al 2019 è stato simile per uomini e donne.

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L’impatto della pandemia sugli asili (e sulle famiglie) 

Dopo i lockdown del 2020, cinque servizi educativi per l’infanzia su cento non hanno più riaperto nell’anno scolastico 2020/2021. Nel 44% dei casi si è trattato delle Sezioni Primavera, i cui iscritti sono dovuti rimanere a casa con i genitori, che nella maggior parte dei casi si sono trovati a dover gestire i piccoli e il proprio lavoro. Il tutto in un contesto italiano dove il tasso di copertura dei servizi per la prima infanzia è molto al di sotto di quanto richiesto dall’Europa. Se consideriamo anche i servizi integrativi, abbiamo 26,9 posti ogni 100 bambini, con una distribuzione fortemente disomogenea fra aree urbane e rurali. La Commissione Europea nel 2002 aveva fissato l’obiettivo di almeno 33 posti autorizzati ogni 100 bambini tra 0 e 3 anni.

Le conseguenze per le donne le conosciamo bene.

Il Dipartimento per la Famiglia grazie al lavoro congiunto di ISTAT e Università Da’ Foscari, ha condotto nell’estate 2021 una prima indagine su oltre 1400 strutture per l’infanzia in tutta Italia, che è stata pubblicata il 7 marzo scorso, chiedendo ai gestori che tipo di azioni avevano messo in campo per contrastare la pandemia, quali difficoltà avevano affrontato, quali sono stati i costi aggiuntivi, quali gli aiuti ricevuti da enti pubblici e privati e quanto la pandemia si sia tradotta in spese aggiuntive per le famiglie.

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Come è andato il secondo anno di Dad?

No, non come l’anno scorso. Nel complesso sembra che i ragazzi appena maturati abbiano vissuto meglio il secondo anno di pandemia rispetto all’anno precedente. Il 24 febbraio 2022 Almadiploma ha diffuso i dati sula rilevazione che ha riguardato 37.000 diplomati del 2021.Se per i diplomati del 2020 lo stato d’animo nettamente prevalente era “preoccupato, oggi nel descrivere con un solo aggettivo il proprio stato d’animo nel periodo di didattica digitale integrata (quindi non completamente a distanza come è stato per gran parte del 2020) i due più frequentemente indicati dai diplomati sono: “tranquillo” (24,3%) e “apatico” (24,2%). Osservando il dato per tipo di diploma emerge che per i diplomati professionali e tecnici lo stato d’animo prevalente è stato “tranquillo”mentre tra i liceali ha prevalso lo stato d’animo “apatico”.

Il risultato è che un diplomato su tre ritiene che sarebbe utile continuare ad usare la didattica digitale integrata anche dopo l’emergenza del Covid-19, mentre oltre sette diplomati su dieci ritengono che la preparazione raggiunta attraverso la didattica digitale integrata sia inferiore a quella che avrebbero raggiunto se non ci fosse stata l’emergenza.

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