Un sistema scolastico può essere considerato tanto più equo quanto riesce a contenere l’effetto dell’istruzione dei genitori sul rendimento scolastico dei figli e, soprattutto, quanto più è in grado di ridurlo nel tempo. Ancora non possiamo dire che il sistema scolastico italiano raggiunga questo scopo.
Il 6 luglio 2022 sono stati pubblicati i risultati delle prove INVALSI del 2022, che misurano le performance di bambini e ragazzi in tutta Italia. Le prove hanno coinvolto oltre 920.000 alunni seconda e quinta elementare, 545.000 studenti di terza media e poco più di 953.000 della seconda e quinta superiore.
Risultato: è maggiore la fetta di chi non raggiunge le competenze base fra chi proviene da famiglie svantaggiate economicamente, un trend che si nota in tutti i gradi scolastici, già a partire dalle scuole elementari. In quinta elementare, nelle prove di italiano la provenienza da contesti sociali più favorevoli determina un vantaggio medio a livello individuale di 4,5 punti, in quelle di matematica di 5,6 punti, mentre in quelle di inglese di circa 3 punti in entrambe le prove (reading e listening).
Autore: Cristina Da Rold
Che cosa dice il più grande studio condotto finora su post-Covid
Tenendo conto dei sintomi che aumentavano di gravità e potrebbero essere attribuiti a COVID-19, correggendo le fluttuazioni stagionali e gli aspetti sanitari non infettivi della pandemia sulla dinamica dei sintomi, si stima che il 12,7% di chi ha avuto il COVID sperimenterà una forma di post-COVID.
Sono i risultati della ricerca più ampia mai eseguito su questo aspetto, che è stato pubblicato i giorni scorsi su The Lancet, e che si basa sui dati raccolti nell’ambito di Lifelines, cioè uno studio di coorte osservazionale prospettico che esamina la salute e i comportamenti correlati alla salute delle persone che vivono nel nord dei Paesi Bassi, e sull’analisi della letteratura in merito fino a febbraio 2022.
È risultato evidente che i sintomi somatici, cioè mal di testa, dolore toracico e affaticamento, erano più frequentemente presenti in pazienti che avevano sofferto di COVID, anche poco grave, che nei cosiddetti “controlli”, cioè nelle persone che non avevano mai ricevuto una diagnosi di positività. Il sintomo più prevalente riferito fra le oltre 76 mila persone esaminate era l’affaticamento, seguito da ageusia o anosmia, dolore toracico. Ma troviamo anche formicolio alle estremità, nodo alla gola, sensazione di caldo e freddo alternati, braccia o gambe pesanti, vertigini e stanchezza generale. Nel 12,7% dei pazienti- appunto – questi sintomi sono verosimilmente attribuibili al COVID-19.
Il 19,7% dei post-COVID riferisce stanchezza cronica, contro il 4% della popolazione generale. L’anosmia o l’ageusia hanno riguardato l’8% dei guariti, mentre è diffusa solo nello 0,8% delle persone che non si sono mai contagiate. Il 13% dei post-COVID riferisce dolore muscolare, contro l’8% della popolazione generale esaminata. La prevalenza del dolore allo sterno è del 3% fra i guariti, il triplo rispetto al resto delle persone coinvolte. Anche il mal di testa, piuttosto comune nella vita, in realtà colpisce l’8,5% dei post-COVID contro un 5,5% medio. Il 6,5% lamenta braccia e gambe pesanti, il 19,5% formicolio alle estremità.
Anche la salute mentale risente delle ondate di calore
Quando su telegiornali o giornali si sente parlare di “malori” estivi, specie in montagna, si tratta quasi sempre di colpi di calore. Sono infatti molto più comuni di quanto si pensi e saranno verosimilmente sempre più frequenti negli anni a venire, per gli aumenti delle temperature a cui stiamo già assistendo. Basta una mezz’ora sotto il Sole diretto senza protezioni e senza essere sufficientemente idratati; oppure una giornata di lavoro …
Al Sud molte meno donne nel Servizio sanitario nazionale rispetto al Nord
I dati che emergono dall’Annuario Statistico del Ministero della Salute riguardo la forza lavoro nel comparto sanitario del 2020 mostrano chiaramente un Sud dove la percentuale di professioniste, fra medici, infermieri, amministrativi e personale tecnico, è molto minore rispetto al Centro-nord. Se al nord il 76% dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale è donna – dove la prevalenza è maggiore specialmente per infermiere e personale amministrativo – nel meridione ci assestiamo fra il 50% il 60% della forza lavoro rappresentata da donne. Il comparto sanitario è da sempre appannaggio prevalentemente femminile (con minore presenza fra i medici). Le donne rappresentano circa il 67% della forza lavoro, il 73% nei paesi ricchi. Eppure, i paesi con una quota maggiore di donne che lavorano nel settore non mostrano necessariamente una spesa sanitaria e assistenziale più elevata. Ne parlavamo qualche settimana fa raccontando i sette punti del gender pay gap italiano nel settore della sanità.
Tutto il Sud è al di sotto di questa soglia media, anche fra le professioni infermieristiche. Fra i ruoli tecnici (analisti, assistenti sociali, operatori tecnici…) ci sono regioni – Campania e Calabria – dove la presenza femminile non supera il 40% del totale, contro il 60% medio del centro-nord. Sul fronte amministrativo, il gap è dal 50% del Sud al 80% del Nord per presenza femminile. Leggermente contenuto il gap fra mediche nel nord e del sud.