Quanti sono stati i contagi sul lavoro denunciati?

Al 30 novembre 2020 sono state 104.328 le denunce di infortunio sul lavoro a seguito di un contagio COVID-19 segnalate all’INAIL, che significa che ha riguardato il Covid una denuncia su cinque pervenuta da inizio 2020. In altre parole il 13% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’ISS al 30 novembre ha fatto denuncia di contagio sul luogo di lavoro. I mesi più difficili sono stati marzo (il 27% delle denunce di infortunio professionale è stato per COVID ), novembre (il 26,6%), ottobre (il 20,3%) e aprile (il 17,6%), in pieno lockdown.

Precisiamo subito che sono inclusi in questo computo anche gli operatori sanitari che si sono contagiati facendo il proprio lavoro. Lo riporta la Scheda Nazionale Infortuni Covid-19 dell’Inail, aggiornata al 30 novembre 2020.

A queste si aggiungono 366 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale a seguito di Covid-19 pervenute, che rappresentano circa un terzo dei decessi denunciati da inizio anno.

Attenzione: il contagio sul luogo di lavoro non è sempre facile da dimostrare in contesti non sanitari. Questi sono i dati sulle denunce. Per quantificare il fenomeno, comprensivo anche dei casi accertati positivamente dall’INAIL, sarà comunque necessario attendere il consolidamento dei dati, con la conclusione dell’iter amministrativo e sanitario relativo a ogni denuncia.

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Stanotte 50 anni fa: il divorzio. Cinquant’anni di dati

«Argentina Marchei è una popolana romana, trasteverina, di circa ottant’anni, quando la legge Fortuna viene approvata dal Parlamento, nella notte fra il 30 novembre e il 1 dicembre 1970. Più di cinquant’anni prima, dopo pochi mesi di matrimonio, il marito se ne era andato, e non l’aveva più rivisto. Si era ricreata ben presto una famiglia, era ormai più volte nonna ma tutto “fuori-legge”. Il suo compagno era ormai malato volevano sposarsi prima di andarsene, di separarsi definitivamente. Con le sue gambe piagate dalle vene varicose, inalberando la sua tessera comunista del 1922, Argentina Marchei dal ’65 al ’70, e poi fino al ’74, fu di tutte le manifestazioni, le marce, i digiuni.»

La prosa d’altri tempi è quella di Marco Pannella in un articolo dal titolo“Così persero i don Rodrigo e gli Innominati” . Siamo nel 1986, a 15 anni dalla legge 352 approvata proprio nella notte fra il 30 novembre e il 1 dicembre di cinquant’anni fa, la legge Fortuna-Baslini, che nel 1974 con il noto referendum abrogativo si cercò di cancellare, inutilmente.

A distanza di 50 anni fino al 2018 abbiamo avuto in Italia

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Quanto costano i tamponi e perché intasano il sistema sanitario pubblico

Mentre scriviamo questo articolo, abbiamo avviato la Passione Secondo Giovanni di J.S. Bach . Almeno in Lombardia, se sei asintomatico o sintomatico ma non grave, il sistema sanitario pubblico non riesce più ad assicurarti il tampone. Puoi farlo privatamente ma il costo è alto: una media di 100 euro a test, e in ogni caso di fronte a una positività rintracciata in questo modo, il sistema fatica a far partire il tracciamento contatti.
A Infodata, quando ci troviamo di fronte a dati opachi solitamente ci fermiamo. Preferiamo raccontare dati che consideriamo solidi, raccolti con una metodologia che abbiamo valutato essere indicativa. Talvolta però le domande sono talmente grandi che osiamo inoltrarci nella Selva Oscura e mostrare al cittadino perché non è possibile raccogliere certi dati, che invece giustamente il cittadino chiede.

Un altro esempio di dato opaco sono i numeri dei contagi in cinema e teatri. In questi giorni sta girando online l’immagine di alcuni numeri secondo cui in tutta Italia ci sarebbe stato solo un contagio in teatri o cinema. Purtroppo questo dato non può rispecchiare la realtà, è appunto opaco: la verità è che non vengono raccolte in modo omogeneo le informazioni sul luogo di contagio per il semplice fatto che è difficile risalire a dove è avvenuto il contagio.Tornando ai tamponi, l’impressione è che la maggior parte delle regioni sia allo stato brado, che non ci sia nessuno che tiene le redini.

L’indagine di Altroconsumo 

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Altro che 9 in pagella. Chi vive in famiglie svantaggiate ha voti più bassi.

Era un plebeo che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del suo paese; e, per rabbia di non poterla vincer con tutti, ne ammazzò uno; onde, per iscansar la forca, si fece frate.
Ha fatto parlare l’annuncio (poi mitigato) da parte del noto Liceo pubblico “Manzoni” di Milano, di dare la precedenza, per l’anno venturo, a quelli che hanno ottenuto la media del nove o del dieci in italiano, matematica e inglese in seconda media e risiedono nel centro di Milano. Gli spazi sono pochi: bisogna scegliere. Da subito i ragazzi stessi del collettivo del Manzoni non ci stanno: è discriminazione elitaria. Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società , come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Sebbene infatti ci siano sempre state le eccezioni di persone brillanti provenienti da famiglie operaie o con genitori con un basso livello di istruzione, non è questa la norma. La maggior parte di chi eccelle a scuola, non solo alle medie ma in tutto il percorso scolastico, proviene da famiglie di ceto sociale più elevato, con familiari laureati. E solitamente, lo sappiamo, non vive in periferia.

L’arbitrio non si deve intender libero e assoluto, ma legato dal diritto e dall’equità, e frequentare un buon liceo significa per molti avere una grande occasione. Con un criterio di questo tipo invece, chi parte svantaggiato è condannato a perdere sempre più terreno, anche perché sappiamo che ai licei nelle grandi città si iscrivono per la maggior parte persone provenienti da un ceto sociale benestante.

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