I sette fatti sul divario retributivo di genere in sanità 

Il 13 luglio l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno pubblicato il primo rapporto mondiale sul divario retributivo fra uomini e donne che lavorano in sanità, che raccoglie dati da 54 paesi, che insieme rappresentano circa il 40% dei dipendenti salariati del settore in tutto il mondo. L’Italia trova ampio spazio, non certo per i suoi meriti in materia di equità salariale fra generi.
Vediamo uno per uno gli otto punti dai quali ripartire.

1. Il settore sanitario rappresenta una parte consistente del mondo del lavoro, ed è prevalentemente femminile. Si stima che la forza lavoro sanitaria e assistenziale rappresenti addirittura il 10% dell’occupazione complessiva nei paesi ad alto reddito. Le donne rappresentano circa il 67% dell’occupazione, il 73% nei paesi ricchi. Eppure, i paesi con una quota maggiore di donne che lavorano nel settore non mostrano necessariamente una spesa sanitaria e assistenziale più elevata.

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Perché e come si “aggiorna” un vaccino

In seguito al repentino aumento dei contagi delle ultime settimane, il tema della “quarta dose” – o seconda dose booster – è all’ordine del giorno. Alcune Regioni hanno già invitato le proprie aziende territoriali a proporre il vaccino non più solo agli ultraottantenni ma anche agli ultrasessantenni e agli over 12 fragili. L‘Italia ha ancora molte dosi di vaccini che ha acquistato e che sono in fase di scadenza, nonostante a settembre 2021 sia stata prorogata dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) la scadenza di Comirnaty di Pfizer, che è passata da sei a nove mesi, anche per i flaconcini prodotti prima della data di approvazione.

La questione è tuttavia se abbia più senso procedere con questa quarta campagna per grossa parte delle popolazione, con un vaccino modulato ancora sul primo virus, oppure attendere “l’aggiornamento” annunciato per l’autunno. Sebbene non siano ancora stati pubblicati gli studi relativi alle registrazioni, sono previsti due aggiornamenti, entrambi dei vaccini a mRNA: quello del vaccino Moderna e quello di Pfizer. Entrambi dovrebbero essere bivalenti, ovvero modulati sia sul virus di Wuhan, che sulla prima variante Omicron. Il grosso “salto” dal punto di vista genetico del virus è avvenuto infatti nel passaggio da Delta a Omicron.

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Le famiglie preferiscono le badanti alle case di riposo. Ma la metà è pagata ancora in nero 

Stando a quanto emerge dalla seconda indagine Censis sulle famiglie associate ad Assindatcolf, il 58,5% di esse preferisce assumere una badante per assistere un parente anziano piuttosto che ricorrere a una RSA (Residenza sanitaria assistenziale). Solo il 41,5% delle famiglie prende infatti in considerazione quest’ultima opzione, e di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, mentre solo il 6% al pubblico.
I motivi sono semplici: il 60% dei rispondenti ha l’idea che con una persona in casa l’anziano sia meglio curato e ascoltato, e un altro 20% ritiene che il distacco dalla propria abitazione produrrebbe effetti negativi sul familiare da assistere. La questione delle spese da affrontare sembra invece avere molta meno importanza.

Durante la pandemia, il numero di lavoratori domestici regolarmente assunti – prevalentemente lavoratrici – è cresciuto, sia nel 2020 che nel 2021. Nel 2021, i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 961.358, con un incremento rispetto al 2020 pari a +1,9% (cioè 18.273 assunti in più): per la metà colf e per la metà badanti. Queste ultime dieci anni fa erano 300 mila, mentre oggi sono 450 mila. Le colf invece nell’ultimo decennio sono diminuite, passando da 600 mila nel 2011 a 500 mila nel 2021. Per fare un paragone, solo i lavoratori del terziario e i meccanici sono numericamente di più – rispettivamente con 4,1 e 2,3 milioni di persone. I lavoratori domestici sono più dei docenti e di chi lavora nei trasporti. In particolare, le assunzioni hanno registrato un primo picco nel mese di marzo 2020 (durante il primo lockdown), e un altro nei mesi di ottobre e novembre (in conseguenza delle nuove restrizioni anti-Covid e dei primi effetti della regolarizzazione dei lavoratori stranieri), presumibilmente riconducibili alla regolarizzazione di lavoratori domestici, altrimenti impossibilitati a proseguire l’attività a causa delle misure restrittive. Le chiusure dovute alla pandemia hanno influito sulle scelte delle famiglie, che hanno preferito avviare nuovi contratti di lavoro per avere la certezza della presenza del lavoratore. A questo si è aggiunta la “sanatoria” (inserita nel decreto “Rilancio” 34/2020), che in un anno ha già prodotto 125 mila emersioni.
Fra gli assunti, il 21%, cioè una persona su cinque, lavora oltre 40 ore settimanali, il 12% dalle 30 alle 39 ore, il 32,7% dalle 20-29 ore, il 16,6% dalle 10 alle 19 ore alla settimana e solo il 16%, una persona su otto, meno di 9 ore settimanali.
Lo racconta il Rapporto annuale 2021 dell’Osservatorio Lavoro Domestico.

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Contagi, cure, vaccinazioni: il punto su. COVID-19

I contagi stanno salendo sensibilmente nelle ultimissime settimane, e la domanda, dopo oltre due anni è sempre la stessa, anche se forse ce la poniamo meno a gran voce: dobbiamo preoccuparci di nuovo?

Fra la possibilità di eseguire tamponi in autonomia a casa evitando in molti casi di sottoporsi a test ufficiale, la diffusa abitudine di fare un tampone solamente in presenza di sintomi, e il contact tracing non pervenuto, è evidente che i numeri dei nuovi casi di COVID-19 non possono che essere sottostimati. Ma anche al ribasso, questa terza estate di pandemia sembra, quanto a contagiosità del virus, diversa rispetto alle due precedenti. 

Con il caldo i contagi salgono invece di diminuire, come invece accadeva gli anni precedenti, ma le ospedalizzazioni, le terapie intensive e i decessi fortunatamente, per quanto superiori alle estati passate, sono ampiamente al di sotto delle ondate precedenti. Il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva il 5 luglio 2022 è del 3,5%, rispetto al 2,5% del 27 giugno, sempre ben al di sotto delle soglie considerate critiche. Lo stesso vale al momento per il tasso di occupazione in aree mediche COVID-19 a livello nazionale: 12,5% il 5 luglio rispetto al 9,2% del 27 giugno. 

Nel passaggio da Alpha a Delta e infine a Omicron, il virus ha dovuto fare una sorta di “baratto”: per ottenere il vantaggio di replicare di più, come osserviamo chiaramente con le ultime varianti di Omicron, anche con BA.5, deve pagare il “prezzo” di non riuscire a infettare con la stessa efficienza l’albero respiratorio inferiore. L’incidenza di polmoniti con Omicron è molto più bassa che con Alpha e Delta.

In ogni modo, nemmeno il numero di ospedalizzazioni e di decessi va preso alla lettera, dal momento che la gravità di una patologia preesistente può essere accentuata da COVID-19, oppure il contagio può avvenire proprio durante un ricovero per altre ragioni; come sappiamo dopo due anni è complesso attribuire delle causalità per tutti i casi. Tuttavia, che sia con o per COVID, questo bias vale oggi così come valeva nel 2021 e nel 2020. 

Anche a livello europeo e nel resto del mondo, la situazione è simile alla nostra.

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