Le scuole collaborano in rete? Più al Nord ma in modo diverso

L’ultimo rapporto annuale di Istat  racconta un paio di aspetti della scuola italiana di cui si parla poco: quanto le scuole siano effettivamente in rete, associandosi per collaborare a progetti di vario tipo, e come si articola realmente la partecipazione delle famiglie alle attività scolastiche, anche in termini finanziari.

La peculiarità è che il nord batte ampiamente il sud quanto al fare rete per potenziare le attività di orientamento, di formazione degli insegnanti e di integrazione, ma nel Meridione pare si riesca a fare molta più rete con le famiglie, che sono molto più partecipi sopratutto nelle attività scolastiche, nel recarsi ai colloqui con gli insegnanti e nelle attività collegiali.

A livello nazionale, nel 2015, circa l’85 per cento delle scuole, dalle elementari alle superiori, partecipa ad almeno una rete, e il 17% di quelle del primo ciclo (elementari e medie) e il 25% di quelle del secondo (scuole superiori) dichiara di prendere parte a 5-6 reti. Il sud però sfrutta molto meno questo tipo di occasione rispetto al nord: una scuola su 5 non ha nemmeno una classe che partecipa ad almeno una rete, e un altro 50% dichiara di partecipare solo a 1-2 reti.
Come si evince dal grafico, il Meridione presenta valori molto al di sopra della media nazionale di scuole, mentre il nord-est, l’area geografica dove le scuole sono più attive in questo senso, mostra valori molto maggiori rispetto alla media nazionale di scuole che partecipano a più di 5 reti, e valori molto minori di le scuole che non partecipano ad alcuna rete.

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Ecco perché le biblioteche hanno ancora senso, specie per chi non ha studiato

Recenti dati Istat  in merito all’utilizzo delle biblioteche in Italia, fanno emergere due aspetti importanti: primo, in media solo il 15% delle persone con più di 6 anni – quindi includendo anche gli studenti di tutte le età – ha frequentato una biblioteca nell’ultimo anno e solo il 60% di essi, cioè l’8% circa degli italiani, prende in prestito libri; secondo, che il gruppo che più usa la biblioteca per il prestito di libri è quello di chi non ha nemmeno la licenza media.

Il 76,9% delle persone con licenza elementare che frequenta la biblioteca è solito prendere in prestito dei libri, mentre fra i laureati usa il servizio di prestito solo il 63% di essi. Al contrario, frequenta la biblioteca per leggere e consultare giornali il 17% dei laureati, il 10% dei diplomati, l’8% di chi ha una licenza media e appena il 2% di chi non ha titolo di studio.

Questo nonostante nel complesso siano minori fra chi ha un titolo di studio inferiore sia le percentuali di lettori che quelle di utilizzatori di biblioteche. Il 24% dei laureati frequenta la biblioteca, contro il 9% dei diplomati, il 4,5% di chi ha la licenza media e l’1,4% di chi non ha alcun titolo di studio. Un gap molto maggiore rispetto al numero di lettori per titolo di studio: legge libri l’88% dei laureati e il 30% di chi non ha alcun titolo di studio.

Interessante è anche osservare quanto leggono le persone e quanto usano la biblioteca a seconda del tipo di occupazione. Fra i maschi, la percentuale di lettori fra operai e disoccupati è del 5% rispetto alla percentuale di lettori fra dirigenti, quadri, impiegati e imprenditori: il 12%. Differenze tutto sommato non così marcate. Ma soprattutto a leggere poco e ad andare ancora meno in biblioteca sono le casalinghe: il 51% di loro legge, di cui meno della metà più di 3 libri all’anno, e il 6% frequenta una biblioteca.

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Migranti regolari: tassi di occupazione come quelli degli italiani. Ma non le retribuzioni

Se vogliamo parlare di integrazione effettiva di chi ottiene il permesso di soggiorno in Italia ci sono due aspetti da considerare: da una parte i tassi di occupazione, di disoccupazione e inattività delle persone non comunitarie regolarmente soggiornanti nel nostro paese sono grosso modo gli stessi degli italiani; dall’altra, la maggior parte di loro guadagna sugli 800 euro al mese.
Questo emerge da un recente rapporto del Ministero del Lavoro, che fa il punto della situazione demografica e occupazionale delle persone regolarmente soggiornanti nel nostro paese al 1 gennaio 2017 nelle 14 principali città metropolitane italiane.

Complessivamente, il tasso di occupazione dei soggiornanti non comunitari al 1 gennaio 2017 era del 57,8% a fronte di 57% degli italiani, nonostante si rilevino una netta settorializzazione dell’occupazione e una disparità nella retribuzione rispetto agli italiani.
Inoltre, il loro tasso di imprenditorialità è in continua crescita, con un +3,5% di nuove ditte individuali di cittadini non comunitari nel 2016 sul 2015. Nel 2016 erano 366.425 i titolari di imprese individuali nati in un paese al di fuori dell’Unione Europea, l’11,3% del totale delle ditte individuali a livello nazionale.

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OMS: bisogna eliminare gli acidi grassi saturi entro il 2023

SALUTE – È passata un po’ in sordina ma si tratta di una notizia molto importante. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato il progetto REPLACE per eliminare gliacidi grassi trans dall’industria alimentare entro il 2023. L’obiettivo: migliorare la salute del futuro

Non è una sfida da poco. Stiamo parlando di sostanze presenti in molti alimenti industriali, dai dolciumi, fra cui diversi gelati confezionati, alle patatine, fino a tutti gli snack che accompagnano i nostri aperitivi. Ma anche la margarina che da più fonti, soprattutto blog o trasmissioni televisive di cucina poco informati sulla letteratura scientifica, viene erroneamente pubblicizzata come un’alternativa “sana” al burro.

Gli acidi grassi trans che minano la salute cardiovascolare

“Si tratta di un fraintendimento nato quarant’anni fa, quando hanno cominciato a essere messi sotto accusa i grassi animali, in primis il burro. La conseguenza è che è iniziata a passare l’idea che qualsiasi grasso che non avesse origine animale fosse più sano, inclusa la margarina. Ma nel tempo abbiamo capito che le cose non stanno così” spiega a OggiScienza Alice Cancellato, nutrizionista dell’IRCCS ospedale San Raffaele di Milano.

A distanza di decenni, oggi sono sotto accusa gli effetti – documentati ampiamente in letteratura – degli acidi grassi trans sulla nostra salute cardiovascolare. Secondo le stime dell’OMS, ogni anno il consumo di acidi grassi trans è co-responsabile di oltre 500 000 morti per malattia cardiovascolare.
“Il vero ‘nemico’ per la salute, che ognuno di noi può ricercare nelle etichette dei prodotti, è tutto ciò che è idrogenato” continua Cancellato.

“Oli vegetali parzialmente o totalmente idrogenati, per esempio. È il processo di idrogenazione che porta l’acido grasso, normalmente liquido, allo stato solido, utile per conservare meglio i prodotti industriali. L’atomo di idrogeno portato in posizione trans fa solidificare il grasso, così questo diventa nocivo. I grassi trans entrano in competizione con i grassi essenziali, omega 3 e omega 6, nella costituzione della membrana delle cellule”.

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