Come ci scalderemo questo inverno se elettricità, gas, legna e pellet sono alle stelle? 

Chi vive con 2000 euro al mese, o meno, in questa fine estate sta sperando che l’inverno non sia troppo freddo. Come nei racconti dei nonni di tanti anni fa. Non solo il prezzo del gas metano, ma anche quello della legna e soprattutto dei pellet, sono fuori controllo.

Non si tratta di problemi di second’ordine: grossa fetta delle persone che vivono in zone rurali in Italia, in particolare ad altitudini che d’inverno raggiungono le temperature più fredde, si scalda ancora con legna e pellet, perché banalmente l’abitazione non è stata allacciata alla rete per il metano. Stando ai dati Istat, nel 2021, solo il 78,3% delle case italiane sono allacciate al metano. Un altro 13% acquista gas in bombola, in un altro 4,6% è installato un bombolone esterno con rifornimento periodico.

Continua su Il Sole 24 Ore

Pubblicità

Covid-19, perché l’estate è stata la peggiore da quando è iniziata la pandemia 

L’estate 2022 è andata peggio rispetto alle precedenti come numero di infezioni, di ricoveri e di decessi da COVID-19. Anche fra la popolazione vaccinata. Oramai, con un numero così esteso di dati sia in termini di periodo che possiamo analizzare che di cittadini vaccinati, possiamo dire che il vaccino nei primissimi mesi dopo che è stato somministrato ha ridotto il numero di malati gravi che necessitavano di ospedalizzazione.Questo è un fatto che si evince da un calcolo matematico elementare: fra i vaccinati la percentuale di malattia grave e di decessi è stata molto inferiore rispetto ai non vaccinati. Ciò è valso in particolare nelle fette di popolazione più adulte, cioè fra i 69-79 enni; una fascia d’età particolarmente significativa da esaminare, più indicativa rispetto agli over 80, la maggior parte dei quali convive con forme croniche anche gravi, che rende più complesso capire se la gravità della malattia da COVID-19 sia stata determinata dalla reazione al virus o da un organismo indebolito. Se contiamo i numeri, tuttavia, quest’ultimo aspetto va messo da parte: in ogni caso anche fra gli over 80 i vaccinati sono stati avvantaggiati.
Rispetto all’estate 2021 le cose sembrano essere andate peggio. Se continuiamo a considerare i 60-79 enni, ad agosto 2022 avuto più decessi e più ospedalizzazioni gravi fra i vaccinati di quante ne abbiamo avute ad agosto 2021. Attenzione: è evidente che trattandosi di numeri assoluti i casi fra i vaccinati siano molto superiori a quelli fra i non vaccinati, dato che il 90% della popolazione è vaccinata. Il senso è, al massimo, quello di confrontare i due anni all’interno dello stesso gruppo.

Con il passare dei mesi l’efficacia della vaccinazione nel proteggere da nuove infezioni scema, mentre sembra continuare a funzionare nell’evitare i casi gravi di malattia. In ogni modo, è difficile oggi asserire se il fatto che abbiamo meno ricoverati per COVID-19 rispetto al 2021 sia dovuto alla vaccinazione oppure all’introduzione a inizio 2022 di Anticorpi monoclonali e Antivirali che hanno lo scopo di non portare persone a rischio a sviluppare una malattia grave. Inoltre, quelli qui riportati sono dati che non considerano quanti di essi al di là dello status vaccinale hanno contratto SARS-CoV-2 nella vita, e quindi possono avere degli anticorpi. A oggi un italiano su tre ha avuto una diagnosi ufficiale di SARS-CoV-2, mentre a fine agosto 2021 erano 4,5 milioni gli italiani che avevano contratto il virus, stando alle diagnosi ufficiali.

Continua su Il Sole 24 Ore

Dove solo un bambino su sei ha accesso al nido è inutile parlare di lavoro femminile 

Al Sud meno di un bambino su sei (il 15%) con meno di 3 anni potrebbe avere accesso al nido, al nord uno su tre (il 33%). Ben 20 province meridionali registrano quote inferiori al 7%, con i livelli più bassi (inferiori al 2%) nelle province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Caserta. Sul versante opposto della “classifica” abbiamo Gorizia (39%), Bologna (35,2%), Trieste (34,3%) e Firenze (33,4%). Nel complesso, nell’anno educativo 2019/2020, sono stati 197.525 i bambini sotto i 3 anni accolti dai servizi educativi comunali o convenzionati con i Comuni: il 14,7% su totale dei loro coetanei.
Parlare di occupazione, in particolare di lavoro femminile dopo la nascita del primo figlio, ha poco senso senza prendere atto di questi numeri impressionanti.

Rispetto al 2018/2019 cresce la copertura dei posti disponibili rispetto al potenziale bacino di utenza, ovvero i bambini residenti da 0 a 2 anni di età. Questo indicatore passa dal 25,5% del 2018 al 26,9% del 2019, e si avvicina, pur restando ancora inferiore, al parametro UE del 33% fissato nel 2002 dal Consiglio europeo di Barcellona come obiettivo target da raggiungere, entro il 2010, per incentivare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, attraverso una miglior conciliazione della vita familiare con quella lavorativa.
L’offerta si compone principalmente degli asili nido tradizionali, per il 78,8%, il 12,6% per sezioni primavera,  prevalentemente nelle scuole d’infanzia e rivolte ad accogliere i bambini da 24 a 36 mesi; mentre il rimanente 8,6% dei posti è offerto dalle diverse tipologie di servizi integrativi per la prima infanzia.

Per amor di completezza, in Italia 7 bambini su 100 non frequentano nemmeno la scuola materna, fra i 3 e i 5 anni. Abbiamo raggiunto l’obiettivo dichiarato nel 2002 dal Consiglio europeo, che prevedeva di offrire assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’inizio dell’obbligo scolastico, ma il gap rispetto ad altri paesi occidentali europei che registrano valori prossimi alla copertura totale di questa fascia d’età, è ancora evidente.

Continua su Il Sole 24 Ore

A proposito di disuguaglianza, quattro giovani donne su 10 non lavorano. E non tutte le casalinghe sono uguali 

“Non sono tagliata per starmene tutto il giorno in casa, sia pure esplicando tutte le attività che la posizione comporta. Eppure la famiglia mi piace, la casa anche, i bimbi pure. Ma così facendo non mi sento parte della società, mi sento un nulla e diventa sempre più difficile credere il contrario. Vorrei lavorare al di fuori della mia casa. La casa, per me, dovrebbe essere il caldo rifugio dopo il lavoro, un lavoro che sia veramente lavoro, per il quale la fatica sia una soddisfazione della propria volontà.” Lo scriveva la giornalista Tina Merlin, nel 1952.
Quante volte si sente dire “oggigiorno non è più come un tempo: le donne lavorano, sono indipendenti”. È davvero così? Certamente moltissime cose sono cambiate, non si pùò certo negarlo, ma le donne che hanno un’età idonea al lavoro e che non lavorano, o che smettono di lavorare dopo la nascita del primo figlio per fare le casalinghe, anche per scelta propria, oggi sono ancora parecchie: molte di più rispetto ad altri paesi europei come Francia, Germania e Spagna. La partecipazione delle giovani donne al mercato del lavoro sarà un traino cruciale per il benessere del paese. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. I servizi gratuiti come strade, sanità, scuola, welfare per il supporto all’indigenza o alla gestione dei figli si sostengono anche grazie alle imposte sui redditi da lavoro regolare (di chi non evade, chiaramente).

4 giovani donne su 10 non lavorano

4 donne su 10 fra i 35 e i 44 anni non lavorano, contro il 15% degli uomini. Se consideriamo il tasso di attività e non di occupazione, cioè includiamo anche le donne che studiano, siamo a 7 su 10 donne impegnate. 3 sono cioè inattive, cioè si dedicano unicamente a casa e famiglia. Oppure, al massimo hanno un qualche lavoro saltuario in nero, quindi senza alcun diritto o garanzia di disoccupazione. Se allarghiamo la fascia alle 30-69 enni, sono 7,5 milioni le donne che non lavorano (il 42%), con un picco del 58% di quelle residenti al Sud. Non lavora un terzo esatto delle donne residenti al nord (34% del totale) e il 37% di chi abita nelle regioni del centro.

Continua su Il Sole 24 Ore