Una salute mentale a gettoni

Da qualche mese ho iniziato a lavorare per il mensile Le Scienze a una serie di racconti e storie sulla salute mentale in Italia. Che cosa vuol dire oggi entrare nel sistema di cura, quali enormi problemi questo sistema si trova ad affrontare, le sfide, le contraddizioni, le ingiustizie.

Con questo lungo articolo su Le Scienze di Maggio (da oggi in edicola) iniziamo questo racconto parlando dei numeri dei servizi a partire dal tema del “no restraint”, ossia di quell’approccio alla gestione del malato che NON LEGA.

In questo articolo ho parlato con diverse persone in reparti che seguono questo approccio, e spero che troverete interessante tutto questo come l’ho trovato importante io.

Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi pubblicheremo sul sito de Le Scienze tante altre storie, dati, problemi che chiaramente qui sono rimasti fuori. Il primo articolo parlerà della salute mentale in tribunale. Poi parleremo di carcere, e poi di entreremo nella clinica, con che cosa significa gestire ad esempio un certo disturbo, ecc ecc.

Inutile dire che ringrazio la redazione de Le Scienze per la sempiterna disponibilità e lo spazio, e che qualora abbiate spunti per ulteriori approfondimenti, potete scrivermi.

Il “ceto medio” lombardo non esiste. Quantomeno se si leggono bene i dati 

L’espressione “ceto medio lombardo” evoca nel nostro immaginario una stabilità che in realtà è solo apparente. Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i dati di OVeR – Osservatorio Vulnerabilità e Resilienza, nato dall’alleanza tra le ACLI Lombarde l’Istituto Ricerca Sociale e l’Associazione Ricerca Sociale, per capire quali famiglie già sotto pressione hanno anche un carico di assistenza verso persone malate, anziane o in difficoltà.

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Una persona su sei nel mondo soffre di infertilità. Anche fra i paesi poveri 

Una persona su sei nel mondo soffre di infertilità. Anche fra i paesi poveri.

Si tratta di un tema difficilissimo da quantificare. Questo primo tentativo a livello globale è a mio avviso interessante per inquadrare questo tema della denatalità che sta sulla bocca di tutti ma quasi sempre con premesse errate (cioè false proprio, non basate sui dati – si veda qui).

Poi c’è chi parla di sostituzione etnica, che significa porre una questione delicata a un livello di superficialità e appiattimento dell’intelligenza che non merita nemmeno gran commenti.

In ogni caso il mondo evolve, non è mai fermo. La storia sociale insegna.

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In tre anni i disturbi alimentari sono più che raddoppiati. Specie fra i giovanissimi 

Il itolo è forte, ma il dato è reale, perché proviene dalla survey nazionale del Ministero della Salute 2019- 2023, che incrocia fonti di diverse: le Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO), gli accessi ai centri specializzati e alla specialistica ambulatoriale, al pronto soccorso e le esenzioni. Nel 2019 erano i casi di disturbi alimentari (anoressia, bulimia e binge eating) intercettati erano stati 680.569, nel 2020 erano balzati a 879.560, nel 2021 a 1.230.468, e nel 2022 a 1.450.567. Questi i nuovi casi. Nel complesso le persone trattate oggi per queste patologie sono oltre 3 milioni; nel 2000 erano circa 300 mila. Anche i dati Rencam regionali (Registro nominativo cause di morte ) sono purtroppo molto alti, il dato Rencam del 2022 rileva complessivamente 3.158 decessi con diagnosi correlate ai Disturbi della Alimentazione e della nutrizione, con una variabilità più alta nelle regioni dove sono scarse o addirittura assenti le strutture di cura e con una età media di 35 anni, che significa che una alta percentuale di questo numero ha una età inferiore a 25 anni.

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